Un altro referendum per i nostri diritti negati

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Il Comitato sannita Acqua Bene Comune si è attivato per indire un referendum comunale a Benevento per chiedere il ritorno alla gestione pubblica del servizio idrico, iniziativa portata avanti anche in altre città del nostro Paese, tra cui Telese Terme.

Come referente del Comitato Acqua Bene Comune  della Valle telesina per i referendum del 2011, non posso negare di condividere un certo scetticismo. La vittoria dei referendum, infatti, non ha portato alla ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico. I governi, di destra e di sinistra, che abbiamo avuto dal 2011, non hanno tenuto conto dell’esito dei referendum, anzi hanno complicato e ostacolato la creazione di aziende speciali  per gestire il bene comune per eccellenza, e tenerlo fuori dal mercato, nonostante alcuni partiti, poi al governo, li avessero appoggiati.

E non c’é solo la delusione per la mancata ripubblicizzazione dell’acqua.

Tutto é asservito al mercato. Altri beni comuni, oltre l’acqua, sono stati ridotti a merce e servizi a pagamento da una politica subordinata all’economia. Il vergognoso abbandono e degrado  dei territori e la devastazione dei servizi pubblici dimostrano il vero volto dell’economia capitalistica, un sistema economico che sta distruggendo l’ambiente e sta negando diritti fondamentali. Basti pensare, per esempio, che anche ospedali e scuole sono state ridotte ad aziende che devono dimostrare di avere sempre più profitti, cioè clienti che, se diminuiscono, ne decretano fallimento e conseguente chiusura. Se un ospedale o una scuola, per esempio, non hanno un certo numero di “ clienti “, devono essere chiusi, anche se questo comporta negare il diritto alla salute ed all’istruzione di molti territori. Le proteste e le richieste di cambiamento sono state sistematicamente ignorate, causando un sentimento di impotenza che ha portato all’attuale mancanza di opposizione, sia a livello nazionale che locale.

     Il merito dei movimenti per l’acqua, per me, é quello di aver continuato la lotta, nonostante tutto, e continuato a denunciare le inadempienze e le falsità della politica, senza mai perdere la speranza di riuscire finalmente a far riconoscere l’acqua, e tutti i beni essenziali, come diritti fondamentali, ripartendo dal basso e dal locale.

E’ vero, anche i politici locali sono ormai semplice esecutori di direttive imposte da altri.

Il fallimento della gestione privata dell’acqua é evidente: tariffe e perdite delle reti sono aumentate, gli investimenti sono insufficienti, il servizio é scarso e non c’é nessuna salvaguardia della risorsa per l’ambiente e per le generazioni future. Eppure, sindaci e consiglieri, che si erano spacciati per difensori dei beni comuni per essere eletti, nulla hanno fatto per tornare alla gestione pubblica, usando il comodo alibi di avere le mani legate dalle leggi nazionali e dalla mancanza di fondi. Di fronte allo scempio dei nostri territori causato da scelte scellerate che portano alla chiusura di servizi o permettono opere impattanti come impianti eolici, raddoppi stradali, trivellazioni, alta velocità, le amministrazioni locali non fanno nulla, né rispondono alle richieste dei pochi cittadini che ne chiedono conto. Perché disturbarsi a farlo quando non ci sono state rivolte neanche contro l’aziendalizzazione di servizi fondamentali?  

 L’acqua, però, é un bene essenziale per la vita e non può essere ridotta a merce. Dalla lotta per il diritto all’acqua si può ripartire per creare un movimento di resistenza e lotta contro un sistema economico ingiusto e che mette a rischio la possibilità  stessa di sopravvivenza del nostro pianeta.

La difesa dell’acqua può essere il primo passo per creare un movimento di persone che si oppone allo sfruttamento di beni e persone, e che chiede conto agli eletti.

Sindaci e consiglieri sono persone vicine a chi li ha eletti e più controllabili. Dovrebbe essere più facile chiedere conto alle amministrazioni locali delle azioni svolte in difesa  del territorio e dei cittadini.

Diversi comuni della nostra provincia sono serviti da GeSeSa, una società affiliata ad Acea, una delle multinazionali che ottengono profitti dall’acqua. Il Coordinamento dei movimenti dell’acqua denuncia da tempo il rischio della creazione di una società privata per la gestione del servizio idrico di tutto il Sud, che vedrà protagonista ACEA, mettendo a rischio definitivamente il diritto all’acqua in quanto bene comune fuori dal mercato.

 Il referendum proposto a Benevento e Telese, e che si potrebbe proporre in tutti i comuni gestiti da GeSeSa, lo considero come una opportunità: ripartire dai territori per riappropriarci dei nostri diritti;  pretendere dai politici locali di gestire il territorio rispettando la volontà dei cittadini, difendendo il territorio che hanno promesso di salvaguardare prima di essere eletti. La battaglia per l’acqua pubblica può essere, di nuovo, il tentativo di creare un movimento di opposizione reale, fatto di persone che si riappropriano del proprio diritto di partecipare alle decisioni che riguardano il governo e la tutela dei beni comuni.

Se si riuscisse ad ottenere referendum locali per ripubblicizzare il servizio idrico, e a vincerli senza che cambi nulla, si avrà tutto il diritto di chiedere agli amministratori locali di dimettersi, soprattutto a quelli futuri che probabilmente, per essere eletti, appoggeranno la battaglia per la ripubblicizzazione e la difesa del territorio che ne consegue.

Se nulla possono, o potranno fare, contro la mercificazione dei beni comuni e la devastazione dei nostri territori, a che serve essere eletti? A che serve essere amministratori se non si può amministrare? Le dimissioni sarebbero un atto dovuto verso i cittadini e il modo per far arrivare un messaggio anche al governo nazionale: un governo che non rispetta gli elettori non é legittimato a governare.

Come si diceva nel 2011: l’acqua é vita; l’acqua é democrazia.

Marilina Mucci

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