Sannio Falanghina. Una storia di passione

0

Quest’anno c’è un avvenimento davvero importante. Il territorio di Sannio Falanghina è stato scelto quale Capitale Europea del Vino per l’anno 2019. La nomina è stata ufficializzata a Bruxelles nel pomeriggio del 10 ottobre 2018. I comuni coinvolti sono Castelvenere, Guardia Sanframondi, Sant’Agata de’ Goti, Solopaca e Torrecuso.

Ma che cos’è la Falanghina? Un sommelier potrebbe fornire una pronta risposta elencando le caratteristiche organolettiche del vino, il suo colore, la limpidezza e la consistenza. Un enologo invece potrebbe fornire delle descrizioni di ogni passaggio del processo di vinificazione, elencando con attenzione le precauzioni da prendere per esaltare le caratteristiche di questo tipo di uva. Un contadino, dal canto suo, indicherebbe le specifiche tecniche dell’impianto, la distanza tra le barbatelle, il tempo necessario affinché la produzione vada a regime, le cure opportune per far crescere dell’uva adatta a produrre un vino eccellente.

Per chi è profano, invece, il termine Falanghina non ha nulla di tecnico. È piuttosto l’identità di un territorio, delle valli che riescono a trovare una propria dimensione, di una regione dell’entroterra campano che finalmente riesce ad esprimere un prodotto genuinamente autoctono.

Il buon vino lo beviamo da decenni. Da sempre i nostri agricoltori hanno messo sulle tavole le bottiglie della loro Falanghina, fieri del frutto del loro lavoro, della loro capacità di gestire il processo di vinificazione, della conoscenza delle tecniche utilizzate per realizzare un prodotto che potesse essere migliore di quello dei propri conoscenti, in una sana e proficua competizione. Erano competenze acquisite in proprio o tramandate da padre in figlio, a volte custodite gelosamente come prezioso segreto di famiglia.

Col tempo si è acquisita la consapevolezza, tuttavia, che un singolo produttore non può uscire dall’ambito locale, che per affrontare i vasti mercati nazionali e internazionali c’era bisogno di lavorare assieme, rinunciando ad un pochino del proprio orgoglio per investire nel rilancio di un intero territorio. Così, con la creazione di cantine e la disponibilità – anche individuale – ad accrescere le proprie competenze, è avvenuto un lento passaggio di consegne: l’io è diventato il noi, il piccolo produttore ha accettato di mettersi in discussione, di consorziarsi per costituire una nuova identità di gruppo, per riconoscersi in un marchio con cui approdare in mercati più ampi, oppure ha deciso di sistematizzare le proprie conoscenze, accrescerle, acquisirne di nuove per creare un proprio segno distintivo ed inserirsi nell’inesorabile corrente che cominciava a straripare.

Per noi che siamo profani, che non siamo addetti alla produzione, la Falanghina è il mantra che scandisce i giorni, i mesi, le stagioni del nostro territorio. Sono i tanti trattori che interrompono il nostro sonno o incrociamo per strada la mattina presto quando usciamo in auto, che si recano nei vigneti trainando gli attrezzi agricoli necessari per le fasi di lavorazione previsti per la giornata; sono i volti stanchi ma orgogliosi dei contadini che di sera tornano a casa per riposare e organizzare il lavoro per il giorno successivo.

La Falanghina – per noi profani – sono le incomprensibili dispute nei bar, nei giorni di festa, tra i sostenitori dell’impianto “a filare” e i difensori dell’impianto “a tendone”. Sono i dialoghi sommessi in piazza, in spontanei capannelli di mutua assistenza e formazione, per scambiarsi conoscenze ed esperienze sui vari tipi di potatura, sui nuovi macchinari per poter “attaccare le viti”. Sono le distese di piante giovani, perfettamente allineate, che costellano le nostre colline e che, procedendo in auto, scorrono alla nostra destra ed alla nostra sinistra, a perdita d’occhio, con le foglie appena spuntate che si elevano verso l’alto, a cercare il sole, a simboleggiare l’anelito di un intero territorio.

La Falanghina sono anche le rimesse dei nostri emigranti che negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso andarono all’estero per mandare i soldi ai parenti in Italia, per costruirsi una casa e comprarsi una vigna. La Falanghina è il loro rientro, con l’acquisto compiaciuto di un trattore ed il ritorno al lavoro dei padri, dopo le esperienze da operai nelle varie fabbriche tedesche o svizzere.

Falanghina è il consolidamento della presenza di punti vendita di trattori, macchine e prodotti per l’agricoltura.

Falanghina è il nome dei produttori che hanno accettato – con umiltà – di riqualificarsi, con la prospettiva di valorizzare il prodotto della loro terra. Falanghina sono le associazioni di categoria che pervicacemente e instancabilmente – per decenni – hanno predicato la necessità di migliorare la produzione, organizzando corsi di formazione per le piccole imprese agricole. Falanghina sono le scelte oculate degli organi amministrativi delle cantine, che hanno compreso il potenziale valore del proprio vino ed hanno saputo orientare la produzione, la promozione e la commercializzazione per intercettare la crescente domanda, scegliendo opportunamente consulenti di fama internazionale.

Falanghina è l’apertura a Guardia Sanframondi dell’Istituto Agrario con indirizzo in Viticoltura ed Enologia, per consolidare i risultati raggiunti e investire nel futuro della nostra terra. Falanghina sono gli amministratori che sono stati capaci di cogliere l’afflato dell’intero territorio e dargli espressione politica ed istituzionale. Falanghina sono i nostri sindaci che di mattina prendono il caffè nel bar insieme ai propri concittadini – consolidando il mutuo patto attraverso una stretta di mano – ed il giorno successivo si ritrovano a Roma o a Bruxelles a stringere la mano alle massime istituzioni dello Stato o dell’Unione, senza che tuttavia in loro sia svanita l’impressione sensoriale della callosità delle mani degli agricoltori della propria terra.

Il nome Falanghina viene da lontano. È la storia delle massaie intente a preparare il pranzo da consumare nei campi, è la storia dei parroci che hanno dovuto confortare i padri di famiglia nelle annate in cui il loro raccolto non era andato bene.

Nel nome Falanghina ognuno ci ritrova un po’ di se stesso, della propria storia, dei propri ricordi, delle speranze della propria famiglia.

Falanghina è tutto un territorio che si è mobilitato, in uno sforzo corale, per dare un senso al proprio lavoro.

Falanghina è la storia del riscatto delle nostre comunità che si sono preparate, con consapevole determinazione, per affrontare il futuro con tutta la forza del proprio passato, riuscendo a rimodulare i metodi di produzione, trasformando un’agricoltura ancora arretrata – quasi di sussistenza – in un modello produttivo competitivo, la cui raggiunta maturità è sancita proprio in questi mesi dal riconoscimento del nostro territorio come Capitale del Vino per il 2019.

Finalmente siamo legittimati a sentirci cittadini del mondo, assisi sugli scranni costruiti da chi ci ha preceduto.

Questa posizione, oggi, ci inorgoglisce e dà un senso a tutto ciò che è stato fatto.

Perciò, quando parliamo di Falanghina, ci riferiamo ad uno squisito vino bianco ma è anche l’abbraccio commosso a tutto il lavoro che c’è dietro, fatto di sacrifici, di ostinazione, di fierezza.

Gaetano Ferrara

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.