I miracoli di Castelvenere (tra storia e fantasia)

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Raffaello, studio per la trasfigurazione

Fu un sogno collettivo. Carmine di Castelvenere, Marietta di S. Salvatore e Adelina di Telese. Tutti e tre erano nati lo stesso giorno. L’11 di aprile che in quell’anno, il 1858, cadeva nella seconda domenica di Pasqua.

Quando, finalmente, nacquero furono accolti con grande gioia perché, in ciascuno dei casi, furono considerati dei miracoli. I loro genitori, infatti, disperando che la loro casa sarebbe mai stata allietata da una nascita, fecero voto alla Madonna dell’Addolorata affinché gli consentisse di avere un figlio.

Tutti e tre fecero lo stesso sogno, la stessa notte.

L’Addolorata, la loro protettrice, comparve loro supplicandoli di scavare a Castelvenere presso il Vallone verso Guardia, sotto il mandorlo. Lì avrebbero trovato una sua immagine ed una sorgente di acqua. E proprio in quel luogo avrebbero dovuto far erigere una chiesa a lei intitolata.

Carmine non diede gran peso alla cosa ed il mattino successivo prese il suo zaino e si recò, come al solito, nei campi a lavorare non prima, comunque, di aver raccontato dello strano sogno alla moglie commentando che lui a quelle cose non credeva.

Le due donne, invece, il giorno dopo di buon ora si recarono a Castelvenere entrambe con l’intenzione di narrare il loro sogno a Don Bartolomeo il parroco. Contemporaneamente arrivarono in canonica ed insieme furono ricevute dal prete.

Il racconto del loro sogno, simile anche nei dettagli, le sbalordì non meno di quanto meravigliò l’arciprete. Questi, che era un fervente credente e incline alla suggestione, avrebbe voluto far iniziare gli scavi il giorno stesso ma l’ubbidienza e la prudenza gli suggerirono di raccontare il fatto a Sua Eccellenza il Vescovo.

Monsignor Iannacchino, il vescovo, si comportò come la chiesa di solito raccomanda di comportarsi in questi casi: ordinò al prelato di non dare clamore alla cosa imponendogli nel frattempo di vigilare sulla vicenda. “Conviene- scrisse- che andiamo col passo di piombo giacché possiamo dare adito ai nemici di Santa Chiesa di screditare le cose sante”

Così la cosa sembrò spegnersi lì. Senonché Adelina, la telesina, nonostante le raccomandazioni del parroco, non seppe mantenere il riserbo e andò dalla sua “comarella” di Castelvenere a raccontare il fatto. La comare lo raccontò al marito, il marito ne fece argomento di discussione alla bettola con gli amici, gli amici ne parlarono con le loro donne e queste con le loro amiche. Insomma nel giro di qualche giorno l’accaduto fece il giro del paese.

E fu proprio Eliseo il falegname, il marito della comarella di Adelina, che, preso dal più violento attacco di fervore mistico, una sera prese la vanga e si recò nel luogo indicato dal sogno cominciando a scavare. Scavò tutta la notte fino al mattino quando, esausto, si accasciò a dormire sul terreno dove lo trovarono i parenti che s’erano preoccupati per la sua scomparsa.

Durante la notte forse il vento aveva spezzato due ramoscelli del mandorlo facendoli depositare accanto alla sua testa come una corona di fiori. La circostanza fu presa dalle persone accorse come un prodigio e come un chiaro segno che la Madonna voleva che anche loro imitassero l’artigiano nel continuare gli scavi.

Così fecero. L’ardore religioso, ormai, si era impadronito della piccola comunità e si espanse a macchia d’olio anche ai paesi vicini. In breve tempo gli scavatori divennero centinaia: uomini, donne, vecchi e bambini. Non solo contadini ma persone di ogni ceto ed istruzione furono presi dall’ entusiasmo e dal trasporto verso il divino. In dieci giorni di lavoro ininterrotto, riuscirono a scavare un fosso profondo 42 metri e largo più di dieci.

Quella immane fatica da forzati, però, sembrava infruttuosa. Tra il terriccio fu ritrovato di tutto: ossa umane e ossi di animali; cocci di vasellame segni di antichi insediamenti umani; numerosi e lunghi pali di legno posti in verticale, che in seguito vennero riconosciuti da illustri studiosi come basi di preistoriche palafitte, ma di quanto preannunciato dalla Vergine proprio niente.

Finché l’ennesimo colpo di vanga colpì quello che sembrava un semplice grosso pezzo di legno, lo tirarono fuori e, imbrattata di fango e creta, venne alla luce una statua lignea della Madonna con il Bambino in braccio come se fosse accomodata su di una sedia. Della seggiola, però, non fu trovata traccia anche se la mano destra della Vergine era appoggiata ai resti di un bracciolo finemente intarsiato.

Appena liberarono la scultura dal terreno, come se facesse da tappo ad una tubatura rotta, cominciò a zampillare un fiotto d’acqua limpida con una tale forza da arrivare quasi al bordo dello scavo.

Il presagio si era avverato.

Accanto alla statua, Eliseo trovò due orecchini d’oro rimasti seppelliti lì chissà per quanti anni insieme all’effige della Madonna. Sinora l’uomo era stato il più devoto ed il più fedele esecutore del volere divino ma alla vista di quegli oggetti fu assalito dalla irresistibile tentazione di raccoglierli e tenerli per sé. L’acqua, fatta sorgere dalla Madonna, non poteva che essere miracolosa.

Così tanti pellegrini del circondario si recarono sul luogo con la speranza di essere miracolati. Ciechi, storpi, malati cronici ed affetti da ogni genere di morbo si recarono a Castelvenere per bagnarsi in quelle acque. Calati nel fosso con improvvisate ed insicure carrucole si immergevano nell’acqua della Madonna riemergendo in alcuni casi, si disse, completamente guariti.

La storia della statua e dell’acqua travalicò in breve i confini della vallata arrivando fino a Napoli, dove la “Gazzetta di Napoli” si interessò al fatto inviando sul luogo il giovane giornalista Salvatore di Giacomo.

Il parroco, intanto, ligio alle disposizioni del Vescovo, cercò di non interferire e per un po’riuscì a tenere una sorta di registro delle guarigioni. Dovette annotare numerosi casi di prodigi fino a che comprese che la situazione gli stava sfuggendo di mano e affidò la cosa completamente nelle mani del Monsignore.

Questi dispose che due illustri medici, di sua fiducia, indagassero su quei casi sia per scansare inutili e inopportune speculazioni sia per evitare di alimentare false speranze nei fedeli ammalati. Dopo un rapido ma accurato esame scientifico di quei “miracoli” i casi inspiegabili si ridussero solo ad un paio. Quello di una anziana signora di Frasso Telesino che risultava guarita da una paralisi alla mano destra e quello di un giovane di Sepino che aveva riacquistato la vista ad entrambi gli occhi dopo averli bagnati con l’acqua prodigiosa.

Intanto Eliseo il falegname, si ammalò. Ebbe febbre alta per molti giorni e nonostante le cure approntate dal medico del paese non si videro segni di miglioramento. Nemmeno l’immersione nella santa acqua benedetta della Madonna diede alcun frutto. Anzi le condizioni dell’artigiano peggiorarono sempre più finché non si ridusse in uno stato vegetativo.

La giovane figlia, che lo assisteva e lo accudiva, puliva e rassettava la camera da letto del padre quotidianamente finché una volta, nella spostare i pantaloni appesi alla sedia, vide cadere dalla tasca un oggetto di metallo brillante. Raccolse un bellissimo orecchino d’oro e nel rovistare nelle tasche trovò anche l’altro.

La ragazza non riuscendo a spiegarsi come mai li avesse suo padre, riferì la cosa ai due fratelli. Neanche questi, però, riuscirono a dare una spiegazione plausibile di quel ritrovamento.

Ma durante la notte i due, in contemporanea, videro in sogno la Madonna, del tutto somigliante a quella raffigurata nella statua trovata negli scavi, che svelò loro che gli orecchini erano a corredo della sua statua ed il loro padre li aveva sottratti.

La mattina successiva i due si raccontarono il proprio sogno, giungendo alla conclusione che le condizioni di salute del padre erano la conseguenza del suo comportamento disonesto e sacrilego. Rivelarono tutto alla madre e alla giovane sorella, e quest’ultima, ispirata, propose di riparare al misfatto paterno. Disse ai due fratelli, falegnami nella bottega del padre, di restaurare la statua di legno della Vergine e poi impose di vendere tutto quello che possedevano per iniziare la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna della Seggiola.

Così fecero. Aiutati dalle famiglie di Marietta e Adelina, le due donne che per prime ebbero la visione della Madonna, gettarono le fondamenta della cappella. Lavorarono alacremente per un intero anno, di giorno come muratori per la costruzione della chiesa e di notte come falegnami per il restauro della statua. Finalmente, nel giorno della seconda domenica di Pasqua, la chiesa della Madonna della Seggiola venne inaugurata con una solenne cerimonia e la benedizione del vescovo.

Nel frattempo Eliseo quella domenica improvvisamente aprì gli occhi e, seppur a fatica, riuscì a parlare.

Antonello Santagata

Bibliografia
MICHELE SELVAGGIO-PASQUALE CARLO – Castelvenere valdese -Ed. Realtà Sannita, Benevento 2015
ABELE DE BLASIO- Guardia Sanframondi, notizie storiche, appunti su Limata – Tip. Giannini, Napoli 1961

 

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