Abbiamo maturato negli ultimi giorni l’idea di essere in guerra, una guerra tanto più insidiosa quanto più il nemico è invisibile. Come molti io apprezzo «il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione; ne godo quanto chiunque altro». E naturalmente rimpiango di non poter varcare la soglia della mia scuola, vedere i volti dei colleghi, del personale scolastico, dei “miei” ragazzi. In un post circolato su Facebook si legge: «Voglio tornare quanto prima dai miei ragazzi e poterli riabbracciare come si fa fra sopravvissuti ad un disastro… voglio fare il mio lavoro che è l’unico che amo e che so fare, non so fare l’impiegata d’ufficio, ho bisogno di voci, di confusione e di sorrisi… ho bisogno anche di arrabbiarmi, urlare e poi scherzare insieme. Vivo di emozioni e ora conosco solo ansia e paura». Chi di noi non condivide questo accorate parole? Eppure siamo in guerra, e dunque siamo chiamati non solo a sperare (o a pregare) che l’emergenza finisca, ma ad operare come donne e uomini dello Stato alle prese non con i corpi (come fanno tutti coloro che non retoricamente dobbiamo definire “eroi”, più di tutti esposti al rischio) ma con lo spirito, i sentimenti, le emozioni. E il sapere.

La sfida a cui tutti gli operatori del mondo della scuola sono chiamati è duplice: da una parte continuare a garantire un diritto (normato dagli artt. 33 e 34 della Costituzione), dall’altra continuare ad essere un punto di riferimento per bambini, adolescenti, giovani. Mai come ora è necessario mettere da parte ogni remora, ogni paura, ogni insicurezza, andando ciascuno al di là dei propri limiti.

Per una volta in un documento ministeriale, recentissimo, troviamo parole “sensate” e non meramente burocratiche. Il Miur ha appena emanato, infatti, le istruzioni operative in seguito al Dpcm dell’8 marzo 2020 con la nota n. 279 dell’8 marzo. L’invito è quello a non limitarsi alla semplice trasmissione di materiali e di esercitazioni (cosa buona e giusta evidentemente ma non sufficiente) «quando non accompagnata da una qualche forma di azione didattica o anche semplicemente di contatto a distanza». La motivazione mi pare assolutamente decisiva: «Va infatti rilevato (e ciò vale anche per i servizi all’infanzia) come i nostri bambini e le nostre bambine patiscano abitudini di vita stravolte e l’assenza della dimensione comunitaria e relazionale del gruppo classe. Anche le più semplici forme di contatto sono da raccomandare vivamente. E ciò riguarda l’intero gruppo classe, la cui dimensione inclusiva va, per quanto possibile mantenuta, anche con riguardo agli alunni con Bisogni educativi speciali». Dunque, finalmente, dopo lustri oscuri in cui il paradigma predominate attraverso il quale pensare la scuola è stata l’azienda, dopo le fole delle “tre i”, si dice a chiare lettere che il fulcro della vita scolastica sono sì (e mi si perdoni la semplificazione) le “conoscenze” (i materiali) e le “competenze” (le esercitazioni) ma soprattutto «la dimensione comunitaria e relazionale». Sono parole bellissime e per me è commovente leggerle in un documento ministeriale, la cui neo-lingua di solito è surreale nella sua aridità.

Allora qual è lo sforzo a cui la scuola nella sua interezza è chiamata? Nel momento in cui l’unico modo di vincere la guerra è rimanere quanto più possibile in casa, limitando al massimo i contatti per arginare la diffusione dell’epidemia, bisogna ricreare una dimensione comunitaria e relazionale attraverso la tecnologia. Poiché questa è una guerra di “resistenza” non dobbiamo aspettarci soluzioni calate dall’alto in una settimana che si annunzia decisiva e con il probabile prolungamento della sospensione delle attività didattiche nelle scuole in tutta Italia. Siamo chiamati ad uno sforzo eccezionale: di condivisione (per chi possiede già strumenti necessari alla sfida) e di apprendimento (attraverso quello che in inglese si chiama learning by doing) per tutti. I colleghi in possesso di conoscenze tecnologiche avanzate si mettano pubblicamente a disposizione anche al di là dell’istituzione scolastica di appartenenza. Siano promossi piccoli team, supportati dall’Ufficio Scolastico Provinciale e dai D.S. delle singole scuole, e messi al servizio dell’intero corpo docente.

A centro del nostro agire devono esserci il diritto dei nostri allievi a continuare il processo di crescita (e di maturazione civica) e il dovere di “fare comunità” in un momento apparentemente dissolutivo dei legami sociali (come memorabili testi letterari occidentali da Boccaccio a Camus ci insegnano).

Badate: nelle mie parole non c’è alcun entusiasmo né tanto meno la follia di credere che l’emergenza sia tout court un’opportunità. Come già scritto, anch’io spero e prego di tornare presto in un luogo fisico, tra volti amati in carne ed ossa. Certo, ci sarà il tempo per elaborare questa esperienza, ed estrarne il meglio non tanto e non solo per altre eventuali emergenze (che speriamo non ci siano) ma per integrare quanto appreso nella didattica quotidiana (come per altro alcuni già stavano facendo). Ma questo è un altro discorso.

Ivan Illich ha coniato un’espressione bellissima: «strumento conviviale» (in Tools for Conviviality del 1973). “Conviviale” è una tecnologia non industriale, fondata sull’interazione, sulla partecipazione attiva di tutti i soggetti coinvolti. Ebbene, raccogliendo le indicazioni ministeriali, invito tutti ad utilizzare a partire da oggi quelle tecnologie “conviviali” (cito le più diffuse: Skype, Jitsi, Zoom) che consentono virtualmente di ricreare se non altro un simulacro di quella preziosa comunità che è il gruppo classe, interagendo con i ragazzi. L’auspicio è che si capisca quanto siano urgenti anche misure “dall’alto” per mettere tutti gli studenti nelle condizioni materiali per usufruire di questa nuova modalità di fare scuola (a livello di connessione soprattutto) perché non ci siano discriminazioni.

Utilizziamo strumenti conviviali anche tra noi colleghi quotidianamente per programmare insieme le attività e scambiarci esperienze.

Siamo chiamati ad una sfida impegnativa. Tocco quotidianamente con mano lo smarrimento, il disagio, lo stress di una parte corposa del corpo docente di cui sono orgogliosamente parte. Supereremo l’emergenza, avendo adempiuto al nostro dovere, tutelando un diritto sacrosanto, preservando quegli organismi delicati e preziosi che sono le classi dei nostri allievi, se avremo deposto ogni individualismo, avremo condiviso ogni nostro talento, avremo vinto ogni nostra paura.

Nicola Sguera

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