Aniello e le sue sorelle  (tratto da una leggenda telesina)

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Ignazio Sironi: La famiglia del pastore

Viveva a Telese tanti e tanti anni fa, in un posto ora detto contrada Sant’Aniello, un giovane pastore di nome Aniello. Era il fratello maggiore di altre sette sorelle. Pio e lavoratore, accudiva da solo e bene la famiglia ed il gregge essendo i genitori morti da tempo.

Assunta, Grazia, Libera, Rosa, Maria, Addolorata e Carmela badavano alle faccende di casa e, a turno, aiutavano il fratello a condurre le pecore al pascolo. Facevano tutti i giorni la spola tra quella verde vallata dove queste brucavano ed il vicino fiume dove le portavano ad abbeverare.

In verità l’acqua, segnalata a volte da fumarole, sorgeva spontanea in piccoli rivoli qua e là nella valle ma gli animali si rifiutavano di berla forse a causa di quello strano odore sulfureo.   

In uno di quei tanti giorni sempre uguali che Aniello trascorreva tra le pecore e le preghiere di ringraziamento al Signore, un angelo gli si parò davanti avvolto in una luce scintillante. Con un gesto placò lo spavento del giovane pecoraio per poi rivelargli il messaggio divino.

“Devi avvertire tutti – gli disse – che domani sera alle sette, qui avverrà una grande catastrofe. La terra tremerà così forte che si apriranno grandi voragini, lo sconvolgimento porterà rovina e distruzione e l’intero paese verrà inghiottito. Va e salva i tuoi paesani. Sopra ad ogni cosa proteggi le tue sorelle – continuò – perché a loro è affidato un compito sacro. Portale in salvo sul monte Pugliano ”.

Aniello non ebbe il tempo di replicare alla celestiale figura, ché questa era già sparita, ma non dubitò neanche per un attimo della veridicità del messaggio e della sua visione. Lasciò le pecore alla custodia dei cani e corse in paese ad avvisare la gente della terribile sciagura che si sarebbe abbattuta su di loro.     

Giunto al borgo si recò alla cattedrale supplicando il vescovo Domenico di chiamare a raccolta le persone facendo suonare le campane a distesa.                                                                                                                                    L’alto prelato diede credito alle parole del giovane comprendendo subito la reale provenienza dell’avvertimento e quando i telesini accorsero, chiamati dalle campane, li ammonì a seguire l’invito di Aniello. Gli abitanti della vallata, però, avevano già assistito per il passato a drammatici terremoti da cui diversi fortunati erano usciti indenni. Inoltre adesso erano fiaccati da una terribile pestilenza che stava mietendo decine di vittime ed erano debilitati da molti inverni glaciali ed estati gelide che avevano distrutto semine e raccolti, per cui, anche quelli che credettero alla profezia del pecoraio, non ebbero nemmeno la forza di raccogliere le loro povere cose e fuggire lontano per mettersi in salvo.

Ed anche il vescovo restò con loro. Nonostante fosse certo della fine, non se la sentì di abbandonare quelle povere anime a se stesse.

Puntuale, come solo la morte sa essere, all’ora predetta la terra tremò. Preceduto da un forte boato, vi fu un grande sussulto. Seguito poi, in un micidiale crescendo, da sette scosse ancora più intense fino a che, nel giro di pochi minuti, tutto ciò che esisteva venne ingoiato dalla terra. Rimasero in piedi la sola cattedrale e pochi muri di misere abitazioni lì intorno.  La valle ne fu completamente sconvolta, la crosta terrestre si aprì e dove c’era quella verde pianura sorsero rigagnoli, pozze e laghetti di un’acqua infernale maleodorante di zolfo.

Nessun essere vivente scampò all’ira di Dio. Né uomini né animali. Solo Aniello e la sua famiglia che, seguendo il monito del messaggero celeste, per tempo si erano rifugiati sul monte. Da lì ebbero modo di vedere, aggrappati a degli alberi o sdraiati al suolo, il tragico spettacolo della totale distruzione della loro terra.

Alle prime luci del mattino seguente, come preannunciato, vi fu una nuova apparizione. Ciascuno dei sette arcangeli comparve a ciascuna delle sette sorelle. “Dio ha voluto salvarvi- fu detto ad ognuna di esse- perché ciascuna di voi deve adempiere alla missione di esaltare la gloria della Madre di Gesù e favorire la redenzione dai peccati dei suoi diletti figli terreni. Voi sette siete le prescelte perché sette sono le virtù di Maria come sette i suoi dolori.”  Infine essi si rivolsero con una sola voce al pastore: “Aniello, tu che ben hai guidato le tue sorelle istruendole sugli insegnamenti di Dio e rendendole degne, ora hai concluso il tuo compito. Il Signore ti vuole con sé. Il tuo nome sarà ricordato come quello di un Santo”.

Da quel momento Aniello sparì dalla faccia della terra per ritrovarsi accanto al Signore. Da lassù avrebbe accompagnato le sue sorelle che intanto si erano incamminate ciascuna verso il proprio destino.

Libera si diresse verso Colle Sannita dove chiese ospitalità presso la casa di un vecchio contadino. A questi indicò un punto, verso il bivio per Circello, dove avrebbe trovato, scavando per sette metri, una statua di Nostra Signora. Così avvenne, e proprio in quel punto preciso i fedeli, con l’aiuto dei monaci devoti a san Domenico, eressero un santuario.

Assunta terminò il suo cammino a Guardia Sanframondi dove seppe che alcune persone avevano rinvenuto, nei pressi di Limata, una statua lignea della Madonna. Nessuno, però, riusciva a sollevare, nemmeno con l’aiuto di buoi, quella scultura. La donna rivelò ai guardiesi che la statua si sarebbe fatta leggera solo per chi avesse seguito l’esempio del Bambino, posto in braccio alla Madonna, che stringeva tra le mani una spugnetta dove erano conficcati 33 spilli. Sette di essi con quella spugna si percossero, così, il petto a sangue. La statua si lasciò trasportare fino al paese dove in suo onore venne costruito un edificio sacro custodito dai padri filippini.  

Rosa andò a Solopaca. I contadini del luogo, in quel mentre, erano disperati poiché una prolungata siccità stava distruggendo vigneti e raccolto. La ragazza esortò i contadini a portare in processione l’effigie della Vergine per le strade del paese e fin sopra al monte delle Rose nel mese di giugno, il primo dei sette giorni della settimana. Così fecero ed il miracolo avvenne. Una pioggia favorevole salvò il raccolto e la riconoscenza popolare volle che proprio su quel monte sorgesse un santuario affidato alle cure dei monaci benedettini.

Addolorata giunse ad Airola. Lì conobbe ed illuminò il nobile Giovanni. Quest’ultimo, infatti, convertitosi grazie a lei ad una vita pia da quella dissoluta che conduceva, volle ringraziare la Madonna facendo erigere, nei pressi della collina di Monteoliveto, una chiesa in suo onore. I padri benedettini si occuparono dell’edificio non mancando di farlo adornare con un prezioso quadro della Madonna con sette spade che le trafiggono il cuore.

Maria partì alla volta di Buonalbergo. Fu accolta amorevolmente da una famiglia di pastori che avevano sette figli la cui primogenita era muta. Ben presto le due ragazze divennero amiche ed un giorno che si erano inoltrate nei boschi la pastorella trovò, nascosta da una macchia di alberi, una statua di legno della Madonna. Corse da Maria e riuscì a raccontarle il fatto dimostrando così di aver riacquistato la facoltà di parlare. Si disse che la statua era stata portata a Buonalbergo dai crociati di ritorno dalla Terra Santa. Nello stesso posto fu eretto il santuario conosciuto con il nome della Madonna della Macchia.

Grazia salì le colline verso Cerreto. Dimorò nel paese dei vasi di creta per sette anni, il tempo necessario per aiutare i cappuccini a costruire una chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie. Riuscì in questo intento coinvolgendo, con le sue parole illuminate, i benestanti del paese, il vescovo e il signor Conte a contribuire economicamente al progetto.

Carmela, l’ultima delle sette sorelle, fece il viaggio più lungo fino a Montefalcone Valfortore. Lì viveva un ricco e devoto Signore al quale ella rivelò il luogo dove era sotterrata una statua di pietra della Madonna del Carmelo. Fatti eseguire gli scavi e rinvenuta la statua, il Signore volle finanziare la costruzione di un edificio sacro dedicato alla Madre di Gesù così grande da poter contenere tutti gli abitanti del paese.

Finita la loro missione terrena, Aniello pregò il Signore affinché potesse ritrovarsi con le sue sorelle in Paradiso chiamandole tutte e sette contemporaneamente lo stesso giorno. Iddio lo esaudì.

Antonello Santagata

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