Dal Sannio in America (per lasciare il segno) – I parte

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Cos’hanno in comune un magnate dell’editoria amico di F. D. Roosevelt e Mussolini, il più grande pugile di tutti i tempi, uno dei più celebrati eroi di guerra americani, il più apprezzato manager statunitense dell’era moderna, uno tra i migliori chitarristi al mondo e l’attuale sindaco di New York?

Hanno tutti sangue sannita nelle vene.

Intraprendenza, genio artistico, caparbietà, eroismo, abilità politiche, capacita manageriali. Queste persone (Generoso Pope, John Basilone, Rocky Marciano, Lee Iacocca, Bill De Blasio, Al Di Meola), hanno dimostrato che ci può essere tutto questo nel DNA dei sanniti.

Tra il 1800 e il 1900 30 milioni di italiani lasciarono la loro terra alla ricerca di fortuna e pane all’estero. Probabilmente il più grande esodo della storia contemporanea.

A tutt’oggi si calcola che circa 80 milioni siano gli oriundi italiani sparsi per il mondo. Ben 27 milioni in Brasile (circa il 13% della popolazione), quasi 20 milioni in Argentina (pari all’incirca alla metà degli abitanti). Un milione e 200.000 nel piccolo Uruguay, dove gli oriundi italiani sono oggi più di un terzo delle persone che vivono in quello Stato (3.400.000). Alcuni milioni (più o meno 6) sono sparsi in Europa tra Francia, Belgio, Germania, Svizzera e Gran Bretagna.

Più di 17 milioni (alcune stime parlano di 20-25 milioni) sono gli americani di origine italiana negli Stati Uniti.

Da questi conti sono esclusi i cittadini italiani residenti all’estero.

Alla fine dell’ottocento il fenomeno migratorio riguardò principalmente le regioni del Nord, Veneto, Friuli e Piemonte, mentre all’inizio del secolo scorso il primato passò alle regioni del Sud in particolare Calabria, Sicilia e Campania.

Tra il 1900 ed il 1915, nel periodo cosiddetto della “Grande Emigrazione” quando espatriarono 9 milioni di italiani, furono in tanti a partire con la famosa valigia di cartone per raggiungere la Merica anche dal nostro Sannio, compreso mio nonno e tre dei suoi figli.

I miei cugini nacquero americani. Ebbero famiglia, figli e nipoti, benessere economico e un buon successo sul lavoro. Ogni tanto ci sentivamo per telefono quando mi incantavo nell’ascoltare quell’affascinante cerretese antico con accento e termini desueti. Qualcuno è pure venuto in Italia per visitare la casa dove era nato il genitore.

La loro può essere un’ordinaria storia, comune a gran parte degli italo-americani. Ma ce ne sono stati alcuni invece, di origine sannita, che in America hanno lasciato un segno profondo nella società ed hanno avuto fama e successo in campo economico, imprenditoriale, sportivo, artistico, politico e militare.

Il tipico sogno americano lo realizzò Generoso Papa. A 15 anni, nel 1906, lascia Arpaise (dove era nato nel 1891) alla volta degli Stati Uniti. Partito con soli 10 dollari in tasca e con la sola esperienza di manovale, comincia subito a lavorare nel settore edilizio crescendo sempre più fino a diventare, dopo una quindicina di anni, monopolista del commercio della sabbia in tutto lo stato di New York.

L’imprenditore nel frattempo era diventato Generoso Pope (la traduzione in inglese del suo cognome) e aveva fatto un sacco di soldi che reinvestì con successo nel settore immobiliare, aumentando ancor più il suo patrimonio, e nel campo dell’informazione.

Acquistò, infatti, alcuni giornali newyorkesi, pubblicati in italiano, come l’importante Il Progresso Italo-Americano, Il Corriere d’America e Il Bollettino della Sera oltre ad un altro autorevole giornale in italiano di Filadelfia, L’Opinione. Possedeva, in aggiunta, anche una seguita stazione radio dove fece esordire, nel 1946, un giovane Mike Bongiorno con il programma “Voci e volti dall’Italia”.

Generoso Pope mantenne sempre uno stretto legame con la sua comunità d’origine. Fondò una serie di club politici di italo-americani nelle principali città statunitensi e sostenne, con delle generose borse di studio, i giovani italo-americani nelle università, diventando, così, uno dei personaggi più autorevoli ed influenti dell’epoca.

Durante gli anni venti e trenta fu un convinto sostenitore del fascismo e di Musssolini. Utilizzò il potere che gli derivava dalla carta stampata per i suoi progetti politici sostenendo sia il regime fascista tra gli americani sia il candidato democratico alla presidenza Franklin Delano Roosevelt, risultando determinante per convogliare il voto italo-americano su quest’ultimo, il quale una volta eletto presidente degli Stati Uniti gli si mostrò molto riconoscente.

Quando, infatti, nel 1935 Mussolini occupò l’Etiopia, Pope riuscì ad ottenere dall’amministrazione americana, grazie al suo peso personale e alle pressioni dei suoi giornali su Roosevelt, solo un “embargo morale” verso l’Italia invece del minacciato e già pronto embargo commerciale. Mussolini ringraziò personalmente Pope “per l’opera svolta a favore della Patria”.

L’unico che tentò di contrastare il suo strapotere, con i pochi mezzi che aveva rispetto all’impero economico di Pope, fu un altro beneventano-americano: Joseph Bascetta. Emigrato di Benevento, giornalista di idee opposte a quelle di Pope, divenuto noto con il nome di battaglia di “Gino Bardi”, fondò e diresse L’Unità di New York. Un settimanale collegato ai comunisti e alla sinistra italiana, in edicola dal 1939 al 1951.

Ma già dal 1941, Generoso Pope, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e per il sempre maggiore avvicinamento di Mussolini a Hitler, si era allontanato dal fascismo fino a sostenere l’ingresso in guerra degli USA contro gli italiani.

Gli anni del dopoguerra non mitigarono il suo anticomunismo e il suo impegno politico tanto che sostenne la Democrazia Cristina nelle cruciali elezioni del 1948.

Alla sua morte, nel 1950, i tre figli maschi ereditarono l’enorme patrimonio paterno e continuarono la sua opera a favore degli italoamericani anche attraverso una Fondazione che porta il nome del padre.

Un personaggio di grande rilievo nel panorama imprenditoriale e politico americano e italiano di quegli anni. Tanto è vero che il giornalista Enrico Deaglio ne fa un protagonista del suo romanzo “La zia Irene e l’anarchico Tresca”, pubblicato nel 2018, commentando così la figura di Pope: “Direi che se c’è stato uno che ha modellato l’Italia così com’è adesso- nel bene e nel male- quello è stato Generoso Pope. Uno così si dovrebbe studiare nelle scuole. E invece non lo conosce nessuno”.

John Basilone detto “Manila John” è entrato nei libri di storia americana perché fu l’unico soldato a ricevere, durante la seconda guerra mondiale, sia la Medal of Honor, la più alta onorificenza assegnata dal governo degli Stati Uniti che la Navy Cross, la maggiore decorazione riconosciuta dalla Marina degli Stati Uniti.

Il padre Salvatore, insieme alla moglie, partì agli inizi del secolo scorso da Colle Sannita per la cittadina di Raritan, nel New Jersey, dove John nacque nel 1916.

Si arruola prima nell’Esercito e combatte con coraggio nelle Filippine, tanto da meritarsi il soprannome “Manila John” dalla capitale dello stato asiatico, poi diventa un marine. Con i gradi di sergente d’artiglieria del corpo dei Marines è protagonista nel 1942 di uno eccezionale atto di eroismo. In un combattimento nell’isola del Pacifico di Guadalcanal era al comando di un drappello di mitraglieri, ridottisi alla fine a soli due uomini, riuscendo a resistere per due giorni all’assalto di un intero reggimento di 3.000 giapponesi.

Per quest’azione meritò la Medal of Honor, come si legge nella motivazione, “Per straordinario eroismo e notevole valore in azione contro forze nemiche giapponesi, oltre il suo dovere…contribuendo così in misura notevole al virtuale annientamento di un reggimento giapponese”.

Grazie al suo eroismo fu rimandato in patria dove, sfruttando la sua immagine, gli fu chiesto di vendere titoli di guerra al fine di rimpinguare le casse del governo. Non resistette a lungo e fece domanda di essere di nuovo arruolato. Partecipò, ancora da eroe, alla battaglia di Iwo Jima dove, ancora una volta, si distinse per le sue temerarie azioni che favorirono lo sbarco dei suoi commilitoni durante l’invasione dell’isola giapponese. A Iwo Jima Basilone trovò la morte, a 29 anni, colpito da una granata nemica. Il suo eroismo gli valse in quell’occasione la Navy Cross alla memoria, il maggiore riconoscimento dei Marines.

Oltre quelle citate a “Manila John”, per i suoi atti eroici, furono assegnate altre 6 decorazioni di guerra.

Al valoroso figlio di emigrati di Colle negli USA sono intitolate strade e basi militari e ancora oggi è molto popolare. John Basilone, infatti, con il suo vero nome, è uno dei principali protagonisti nella serie televisiva The Pacific, prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks e incentrata su storie vere avvenute durante la guerra nel Pacifico, interpretato dall’attore John Seda.

Continua…

Antonello Santagata

 

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