C’era una volta il Natale, quello della nostra infanzia, quello profumato di
umidità e nebbiolina, con le foglie gialle dei platani ammucchiate lungo i bordi
dei marciapiedi, quello delle prime lucine intermittenti che facevano
l’occhiolino dal negozio di elettricità di Grimaldi, lì in quell’angolo al Quadrivio,
che a Natale sfavillava di luci anche all’esterno e ci lasciava incantati perché
avremmo voluto comprarle tutte. Il Natale, quello della ricerca del muschio
nelle campagne intorno a Telese o sulle pendici di Monte Pugliano, portato a
casa nelle buste o nelle cassette di legno immaginando già come lo avremmo
disposto tra le stradine e le montagnole del presepe. Il presepe, la cultura del
presepe da noi tramandata di padre in figlio, con i suoi riti, i suoi simboli, le
preziose statuine di terracotta srotolate religiosamente dalla carta di giornale
dove l’avevamo avvolte l’anno prima. Il presepe, la rappresentazione della
natività creata ogni volta con il contributo dei bambini in piedi sulle sedie, dei
padri, dei nonni e della mamma che preparava la colla nel tegamino. Passaggi
obbligati, ripetuti di anno in anno. Le montagne di carta paglia spruzzate di
calce bianca per imbiancarle di neve, anche se non si è mai capito perché a
Betlemme ci dovesse essere la neve. Le stradine in discesa con i pastori e le
pastorelle con le galline a fianco, il laghetto e il fiumicello con la carta
argentata, il gregge con l’onnipresente Benino, il pastore che dorme su un
fianco, le casette intagliate dalle scatole di medicina vuote, paperelle, galline e,
nel punto più bello, la grotta con la natività e i zampognari. Sul fondale le
montagne e il foglione azzurro per il cielo stellato.
Ogni anno si discuteva se mettere già i re Magi o se aspettare la Befana per
farli apparire. Anche la presenza del Bambiniello era dubbia. A casa mia si
aspettava la mezzanotte del Natale per metterlo giù, accompagnandolo nella
sua mangiatoia di paglia a luci spente e con le candele in mano.
Il presepe inventava ogni volta un paese e sembrava che ne raccontasse la
vita, era il simbolo della natività e alla fine lo si restava a guardare con gioia ed
intima soddisfazione anche nella sua magica semplicità.
Era Natale, ci si sentiva tutti più vicini, più comunità. In quelle nostre case si
respirava aria di cultura natalizia, di tradizioni familiari, di legami col passato.
Sono le cose belle da ricordare, sono le cose vissute da bambino o da ragazzo
e ti collegano in maniera struggente e nostalgica con il tempo che fu. Ti capita
di cercarle inutilmente nel presente e ti accorgi che non ci sono più.

Aldo Maturo

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