Tulisiom –Telesia II parte

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Come abbiamo visto Tulisiom subì nei secoli varie devastazioni (Annibale, Fabio Massimo, Silla).
Anche se devastare una città sannita era, come dire, abbastanza agevole. I Sanniti di solito non costruivano in muratura, tranne qualche tempio, vivevano in case di legno fatte al più da una stanza con annesso deposito. Il loro termine per definire la casa, infatti, era triibon che significava trave.
Per cui non solo era facile incendiare e, dunque, distruggere un agglomerato urbano ma questo è anche il motivo per cui non sono rimaste grosse testimonianze di ruderi sanniti, se si eccettua Pietrabbondante. In pietra, anzi in pietre megalitiche, costruivano il cosiddetto oppidus che era una fortificazione delle cime delle montagne utile come rifugio in caso di attacchi e come punto di avvistamento. Chiaro esempio di queste costruzioni è l’Arce di Monte Acero (Faicchio), una roccaforte risalente al VI secolo a. C., edificata probabilmente dai Telesini insieme a varie altre simili sui monti tutt’intorno.
L’agglomerato di poche capanne era definito vicus ed un insieme di questi costituiva il pagus (villaggio). L’insieme dei villaggi di una determinata zona, infine, formava il touto (una sorta di regione).
L’organizzazione dello stato era federale e, relativamente all’epoca, democratica. A capo del touto era posto il Meddix (Meddiss in osco) una carica che godeva di piena autorità in campo militare ma anche civile, religioso e giuridico. Veniva eletto, di solito, tra le famiglie più in vista, durava in carica un anno, rieleggibile ed era aiutato da una assemblea. Livio riferisce che questi venivano criticati pubblicamente e apertamente dai cittadini. Un potere quindi molto diverso da quello del concetto di re, parola, tra l’altro, che non esisteva nemmeno nella lingua osca parlata dai Sanniti.
Ogni tribù aveva vari Meddiss che si riunivano, in un consiglio federale, presso Pietrabbondante, che era la capitale soprattutto religiosa delle quattro tribù, in occasioni di decisioni di pertinenza militare o organizzativa.
Non avevano il re e non avevano neanche gli schiavi. Il concetto di schiavitù era molto lontano dallo spirito “anarchico” dei Sanniti che ritenevano, a differenza dei Romani, che ogni uomo nascesse libero. Questo li favoriva, tra l’altro, anche in occasioni delle guerre poiché potevano reclutare chiunque nelle loro temibili schiere, a differenza dei Romani per i quali potevano combattere solo gli uomini liberi. Perciò i Sanniti erano, il più delle volte, preponderanti numericamente rispetto ai loro storici avversari.
Avevano in grande considerazione il ruolo femminile. Alle donne era affidata la cura dei figli, che educavano con “rigore e severità”, la cura quindi del futuro guerriero, cioè della loro principale forza e ricchezza. Esempio del rispetto per le donne è rappresentato dal fatto che queste potevano partecipare ai banchetti e, addirittura, potevano bere vino. Bere vino, invece, per le donne romane era assolutamente sconveniente e severamente proibito fino all’età imperiale. Esistono testimonianze scritte di ripudi di donne solo perché erano state viste bere vino. Per i Romani se una donna beveva era anche in grado di tradire facilmente.
Ma vediamo come era fatta l’antica Telesia che, da Silla in poi cominciò a prendere sempre più le fattezze di una città come oggi la possiamo immaginare.
Alla città si accedeva per almeno quattro porte: l’Alifana, la Calatina, la Caudina e la Beneventana, quest’ultima proseguiva la primaria via Latina (altro segno della sua importanza) che conduceva a Benevento provenendo da Roma passando per Capua.
Era di pianta circolare e tra le mura di cinta, alte in media sette metri e spesse fino a due metri, erano inserite una quarantina di torri rotondeggianti, dislocate a distanza variabile a seconda della criticità difensiva. Un grande acquedotto che partiva dalle colline di Cerreto (zona Leonessa), i cui resti sono stati visibili fino al ‘700, la riforniva abbondantemente di acqua.
Notevole era l’estensione dei suoi territori che andavano da Valle di Maddaloni fino a Campolattaro.
Ma all’interno, nella sua struttura fatta di vie incrociate con al centro la piazza principale, come si viveva? Non è difficile immaginare che una città così nodale pullulasse di traffici e commerci.
Vi potevano essere delle botteghe che vendevano “cibo da strada” costituito perlopiù da pane di farro e orzo e carne secca, molto in uso per il pranzo perché il pasto principale era tardo pomeridiano. Ma anche tanti negozi di frutta, legumi e ortaggi. Diffusi i ceci, le fave e le lenticchie, amavano anche l’insalata di lattuga e rucola condita con olio e aceto. Sempre presenti cipolle, castagne, noci e lupini (ricordiamo che non esistevano patate e pomodori). Molto rinomate, in particolare per le tavole dei Romani, erano le famose olive del Taburno. Essendo prevalentemente pastori non mancavano le proteine derivanti dagli ovini e dal formaggio. Ma il loro quotidiano pasto principale era costituito da una brodaglia di zuppa di farro (il pulsum), cucinata, solo nelle case più ricche, nel latte e insaporita con miele. E sicuramente si produceva e si vendeva vino. Il vino beneventanum, con lieve aroma di affumicato, e, per estensione il vino sannita, era molto apprezzato dai romani già dal IV secolo a. C.
Non è improbabile quindi che vi fosse anche un tempio dedicato a Bacco o per meglio dire a Loufir come lo chiamavano i Sanniti. Certa, invece, la presenza di un grande tempio dedicato ad Ercole. I Sanniti apprezzavano molto Ercole, che per la sua forza e le sue virtù guerriere veniva considerato vero e proprio dio. E Telesia era uno dei principali centri del suo culto, come un’antica Pietrelcina. La città venne infatti denominata “Colonia Herculia” dal nome del suo protettore, raccoglieva fedeli da tutto il circondario, e numerose sono le statuette votive dedicate al dio ritrovate negli scavi.
Sicuramente a Telesia si veneravano anche Venere, Marte e la dea italica Fortuna.
Il pantheon sannita, inoltre, annoverava, prima di tutto Giove, padre degli dei, da loro chiamato Diovs (quasi come noi) e soprattutto, molto amato per evidenti motivi legati allo spirito guerriero di quel popolo, Mamerte (il Marte romano) dio della guerra. Tra le altre divinità avevano una notevole importanza Kerres (Cerere) la madre terra, Mefitis (Mefite) dea delle sorgenti e della transumanza e Persepona (Proserpina) che sorvegliava il passaggio tra gli inferi ed il mondo dei vivi.
I ritmi della natura scandivano il loro tempo e tutto ciò che era legato alla natura veniva da essi adorato (dagli spiriti dei boschi agli spiriti degli antenati). Ma non si pensi ad un concetto moderno di fede. Gli antichi, in genere, davano per scontata l’esistenza degli dei con i quali avevano un rapporto di scambio: ti do affinché tu mi dia. Erano molto superstiziosi ed i loro rituali erano meticolosi ed attenti. Tanto superstiziosi da portare al collo sin dalla nascita una specie di amuleto, la bulla, di stoffa o di metallo, che conteneva pietre colorate, amuleti vari e quanto altro era necessario ad allontanare il malocchio (il fascinus).
L’uomo alla maggiore età toglieva la bulla e diventava degno di indossare il cinturone. Fatto di cuoio e bronzo lavorato, portarlo era il vero e sacro simbolo del maschio sannita. E’ pensabile che gli uomini, quando non indossavano le armature, vestissero di grossolani abiti di lana grezza. Le donne invece, quando non erano in casa a tessere la lana, vestivano con più accuratezza. Lunghe tuniche di lana o lino bianche, fermate in vita con una catenella. Si adornavano con gentili e, a volte, raffinati monili: anelli, fibule ed orecchini di vari metalli tra cui anche l’oro.
Inoltre, vi dovevano essere a Telesia varie botteghe di barbieri, era infatti uso del maschio sannita passare periodicamente da essi per farsi radere. Completamente, dalla testa ai piedi compreso il pube, mostrandosi così, nudi e senza vergogna, davanti agli occhi di tutti. Cosa che suscitava grande sdegno e meraviglia agli occhi dei Romani.
E’ difficile che quella gente si annoiasse durante la giornata. A Telesia vi era un grande anfiteatro ed una rinomata scuola gladiatoria. I giochi gladiatori dovevano essere frequenti anche perché quell’ arte nacque proprio nel Sannio. Tra gli antichi Sanniti era in uso organizzare, in particolare in occasione di solenni funerali o di altre celebrazioni, giochi incruenti tra combattenti.
Fino al I secolo a. C. gli unici combattenti in tutte le arene erano Sanniti. Tanto è vero che i Romani usavano il temine Samnes come sinonimo per indicare sia il gladiatore che il sannita. Successivamente furono introdotti altri combattenti “etnici”, il trace da Silla ed il gallo da Cesare. Poi, dall’età imperiale, i Romani se ne impossessarono completamente facendone il loro sport nazionale.
E’ certo che Telesia avesse anche un teatro. Nell’età antica era di moda rappresentare lunghe e famose tragedie greche, ma non è improbabile che in quel teatro si rappresentassero anche le “farse atellane”. Questi spettacoli erano delle brevi rappresentazioni alla portata di tutti. Nate tra la gente osca (furono recitate in osco anche a Roma per molti anni e si dice che lo stesso Silla si divertisse a scriverle) erano a sfondo umoristico a tratti volgari, molte volte oscene, e prevedevano dei personaggi fissi, perlopiù di origine plebea (Buccus, Manducus, Casnar, Messius), che recitavano mascherati. Questi personaggi, come il servo furbo sempre affamato o il vecchio benestante e sciocco, ricordano molto alcuni personaggi della “Commedia dell’arte”, tipo Pulcinella e Pantalone, tanto da fare affermare a vari studiosi che questa forma di commedia, tutta italiana, tragga origine proprio dalle atellane.
Come in tutte le città romane di una certa importanza, a Telesia, non potevano mancare le terme (non di acqua sulfurea perché all’epoca ancora non era emersa). Anzi Telesia era così importante da averne due. Tra il I ed il II secolo d. C. in città vi erano ben due impianti termali, uno dentro le mura ed uno fuori le mura. (Uno slogan pubblicitario potrebbe tranquillamente recitare: Telese, terme da duemila anni). Per i Romani, e dunque anche per i Telesini di quell’epoca, le terme rappresentavano il loro maggiore svago nonché un luogo di socializzazione. Le intendevano come un vero e proprio “percorso salute” con bagni, massaggi e passaggi rapidi dall’acqua caldissima a quella gelida.
A fine giornata, tornati nelle loro abitazioni, i più benestanti tra i Telesini, dopo il pasto serale, forse continuavano a divertirsi giocando al kottabos. Questo era un gioco di origine greca molto popolare anche tra i Sanniti. Consisteva nel posizionare un piatto in precario equilibrio su di un’asta di bronzo che doveva essere colpito con le ultime gocce di vino che restavano nella coppa, facendolo cadere. Il premio variava e consisteva nel ricevere un dolce o delle uova ma anche un bacio o, addirittura, un amplesso con la donna prescelta.
Insomma, avendo avuto la fortuna di far parte di una classe privilegiata, non sarebbe stato male vivere a Telesia in quell’epoca.
Antonello Santagata

  • Fonti e bibliografia
  • N. Vigliotti- Telesia…Telese Terme. Due millenni- Ed. Arti Grafiche Don Bosco- Telese Terme 1993
  • E. Bove- San Salvatore Telesino da Casale a Comune- Ed. Tipografica del Matese- Piedimonte Matese 1990
  • E. T. Salmon- Il Sannio e i Sanniti- Ed. Einaudi 2002
  • S. Falato- La fortuna dell’osco nel dialetto di Guardia Sanframondi- 2012
  • A. Santagata- Samnes- Amore e guerra al tempo dei Sanniti- Ed. Arpeggio Libero- Lodi 2017

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