La ‘nzilla di San Giovanni a Cerreto Sannita. Brevi riflessioni

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Nel giro di tre giorni mi sono imbattuto in due trattazioni che riguardano la ‘Nzilla e la tradizione cerretese della notte del 24 giugno, San Giovanni Battista.

Per primo mi è capitato di rileggere, a distanza di 26 anni, lo scritto di Gianni Vergineo “Benevento la città magica”, che faceva da introduzione al libro “A tavola nel Sannio”, la guida ai ristoranti della provincia di Benevento scritto a sei mani con Francesco Gagliardi e Isidoro Mastrobuoni nel 1992.

L’esimio e rimpianto professore Vergineo, in quella dotta e persuasiva disquisizione, riesce a togliermi un dubbio che ho avuto sin da bambino.

A Cerreto quando si parla della ‘Nzilla il pensiero corre automaticamente ad una strega. Ad una figura femminile, malefica e perfida, proprio come una janara. Ma la ‘Nzilla, nella stessa tradizione cerretese, deve necessariamente farsi risalire alla biblica Salomè, tanto è vero che la filastrocca, tramandata di generazione in generazione, recita “’Nzilla, ‘Nzilla che facisct’? Facisct’ taglià ‘a capa a San Giuann’ Battista”.

Non ci possono essere dubbi, è proprio lei, Salomè, che “danza” in “punto mezzanotte” il 24 giugno su una trave di fuoco sospesa sul torrente Turio, sotto il ponte di San Giovanni.

Dunque, se la ‘Nzilla è da identificarsi con Salomè, la quale istigata dalla madre Erodiade istiga a sua volta Erode a tagliare la testa di San Giovanni Battista, che c’entra mai Salomè, per quando perfida e cattiva, con la figura della strega?

Come accennato, l’articolo di Gianni Vergineo, riletto con la curiosità di oggi, ha contribuito notevolmente a fare chiarezza.

Il noto studioso beneventano comincia dal mito della fondazione di Benevento da parte del leggendario Diomede e dei suoi compagni trasformati in uccelli, divenuti, nella letteratura successiva, immagini di uccelli del male, di streghe. Passa, poi, a ricordare come da lì si arrivi al Decretum Gratiani (testo di Diritto Canonico redatto dal vescovo Graziano nel XII sec.) dove si fa menzione del ludus Dianae e del ludus Erodiadis. In questi giochi (ludus è gioco in latino): ”…la metamorfosi magica, il viaggio notturno, i ludi orgiastici delle donne scellerate, propiziate da erbe magiche, sono intese come visioni oniriche e allucinatorie di persone devote a Satana, per cui credono di cavalcare di notte su bestie infernali con la vagante Diana e la danzante Erodiade (confusa con Salomè)”.

La ragione della presenza di Diana- continua Vergineo- “si nasconde nel fatto che la dea pagana è la regina del mondo infero…L’aggregazione del personaggio biblico di Erodiade al ludus, si spiega con l’episodio della danza scellerata di Salomè, condannata a vagare eternamente nell’aria col Maligno, spinta da un vento furioso emesso dalla bocca del santo decapitato da Erode”.

Accomunare i due ludi come pratiche magiche, orgiastiche e sataniche è poi continuata anche nel XVI secolo con Giovanni Francesco Pico della Mirandola che li unisce in un unico capitolo “Unde ludus Dianae et Herodiadis” di quell’opera, il Dialogus Strix, definita come” un’opera che getta le basi della letteratura umanistica sulla stregoneria”.

Dunque ho capito, finalmente, il perché dell’associazione tra la ‘Nzilla e le janare. Le seguaci di Diana, le Djanare o janare e Salomè (la ‘Nzilla cerretese) nella tradizione e nella letteratura sono state viste (forse grazie alla danza, in epoche dove essa era vista come espressione del maligno) come personaggi dediti a pratiche legate alla stregoneria.

Tolto il primo dubbio mi restava il secondo: da dove deriva il nome ‘Nzilla?

Mi imbatto, fortunatamente, in un piacevolissimo articolo del dottor Rosario Di Lello pubblicato il gennaio scorso su Casertasera.it dal titolo “La Nzilla, tra sacro e profano” tratto dal suo ultimo libro “Magia nel Sannio”. Il chirurgo casertano, autore di decine di libri e pubblicazioni di storia locale oltre che di medicina, in questo pezzo parla di quanto ha raccolto su questa tradizione cerretese.

“A Cerreto nella notte tra il 23 e 24 giugno le janare ovvero le streghe, volando nude a cavalcioni di un manico di scopa…raggiungevano un corso d’acqua o un tempio diroccato…; a Cerreto si riunivano pure in contrada San Giovanni, presso l’omonima cappella, vicino al ponte sul torrente Turio. Nel medesimo luogo e nella notte tra il 23 e 24 di giugno vi appariva la ‘nzilla, non proprio una strega, ma una sottospecie della janara, giovane e bella, vestita di veli, ballava per ore, sul ponte, davanti all’edificio di culto e simboleggia Salomè”.

Di Lello passa poi ad elencare le varie ipotesi di origine del nome ‘Nzilla partendo dall’intrigante congettura della derivazione dalla Sibilla (ipotesi condivisa dal compianto Ninuccio Ciarleglio, grande cultore e memoria delle tradizioni cerretesi, che riteneva plausibile la derivazione del nome dalla Sibilla Cumana).  E’ noto e diffuso in tutta la penisola, infatti, l’uso di mettere un albume d’uovo in un recipiente di acqua, proprio la notte tra il 23 e il 24, vedendo poi quali figure ne vengono fuori si ha una predizione del proprio destino. In genere appare una croce, una barca, un castello o un cerchio simboli rispettivamente di morte, viaggio, potere/ricchezza e matrimonio (il cerchio è l’anello). Una nota personale: quando lo feci io stesso quest’esperimento, da bambino, si formò un veliero molto preciso nella sagoma. Dunque, così come la Sibilla, la giovane vergine che, ispirata dagli dei, rivelava il futuro, così dall’interpretazioni di quelle figure si traevano presagi e divinazioni per il futuro.

Altre ipotesi facevano risalire l’origine del nome al termine Ancilla (serva in latino) o dalla contrazione del termine Zi(te)lla (non nel significato di nubile ma di fanciulla), ma in entrambi i casi appare molto più difficile una correlazione, se non per il comune genere femminile, con la figura della strega/Salomè. L’ultima spiegazione fornita dal Di Lello sembra, invece, molto più attraente e coinvolgente. Egli considera il passo della Bibbia in latino (la Vulgata) che riguarda l’episodio di Salomè. Questa, dopo aver ammaliato Erode con la sua danza, riceve dal re l’offerta di chiedere qualunque cosa in cambio.

Il brano in latino è “At illa, praemonita a matre sua: da mihi, inquit, hic in disco caput Joannis Baptistae” che tradotto in italiano è “Anzi ella, prevenuta da sua madre: dai a me- disse- qui nel vassoio, la testa di Giovanni Battista.” Che tradotto a sua volta in dialetto- continua il Di Lello- diventa “Anz’illa, nzurfata d’a mamma soia…”. Da lì ‘a ‘Nzilla.

Tutte ipotesi suggestive. Qualcuna di difficile correlazione, come Ancilla o Zitella, altre più plausibili o accettate come quella della Sibilla, altre ancora dotte e dilettevoli come la storpiatura da “At illa” a “Anz’illa”, storpiature frequenti, tra l’altro, nella ripetizione popolare di preghiere in latino.

Non potendovi essere certezza tutte le ipotesi sono da prendere in considerazione.

Devo osservare, però, che a me non risulta o almeno non ricordo (ma i miei sono ricordi di racconti familiari non già frutto di una qualche ricerca) di aver mai sentito di una tradizione secondo la quale a Cerreto in contrada San Giovanni o altrove vi sia mai stato un raduno di janare o di streghe (a differenza della vicina San Lupo, per esempio, dove è consolidata la tradizione che vuole che dal ponte detto appunto delle janare partissero le streghe per volare, a cavalcioni della scopa, alla volta del noce di Benevento) poiché ho sempre sentito parlare solo della ‘Nzilla, che per quanto detto viene considerata popolarmente anch’essa una strega.

Tuttavia, proprio partendo da un’ulteriore ipotesi formulata dal Di Lello, e cioè la presunta derivazione della ‘Nzilla dal termine ‘nziria (che in napoletano significa capriccio, bizza) a simboleggiare il capriccio di Salomè nel pretendere la testa del Battista, mi viene da suggerire un’ulteriore congettura.

Cioè la derivazione da un verbo, che a quanto pare non ha riscontro negli altri dialetti della zona, che in cerretese ha proprio il significato di istigare, fomentare, insinuare: nz(i)llà.

Dunque inzillare in cerretese significa istigare, insinuare. Salomè è colei che, fomentata dalla madre, istiga Erode a tagliare la testa al Battista. Colei che ‘nzilla diventa la ‘Nzilla per antonomasia.

Il termine nel dialetto cerretese potrebbe essere arrivato dal verbo insinuare (secondo la proposta del noto linguista Silvio Falato nonostante le sue riserve sulle origini dotte del termine) che diventa nella forma iterativa o continuativa insimillare da cui lo ‘nzillare dialettale e quindi ‘Nzilla.

In verità potrebbe essere, però, vero anche il contrario cioè che il verbo ‘nzillare sia, come dire, secondario e derivi esso stesso dalla mitica figura della tradizione cerretese.

Un’ultimissima nota: Nzilla in siciliano è l’equivalente di donna scema, civettuola.

A margine della leggenda della ‘Nzilla è interessante ricordare che quella fatidica notte è il preciso momento in cui bisogna preparare il nocillo. E’ ragionevole pensare che le noci necessarie allo squisito liquore vadano raccolte in quella data perché è il periodo in cui la loro maturazione consente di ottenere il migliore prodotto. Ma sicuramente la tradizione si lega anch’essa in qualche modo ad influssi magici e alle streghe/janare perché il collegamento delle noci/nocillo con il noce del Sabba di Benevento, dove le streghe si riunivano per i loro riti magici e per l’incontro con il Diavolo, è immediato.

Il tutto va inserito nell’aura di suggestione e mistero che circonda la notte di San Giovanni, la notte più magica dell’anno, sin dall’antichità, sin della trasformazione in festa religiosa della festa pagana della FORS (fortuna) rievocativa del solstizio d’estate e legata al culto del SOLE.

Resta solo da stabilire in che epoca si sia insediato questo mito a Cerreto anche se questa credenza, nelle varie versioni di Salomè, da sola o in compagnia della madre Erodiade, che danza, su una trave di fuoco in cielo o sull’acqua, è diffusa in tutta Italia. Basta farsi un giro sul web per averne contezza.

Antonello Santagata

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