Un complicato intrigo politico dell’800 – I parte

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Illustrazione di Giovanni Lombardi 2018

Fu Salvatore Rampone, capo dei garibaldini beneventani, a contrattare direttamente con Garibaldi appena insediatosi a Napoli nel 1860, l’istituzione della Provincia di Benevento.
Garibaldi approvò ma Benevento, che era stata enclave papalina per ben sette secoli, non aveva un suo territorio.
L’incarico di stabilire i nuovi confini fu affidato ad un geometra, il quale semplicemente prese un compasso puntato su Benevento e tracciò un cerchio che comprendeva da Sant’Agata dei Goti a San Bartolomeo in Galdo fino ad Ariano Irpino.
Questo progetto piacque a Carlo Torre, capo del partito dei garibaldini moderati, (che nel frattempo era stato nominato Governatore della Città italiana di Benevento, facendo le scarpe proprio a quel Salvatore Rampone che pur vantava un curriculum di fervente mazziniano e garibaldino della prima ora) che, con qualche modifica, lo propose ai nuovi governati.
Il prodittatore sabaudo di Napoli approvò però, solo il decreto di costituzione dalla Provincia, rimandando il definitivo assetto ad una legge successiva. Così dopo varie modifiche ed integrazioni si arrivò all’ultimo progetto, approvato con decreto del 17 febbraio del 1861, della nuova Provincia di Benevento costituita da 74 paesi per complessivi 244.000 abitanti suddivisi in tre distretti: Benevento, Cerreto e San Bartolomeo in Galdo.
Questa suddivisione non piacque quasi a nessuno. Prima di tutto a quello stesso Rampone che l’aveva fortemente voluta, richiesta ed ottenuta poiché la riteneva “irregolare” ed inoltre perché era stato escluso Ariano e mantenuto San Bartolomeo “che resta al confine della Capitanata e costa troppo disguido amministrativo”.
Non piacque ai comuni caudini (Cervinara, San Martino Valle Caudina, Rotondi) che per vicinanza volevano far parte della nuova provincia.
Non piacque agli altri comuni che sino ad allora erano appartenuti alle altre province del Regno di Napoli i quali, capitanati dai loro politici di riferimento, cercarono fino all’ultimo e con tutti i mezzi di non essere aggregati all’istituenda provincia di Benevento.
Capitanata (Foggia) perse San Bartolomeo e Castelfranco; Principato Ultra (Avellino) rinunciò, tra gli altri, a Vitulano, Montesarchio e Ceppaloni; il Molise cedette Morcone, Pontelandolfo, Colle e Baselice; Terra di Lavoro (Caserta) perse Cerreto, San Salvatore, Cusano, Guardia, Solopaca, Airola e S. Agata dei Goti.
Ma fu nel distretto di Cerreto che, la vicenda relativa a questi contrasti, assunse i caratteri di un intrigo politico- istituzionale con il coinvolgimento di alti religiosi e imprenditori condita da elementi di tipo camorristico, e vide protagonisti personaggi di tutto rilievo nella storia di questa parte del Sannio.
I politici Michele Ungaro e Salvatore Pacelli, l’imprenditore Achille Iacobelli, il Vescovo Luigi Sodo ed il brigante Cosimo Giordano.
Michele Ungaro, personaggio molto celebrato. Per lo più i suoi biografi ne parlano come un politico di spessore, di grande cultura, poeta e saggista, bravo oratore, risorgimentista sin dai moti del 1848, amico di Bettino Ricasoli e Quintino Sella nonché in rapporti epistolari con Alessandro Dumas padre e Giuseppe Verdi.
Altri lo descrivono come un politico cinico e voltagabbana, non senza macchie. Certo è che nel 1860 abbandona improvvisamente la carriera di Regio Giudice a Casoria, dove i detrattori dicono sia stato uno “zelante difensore dell’ordine borbonico”, per darsi alla politica con evidente successo diventando il primo presidente della neonata provincia di Benevento, poi deputato al parlamento per quattro legislature ed infine sindaco di Cerreto Sannita.
In sintonia con l’imprenditore Achille Iacobelli (era il suo avvocato), in prossimità della costituzione della neo provincia, ancora una volta si trovarono ad avere gli stessi interessi. Fu anche il difensore del brigante Cosimo Giordano, nel processo che, nel 1882, lo condannò ai lavori forzati a vita.
Sicuramente discussa e controversa fu la figura di Achille Iacobelli, Don Achille o semplicemente il Cavaliere, ricchissimo proprietario di San Lupo. Geniale e moderno imprenditore, dotato di grande spirito di iniziativa, sua fu l’idea dello sfruttamento delle acque termali di Telese con la costruzione delle Terme Iacobelli, fece di tutto affinché la ferrovia passasse per Telese. Realizzò, tra l’altro, la strada Cerreto-Guardia e ricostruì il ponte Maria Cristina a Solopaca.
Frequentatore di Casa Borbone, quando, nel 1852, Ferdinando II fece visita al Distretto di Cerreto (a Massa c’è ancora un Epitaffio che ricorda quell’episodio) lo ospitò nel suo palazzo insieme alla Regina Maria Teresa (alla quale offrì i fagioli di San Lupo che da allora furono detti “della Regina). In quella occasione espose al Re la necessità di edificare un ponte a Torello di Melizzano sentendosi rispondere dal Borbone:”Achì fallo tu, ca tieni soldi assaje”, e così fece.
Comunque quando arrivarono i garibaldini, fedele al principio degli imprenditori filo-governativi, non esitò a schierarsi con loro tanto da essere nominato subito Tenente Colonnello della Guardia Nazionale (era già stato, però, Colonnello delle Guardie Borboniche) e a farsi eleggere nel neonato consiglio provinciale.
Salvatore Pacelli, invece, da San Salvatore era ritenuto dai più una persona perbene, un galantuomo ed un idealista anche se irascibile e “intransigente moralizzatore”. Si riteneva in missione contro il malaffare, fu sfidato a duello per aver denunciato l’Onorevole Marchese di Pago Veiano, Michele Polvere, per un presunto caso di corruzione.
Era legato da sentimenti di stima e rispetto, pur avendo idee opposte, al vescovo Luigi Sodo. Quest’ultimo non esitò a richiamarlo per un rapporto “irregolare” con la sua domestica, rapporto che Pacelli in seguito provvide a regolarizzare sposandola e avendo da lei dieci figli.
Liberale, sostenitore delle idee del Risorgimento e accanito artefice della lotta al banditismo brigantesco, apparteneva al partito opposto e fu acerrimo avversario di Michele Ungaro dal quale veniva regolarmente battuto ad ogni elezione. Dovette aspettare anni per potersi prendere una rivincita.
Monsignor Luigi Sodo. Nominato vescovo di Cerreto-Telese nel 1853, dove restò in carica per 43 anni, per volontà di Ferdinando II, che lo aveva già conosciuto come valente predicatore, rimase sempre nel cuore dei Borbone e viceversa.
(Particolari furono le circostanze che portarono al suo incarico. Nel citato viaggio, inatteso, di Ferdinando II, costui fece visita anche alla cattedrale di Cerreto. Fu accolto solo dai preti, che si affrettarono ad organizzare l’accoglienza, ma non trovò il Vescovo. All’epoca, infatti, la diocesi era unita a quella di Alife ed il Vescovo risiedeva abitualmente a Piedimonte. Ci rimase male, il Borbone, nel constatare la disorganizzazione del clero e gli sembrò strano che un territorio importante non avesse un suo Vescovo. Appena tonato a Napoli scrisse a Pio IX chiedendogli di separare le diocesi indicando espressamente Luigi Sodo per il nuovo incarico. Il papa, accogliendo le indicazioni del “Nostro amato figlio Ferdinando”, dopo pochi mesi, divise le diocesi e lo nominò Vescovo di Cerreto-Telese. Monsignor Sodo accettò l’incarico con riluttanza a causa delle sue condizioni di salute, era stato in punto di morte per una grave malattia, ma, avendo già rifiutato la nomina a Vescovo di Crotone e poi di Sulmona, gli sembrò troppo offensivo verso il Santo Padre un terzo rifiuto.)
Quando agli inizi dell’Italia unita a Cerreto vi furono dei moti filo-borbonici, i liberali accusarono il Vescovo di essere dietro i tumulti. Fu costretto a scappare a Napoli, venne processato e assolto anche perché, di fatto, lui aveva contribuito a calmare quei moti.
Pochi mesi dopo scappò di nuovo a Napoli quando fu ricercato dalla Polizia italiana, questa volta con l’accusa di favorire il brigantaggio, e quindi il capo brigante Cosimo Giordano. Fu arrestato, processato e di nuovo dichiarato innocente.
Nei lunghi anni in cui rimase in carica predicava che “la pietà è il più nobile impegno dell’anima” e contemporaneamente si dedicò molto alla formazione culturale dei preti. Portò il seminario vescovile ad altissimi livelli. Basti pensare che studiarono a Cerreto Alfonso Castaldo, poi Cardinale Arcivescovo di Napoli, e Luigi Maglione diventato Cardinale Segretario di Stato sotto Pio XII.
Cosimo Giordano, brigante. Ebbe a che fare con la violenza fin da adolescente, a 16 anni uccise l’assassino del padre. A 20 anni è caporale nell’esercito borbonico (verrà infatti chiamato da tutti Caporal Cosimo) e partecipa, distinguendosi per valore, alla cruciale battaglia del Volturno. Con la sconfitta del suo esercito torna a casa dove lo attende un mandato di cattura. Per cui a 21 anni è brigante.
Datosi alla macchia e a capo di una banda operante nel circondario cerretese (che arriverà a contare 115 elementi o 286, come lui stesso affermava, suddivisi in 4 brigate), taglieggia, uccide e ricatta mentre lotta e combatte i piemontesi. Nei pressi di Pontelandolfo tende un agguato a 45 soldati dei Savoia, li cattura e li uccide, tutti tranne uno. La ritorsione dei sabaudi fu contro i civili, con 13 morti accertati, e contro il paese, che incendiarono.
Con l’intensificarsi della repressione contro i briganti, fu costretto più volte ad allontanarsi. Diventato un personaggio, vestiva elegante e a Roma frequentava personaggi politici legati ai Borbone, più di uno storico afferma che godesse di protezione politica anche nel suo paese (Ungaro).
L’ultima fuga fu in Francia dove risiedette una quindicina d’anni sotto falso nome. Attirato con uno stratagemma in Italia, fu arrestato e condannato all’ergastolo.
Questi i personaggi, ma cosa accadde nella Valle Telesina al momento della costituzione della nuova provincia?
Continua…
Antonello Santagata

  • Per saperne di più:
  • S. Rampone- Memorie politiche di Benevento- Ed. D’Alessandro, Benevento 1899
  • G. Spada- Personaggi e vicende del Sannio contemporaneo- Ed. Casa editrice beneventana, Benevento 1973
  • L. Sangiuolo- Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880- Ed. De Martino, Benevento 1975
  • N. Vigliotti- E. Bove- Il vescovo e il liberale- Ed. Vereja, Benevento 2011

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