Un complicato intrigo politico dell’800 – II parte

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Come detto alcuni paesi, in particolare quelli appartenuti alla provincia di Terra di Lavoro (Guardia, Cusano, San Salvatore, Solopaca, Faicchio, Sant’Agata dei Goti ed altri), erano fortemente contrari a passare con Benevento. Per questioni di abitudine, di rapporti commerciali, economici, culturali e personali, erano molto legati con le altre comunità viciniori di Terra di Lavoro, come ad esempio Piedimonte.
Il malcontento si concretizzò in un’istanza firmata da tutti i Sindaci del circondario, i quali si coalizzarono intorno a Salvatore Pacelli che si mise a capo della protesta.
Favorevole all’accorpamento era invece Michele Ungaro, anche perché Cerreto, il suo paese, era stato individuato come capoluogo di circondario. Comprese bene che, acquisendo il suo paese natale uno status di rilievo, poteva essere un trampolino di lancio per la sua carriera politica. In questo progetto ottenne l’appoggio del “potere economico” di Achille Iacobelli, il quale intuì l’utilità di schierarsi con il politico più scaltro e ambizioso per tutelare i suoi futuri interessi.
Pacelli fu infaticabile nel sostenere la sua lotta. Oltre ai Sindaci, mobilitò l’opinione pubblica promuovendo una petizione che fu inviata al governo. Ungaro parò il colpo. Il governo rispose che per una consultazione popolare vi erano delle “difficoltà procedurali” e addirittura (una beffa per Pacelli) riuscì a farsi nominare dal potere centrale come “referente” per valutare la situazione. Ottenne, in tal modo, un decreto urgente del governo per l’insediamento del responsabile del Distretto di Cerreto.
Il Cavaliere Iacobelli, in aggiunta, in qualità di Tenente Colonnello della Guardia Nazionale, si prese la soddisfazione di informare personalmente, tramite una nota, il Pacelli e i Sindaci dell’avvenuta determinazione ricordando loro, non senza una buona dose di cazzimma che “spetta a tutta questa civilissima popolazione mostrare del come sono soddisfatti del lieto avvenimento”.
Pacelli non desistette e rispose che “i cittadini di San Salvatore non festeggeranno mai un evento contrario alla libera manifestazione popolare e che favorirebbe solamente la condizione economica di pochissimi Cerretani”. E dopo aver tentato una infruttuosa soluzione di compromesso con lo stesso Ungaro, fallita nonostante i buoni auspici di don Pasquale Ungaro, padre dell’avvocato, portò il caso in parlamento.
Coinvolse i Deputati delle altre provincie interessate al rimaneggiamento ed ottenne dal Deputato di Piedimonte, il liberale Beniamino Caso, la presentazione di una proposta di legge che, vista la contrarietà di sindaci e cittadini, tendeva a sospendere gli effetti dell’aggregazione.
La Camera dei Deputati, malgrado gli appassionati interventi degli Onorevoli interessati, approvò invece un decreto che in sostanza lasciava per il momento inalterato l’assetto della provincia, demandando ad una legge successiva l’eventuale riconfigurazione.

Fu un’altra vittoria politica per Ungaro.
Ma ancora una volta Pacelli, aggrappandosi allo spiraglio lasciatogli dalla Camera e sperando che con il tempo avrebbe potuto raggiungere il suo obiettivo, non si diede per vinto. Teneva in caldo i Deputati coinvolti, promuoveva assemblee pubbliche chiedendo petizioni, convocava i Sindaci sollecitando deliberazioni.
Non esitando a rimproverare, con franchezza, chi tra questi ultimi si mostrava titubante. Come il Sindaco di Guardia, Domenico Piccirilli al quale scrisse: “…mi pare vi siate mostrato propenso ad una trattativa a noi nociva…preferendo il bene del Vs. Paese, come i Cerretani, a discapito degli altri quarantamila abitanti del Distretto”.
Così, con il sostegno di buona parte della popolazione, le cose si stavano rimettendo sulla buona strada per lui.
Stava di fatto però che il “partito” favorevole alla provincia così come era stata disegnata, e a cui naturalmente apparteneva Ungaro, era troppo forte. Il progetto aveva il sostegno del Governo e si avvalse in parlamento della tenace difesa dell’Onorevole Federico Torre, già generale pontificio e fratello di quel Carlo Torre che l’aveva proposto quando fu nominato da Garibaldi governatore di Benevento, il quale riuscì a sostenere con risolutezza e con successo le scelte del fratello.
Pertanto, incurante di quanto accadeva nella zona di Cerreto, la Camera decretò definitivamente, il 1 giugno del 1861, che la provincia di Benevento, istituita poco più di tre mesi prima, contenesse al suo interno anche i paesi della Valle Telesina.
Per Pacelli fu una terribile sconfitta, per Ungaro un trionfo.
Ma la decisione parlamentare non ebbe certo l’effetto di calmare le acque. I rancori, i risentimenti e le inimicizie continuarono per un po’. Gli stati d’animo erano ormai alterati e a rimetterci fu persino Monsignor Sodo, anche se certamente non c’entrava niente.
Il Vescovo, infatti, appena rientrato in sede dopo l’assoluzione dall’accusa di aver istigato i filo-borbonici, fu di nuovo costretto a scappare a Napoli. Scampò per poco all’arresto perché fu avvisato in tempo da un prete, Nicola Rotondi (lo stesso Rotondi autore di un manoscritto del 1870, mai pubblicato, dal titolo Memorie storiche di Cerreto Sannita, del quale una copia è custodita nella Biblioteca del Sannio di Cerreto). I suoi detrattori (pure lui li aveva), approfittando del clima di “tutti contro tutti” che si era creato, lo avevano accusato, stavolta, di essere un protettore dei briganti. Anche stavolta venne assolto.
Ancora circa un anno dopo, nell’estate del 1862, lo stesso Pacelli fu vittima di un attentato. Anzi di un fallito attentato.
Cosimo Giordano, accompagnato dai suoi fidi Pilucchiello e Albanese, gli tese un’imboscata lungo la strada per Puglianello. Per fortuna del Pacelli una guardia personale s’accorse dell’appostamento consentendo al suo principale di rifugiarsi verso Amorosi con una delle due carrozze. Al Giordano, deluso, non restò altro che picchiare e insultare un collaboratore del Pacelli, che a bordo di un’altra carrozza aveva continuato il tragitto, minacciandolo con la frase “Non ti ammazzo solo perché devi dire al tuo padrone che Cosimo Giordano prima o poi gli farà la festa”.
I maggiori sospetti su chi fosse il mandante dell’attentato si appuntarono, ovviamente, proprio su Michele Ungaro, l’irriducibile nemico di Pacelli. Ma restarono solo sospetti che non lo danneggiarono.
Difatti, Michele Ungaro come aveva fortemente voluto e, sicuramente, preordinato era stato già nominato primo Presidente della Provincia di Benevento. Carica che mantenne per altri due anni venendo rieletto, poi, per un secondo mandato.
Continuò la sua carriera politica sconfiggendo nelle elezioni alla Camera per ben quattro volte consecutive l’eterno avversario Salvatore Pacelli, concludendola con l’elezione a sindaco del suo paese. Lì trascorse gli ultimi anni fondando la Società Operaia di Mutuo Soccorso e lì finì i suoi giorni a 71 anni, lasciando due figli ad alternarsi per varie legislature come sindaci di Cerreto.
Il tenace e coriaceo Pacelli non si arrese nemmeno dopo le svariate sconfitte riuscendo, infine, ad essere eletto al parlamento nel 1876. Successo che ottenne, sconfiggendo finalmente l’Ungaro, anche perché la sua candidatura era stata proposta e, soprattutto, fortemente sostenuta dal Vescovo Luigi Sodo. Pure questa volta, però, dovette prima sventare una ennesima genialata politica di Ungaro che, fiutando il mutamento del clima politico, aveva provato a farsi candidare proprio dal partito di Pacelli e al posto suo, coinvolgendo nel tentativo anche il ministro Nicotera.
Salvatore Pacelli morì nel suo paese, da sindaco in carica, nel 1902 all’età 65 anni.
Achille Iacobelli pubblicamente mantenne un profilo solo un po’ più basso. In politica fece parte come Consigliere del primo consesso provinciale e come carica di prestigio divenne ufficiale della Guardia Nazionale.
E continuò a fare affari, ora con i nuovi governanti. Tanto che già nel 1863, quando il Parlamento votò per la costruzione della linea ferroviaria Napoli-Foggia, ottenne (si disse “erogando favolose somme”) che essa passasse per Telese e non per Avellino. Si spense, sessantenne, nella sua San Lupo.
Monsignor Luigi Sodo, dopo le disavventure giudiziarie di quel periodo, governò ancora per oltre 30 anni la diocesi di Cerreto-Telese. Fu molto amato dal popolo ed anche dai suoi preti, nonostante la sua intensa campagna contro gli abusi del clero. Lasciò la terra a 84 anni in odore di santità. Proclamato quasi subito Servo di Dio, la causa della sua beatificazione è ferma dal 1916.
Dopo quattro anni di lavori forzati nel carcere di Favignana, Cosimo Giordano morì all’età di 49 anni.

Antonello Santagata

  • Per saperne di più:
  • S. Rampone- Memorie politiche di Benevento- Ed. D’Alessandro, Benevento 1899
  • G. Spada- Personaggi e vicende del Sannio contemporaneo- Ed. Casa editrice beneventana, Benevento 1973
  • L. Sangiuolo- Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880- Ed. De Martino, Benevento 1975
  • N. Vigliotti- E. Bove- Il vescovo e il liberale- Ed. Vereja, Benevento 2011

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