Le mani vuote di Suor Paolina e le mani piene delle Maestranze.

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Illustrazione di Giovanni Lombardi 2019

-Le mani di una suora, di un prete sono mani vuote, mani disponibili all’inutilità. Cosa c’è in quelle mani, guardate, niente, non c’è niente, sono vuote– (da un’omelia del Vescovo MonsignorDomenico Battaglia)
Stamattina, come al solito da diversi mesi, mi danno la sveglia, puntualissimi, quattro muratori impegnati a ristrutturare una casetta di fronte alla mia, nel centro storico. Sono le maestranze, le “mie” maestranze come le chiamo ormai affettuosamente, dato che hanno finito per diventare parte del mio mondo. Le loro voci salgono dal vicolo alla mia camera da letto già al mattino presto, così poderose e affatto preoccupate di disturbare il sonno di qualcuno. E’ il diritto di svegliare la vita con l’autorevolezza del lavoro, è il diritto e il dovere di lavorare con buona pace di chi inizia con comodo o non inizia affatto. Se non inizi affatto è colpa di questa società, ma è anche colpa tua, perché tu sei un componente di questa società che critichi, e perché se vuoi, un lavoro si trova, ed è comunque meglio un lavoro qualunque che non fare niente. Nel corso dei mesi mi sono abituata a seguire la logica stringata delle maestranze, la logica di chi è abituato a misurare la
propria giornata produttiva sulla costruzione di qualcosa di concreto, di utile, che appunto alla fine delle otto ore di impegno o c’è o non c’è, non ci sono alibi e discorsi seccanti intorno a cose non fatte, impegni non mantenuti. Per contro, ricordo un giorno che li ho sentiti alternarsi in una serie di opinioni controverse, appassionate, urlate, su un problema privato del più giovane di loro, G., e mastro E., che è il più mite, si occupava di moderare il volume e gli argomenti della discussione solo abbassando ed addolcendo il tono di voce. Roba da moderatori con tanto di specializzazione in psico-socio qualchecosa! Hanno ragionato durante tutta l’ora del pranzo e alla fine Mastro E. ha sentenziato: “vabbè G., scusa, abbiamo parlato tanto! e che siamo stati capaci di concludere?
Niente!” Segue una fragorosa, catartica risata collettiva. Ancora sorrisi, pacche sulle spalle e “lelelelele” (non mi chiedete che significa, perché non l’ho ancora capito, ma credo si tratti di un tipico suono che emettono per dire “diamoci da fare”). Così riprendono il turno di lavoro, ogni giorno da mesi, puntuali, mani piene ma disponibili all’inutilità. All’inutilità di cose come una canzone storpiata ( le maestranze cantano cantano cantano mentre lavorano), o come parole appassionate ma incapaci di infilarsi in una conclusione, o come un suono incomprensibile- lelelelele- ma che incita al lavoro più della sirena delle fabbriche. Dio! Che meraviglia essere dotati di questa disponibilità all’inutilità pur dandosi da fare a mani piene.
“Guardate non c’è niente, niente, sono mani vuote”-
Le mani vuote di Suor Paolina, che lascia la Chiesa del paesino dove ha vissuto per tanti anni, mi commuovono. E mi commuovono di un’emozione diversa da quella di affetto e stima che provo per le mani piene delle maestranze. Mi commuovono per l’umiltà e la difficoltà interiore del gesto.
Credo di poter sentire e capire bene cosa significhi aprire le mani per dire “questo è” “questo ho” nient’altro che la disponibilità all’inutilità. E’ un gesto di grande complessità saper stare nella disponibilità all’inutilità. Io sono una psicoanalista e ho dovuto imparare l’umiltà di stare in attesa, di essere disponibile a essere uno spazio vuoto in cui l’altro dice- non dice- chiede –rifiuta- arranca- indietreggia- va meravigliosamente avanti o ti spiazza, mentre io sono semplicemente lì, disponibile con la consapevolezza della mia inutilità finchè non è l’altra persona a “utilizzarmi”, con la sua originale e specifica vitalità.
“Essere disponibili all’inutilità” è essere capaci di lasciarsi utilizzare dall’altro, non proporgli cose utili, e benefici, e risposte. Saper stare a mani vuote, appunto. Come Suor Paolina. Non è affatto semplice, perché soprattutto di fronte alla sofferenza, al bisogno, spesso è più facile agire, prendere, portare, fare per l’altro. Ma questa è un’altra forma di missione, altrettanto importante, come può essere la vocazione seria al lavoro delle mie maestranze o alla vita operativa della Chiesa.
Mentre costruire sul vuoto, su quello che non c’è, che non si ha, richiede un atto di fede, come la fede nelle mani vuote di cui parlava il Vescovo Domenico Battaglia. In parte, la stessa che mi guida quando incontro i miei pazienti. In Psicoanalisi si dice che bisognerebbe essere capaci, nell’incontrare una persona, di essere “senza memoria né desiderio”: vuoti, per lasciarsi riempire dall’umanità dell’altro.

Filomena Rita Di Mezza

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