I Santi padroni della Valle Titernino-Telesina II parte

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sec. XVII, S. Giuliana di Nicomedia - Dipinto murale

Unica chiesa in tutta la diocesi di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti dedicata a Santa Giuliana di Nicomedia è quella di Frasso Telesino di cui è patrona. Frasso, inoltre, è l’unico paese di tutto il centro- sud Italia (se si eccettua Frattamaggiore che la ha come co-patrona) ad avere la martire del III secolo come protettrice principale. E’ probabile che il suo culto si sia diffuso nel paese telesino grazie ai monaci benedettini, una parrocchia a lei dedicata è documentata nel XIII secolo, anche se essendo i benedettini presenti già dal 1100 è probabile che il suo culto sia stato introdotto prima.
L’attuale chiesa fu aperta ai fedeli nel 1968 prendendo il posto della precedente parrocchia, di probabili origini cinquecentesche, già ristrutturata nel ‘700. A quest’ultimo periodo risale anche la statua lignea della patrona che, come annota il parroco dell’epoca nel 1763, conteneva al suo interno due reliquie della Santa di cui una “autenticata” e da allora posta in un reliquiario d’argento a favore degli “infermi per la di loro consolazione”.
Da notare che nel paese sono molto venerati la Madonna del Campanile, che ha una statua del XII sec., nonché un crocifisso (risalente al 1670) detto del “Brancone”. Comunque il nome Giuliana non è particolarmente diffuso tra le frassesi. (Fonte: Luciano D’Amico).
Risale ai tempi del terremoto che sconquassò questa parte del Sannio nel 1688, la scelta da parte del popolo di Pietraroia di San Nicola di Bari come nuovo protettore, perché fino ad allora il patrono era San Paolo. La catastrofe naturale quasi rase al suolo il piccolo paese distruggendo anche la chiesa parrocchiale, dedicata a San Paolo, della quale si salvarono solo l’abside e la statua di San Nicola. Questa rimase in piedi e fu ritrovata girata, rispetto a come era posizionata prima, che guardava in direzione del Santissimo sull’altare. La cosa fu interpretata dalla gente come un chiaro segno che sarebbe stata l’intercessione di San Nicola a proteggere il borgo da eventi simili per cui, per volontà popolare, fu nominato patrono con atto ufficiale del 1732 che ricevette l’approvazione del Vescovo di allora Mons. Baccari.
La venerazione per il Santo però, come attesta la presenza della statua, è sicuramente precedente al XVII secolo. Anzi essa può farsi risalire alle origini stesse del culto di San Nicola considerata l’antica frequentazione dei pietraroiani con la Puglia, patria adottiva del Vescovo di Bari.
Il rito secolare della transumanza portava ogni anno, in inverno, i pastori e le loro greggi dai monti di Pietraroia alle pianure del tavoliere pugliese. Anche molti contadini si recavano in quella terra come operai per la mietitura del grano. Infatti la festa di San Nicola, che cade il 6 dicembre, a Pietraroia si festeggia la terza domenica di giugno, quando i pastori erano tornati e i contadini non ancora partiti. (Fonte: Don Donatello Camilli).
Complicato è risalire all’origine del culto di San Lorenzo Martire a San Lorenzo Maggiore perché complessa è la storia dell’origine di quel paese. Sappiamo, come ci dice Nicola Vigliotti, che i profughi di Limata, l’importante abitato di origine longobarda (attuale Piana), furono costretti in varie tornate, (guerre, catastrofi naturali), a cercare un “un più sicuro rifugio e formarono il primo nucleo che, dalla chiesetta dedicata al martire, fu detto San Lorenzo”.
Fu una formazione lenta e diluita nel tempo, che inizia nell’VIII-IX secolo per terminare nel XVI, ma la chiesa di San Lorenzo esisteva già, per cui il culto del Santo tra i laurentini deve considerarsi di antichissima tradizione.
Il paese, non avendo un castello, era conosciuto come “Casale” di San Lorenzo, fino al 1596 quando, in un documento della curia vescovile, compare il nome San Lorenzo Maggiore. L’aggiunta dell’aggettivo, da parte dell’amministrazione ecclesiastica, fu necessario per distinguerlo dall’altro San Lorenzo che, avendo all’epoca meno abitanti, era detto Minore o San Lorenzello.
L’antichissima chiesetta di San Lorenzo restò intestata al Santo fino al 1417 (quando fu eretta e gli fu dedicata l’attuale chiesa parrocchiale), dopo di che venne intitolata a Santa Maria della Neve, man mano nel tempo decadde fino a diventare in tempi recenti una legnaia.
Nel paese è molto ampia la devozione per la Madonna della Strada.
Pochi sanno che il co-patrono di San Lorenzo Maggiore è Sant’ Amando, nel VII secolo vescovo di Maastricht ed evangelizzatore del Belgio, le cui ossa, secondo la tradizione, furono ricevute in dono da un Canonico di San Lorenzo agli inizi del ‘700. Nessuno sa che fine abbiano fatto quelle reliquie. (Fonte: Ennio Cicchiello).
Le dinamiche della formazione del nucleo abitato di San Lorenzello sono molto simili a quelle di San Lorenzo Maggiore. Nel IX secolo le scorribande dei saraceni in Valle ed un devastante terremoto portarono i telesini a cercare rifugio in luoghi più protetti e sicuri situati più a monte, andando così a ripopolare, tra gli altri, un piccolo villaggio preesistente sorto attorno ad una chiesetta dedicata a San Lorenzo Martire. Di lì il nome del paese e, di conseguenza, la scelta del Santo protettore.
Ma la nascita di San Lorenzello è legata ad una leggenda molto più poetica e suggestiva. Per scampare alle orde del saraceno Seodan, Filippo Lavorgna, con la sua numerosa famiglia, scappa da Telese per rifugiarsi alle falde di Monterbano. Nella semplice e felice vita agreste di Filippo irrompe una sventura nonché la divinazione di una zingara che gli predice:”Su di te risplenderà una stella…insieme ad una profuga come te, dolce come il miele e bella come il sole, fonderai una città e il tuo nome rimarrà immortale”.
Dopo qualche tempo la dolce Rosita chiede aiuto a Filippo per suo padre morente, il giovane si allontana per portare un tardivo soccorso al vecchio, ma questa cosa gli salva la vita perché quando ritorna trova la sua famiglia sterminata dall’ingestione di funghi velenosi. Il comune dolore avvicina i due giovani che non tardano ad innamorarsi. Filippo comprende che è lei la fanciulla del destino ed una sera mentre le dichiara il suo amore suggellandolo con un bacio appassionato, una stella cadente “s’accese sulle loro teste andandosi a spegnere nella pianura sottostante. Era la notte di San Lorenzo. Ecco la nostra stella-disse Filippo- fonderemo per noi e per gli altri una nuova dimora”.
Così un bacio d’amore, dato sotto un cielo di stelle cadenti nella notte del 10 agosto, diede inizio alla fondazione di San Lorenzello. (Fonte: Nicola Vigliotti- San Lorenzello e la Valle del Titerno).
Era stata costruita nel XVI secolo la chiesa civica dedicata a San Bernardino da Siena, patrono di Morcone. Era detta civica perché di proprietà del Comune in quanto costruita con i soldi del popolo. La tradizione racconta che il culto si sia diffuso perché San Bernardino, nel suo gran girovagare da predicatore, passò anche per il capoluogo dell’Alto Tammaro (non vi è, però, evidenza storica). Anzi, continua la leggenda, il Santo lasciò tra i vicoli di Morcone una sua ciabatta che perse nella strada che da allora viene detto “ro chianiello”. Molto più verosimilmente il culto fu introdotto ad opera dei confratelli francescani presenti da secoli nel paese. Il decreto di nomina a patrono, comunque, firmato dall’arcivescovo di Benevento, è del 13 aprile del 1669.
L’antica chiesa, con i tetti in legno, andò completamente distrutta nel 1917 a causa di un incendio provocato dalle candele accese. Si salvò solo la facciata a partire dalla quale in tempi recenti è stato riscostruito un moderno edificio utilizzato come auditorium e luogo di riunione. Nell’antica facciata sono ben visibili delle riquadrature di maioliche e, in particolare, un rosone raffigurante un leone rampante su una rosa, stemma civico di Morcone, fatto di rare ceramiche cerretesi del 1626, lavorate, cioè, nelle botteghe della Vecchia Cerreto pre-terremoto.
E’ usanza, la vigilia della ricorrenza del Santo il 19 maggio, accendere nelle campagne dei falò di sterpaglie, la cosiddetta accensione del “pagliaro”.
Co-patrono di Morcone è San Domenico Abate o di Sora. Santo del X secolo, che protegge dai morsi dei serpenti (a Cocullo, in Abruzzo, vi è la tradizione di portare il Santo in processione coperto di serpi) e dai morsi di cani rabbiosi. Infatti, nel 1809 un cittadino morconese, riconoscente al Santo per essere scampato alla rabbia canina, portò nel paese una sua statua e introdusse il culto che rapidamente si diffuse fino ad essere ufficialmente proclamato co-patrono nel 1836.
Nel paese, però, attualmente è prevalente la devozione a Padre Pio che, agli inizi del ‘900, svolse il noviziato a Morcone. (Fonte: Lorenzo Piombo).
San Lupolo (o Lupulo) fu martire a Capua in data imprecisata, forse nel IV-V secolo, ed è commemorato, insieme a San Modesto, il 15 ottobre.
Intorno all’anno 800, in piena epoca longobarda, sorse a Benevento un’abbazia dedicata a questo Santo e a San Zosimo, vescovo di Siracusa, della quale oggi sono visibili solo i ruderi nella zona del Triggio. Il monastero non fu mai troppo ricco e popolato ma aveva importanti possedimenti in Valle Telesina, in particolare possedeva chiese e terreni nell’attuale San Lupo che allora si chiamava Sanctus Lupulus.
Chissà come ma, nelle intricate vicende dell’abbazia, questa, nel 1228, cambia nome e da San Lupolo i monaci, forse dimenticando o confondendo la vecchia attribuzione, la assegnano ad un altro Santo, a San Lupo vescovo di Troyes ed il paese, contestualmente, viene rinominato Santci Lupi.
Il culto del Santo francese nel paese, dunque, strettamente legato alle vicende dell’abbazia beneventana, può farsi risalire con certezza al XIII secolo.
Molto sentita nel paese è la festa patronale del 29 luglio, quando la statua del Santo viene portata in giro nel paese in una lunghissima e affollata processione che si svolge sotto il sole infuocato della tarda mattinata- primo pomeriggio. (Fonte: Wikipedia).
Antonello Santagata

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