Una scorciatoia per il Molise

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Uno dei ricorrenti sogni degli abitanti della Valle del Titerno, diretti discendenti dei Pentri, è stata una “coppia” di gallerie: una (realizzata) per evitare la “pedemontana” di Monte Cigno,  frequentemente interrotta per caduta massi, fin dal 321 a.C., l’altra sotto Monte Mutria per rendere ancora più “brevior ” quella scorciatoia per il Molise e la Puglia che, per la prima volta, sempre nel 321 a.C., fu fatta suggerire con furbizia tutta nostrana da Caio Ponzio Telesino ai soldati romani che, di stanza a Caiatia, avevano fretta per raggiungere la Daunia. Sin da allora gli abitanti della zona dimostrarono di ben conoscere l’arte di attirare gente in una valle non di passaggio, e ci sono sempre riusciti: ieri come oggi! Altro che “rozzi montanari”, come amavano deriderli i colti abitanti della pianura oltre il Calore: i Caudini.

E così, dopo aver “pazientemente” (per chi mi legge!) spiegato perché la collocazione delle Forche Caudine lungo la Via Appia è improbabile, alla luce di quanto scritto da Tito Livio nella sua “Ab Urbe condita”, (il SANNIO 15/01/16 e 29/08-13/10 e 28/10/17 nonché https://www.vivitelese.it/2017/10/sanniti-pastori-guerrieri-raffinati-salottieri/), provo a trovar tracce di questo percorso alternativo: “tutto logico ciò che scrivi, mi disse infatti un eccellente Archeologo, ma manca la tracciabilità di questa strada!”. Ci provo, ben consapevole che, comunque, collocare le Forche nelle gole di Arpaia, è quasi un atto di fede, che emerge anche nelle Dissertazioni Istoriche di Trutta del 1776.  “…ne viene per legittima conseguenza, che  la via, la quale dalla Calatia Campana per Furclas Caudinas, a Luceria menava, ed era assai breve, al dire di Livio, né alla Latina né all’Appia  appartenesse…questa è cosa certissima…”.  Anche per Trutta, dunque, chi cerca/va il luogo della grande beffa lungo l’Appia era….fuori strada. Bisogna/va trovare quella famigerata “scorciatoia” per Luceria che tutti hanno creduto di individuare…dove non potrebbe mai essere. Di gole che rispondono alla descrizione di Livio ce ne sono tante….ma devono poi essere ubicate lungo la “via altera brevior”, via alternativa all’Appia-Traiana, la Via  verso il Mare Superum. Quale? Basta trovare, ho scritto altrove, il percorso tra Caiatia e Luceria che più si avvicina alla retta, che taglia i monti, e che attraversa delle gole. Io uno l’ho trovato. “Sin dal tempo delle Primavere Sacre, diversi erano gli itinerari che, attraverso la catena del Matese, portavano i Sanniti a contatto con i connazionali stanziati a Sud del Massiccio, sulla destra del basso Titerno…: vie certo non facili, ma più brevi...”– scriveva D. Nicola Vigliotti nel libro: “S. Lorenzello e la Valle del Titerno”, per sottolineare l’importanza strategica della Valle tra le Guerre Sannitiche ed Annibaliche quale collegamento tra Campania e Puglia.  “…una saliva da Sepino alle pendici meridionali del Mutria, scendeva giù per la valle del Titerno e, dopo aver seguito per breve tratto il Monterbano, attraversava il Titerno sul ponte detto di Annibale, per poi raggiungere Cerreto e proseguire a Sud verso la Valle Telesina”.

Ma la sola sintesi storica di D. Nicola non basta. Così a dimostrare l’esistenza di un percorso che da Calatia, ove presso il Volturno l’esercito romano aveva realizzato il suo Castrum, portava a Lucera con un percorso più breve, chiedo aiuto allo storico De Benedettis che, nel testo “La provincia Samnii e la viabilità romana” cita Domenico Caiazza: “La Via Allifae–Telesia, in località Torre Marafi di Faicchio scavalcava il Titerno su un ponte largo m 3,50, in origine lungo tra i 90 ed i 120 metri, detto Ponte Iaco…( più che un ponte, un viadotto! nds) qui si innestava una strada antica, dal tracciato parzialmente conservato, che risaliva il torrente sino alla stretta che lo rinserra tra Monte Acero e Faicchio…  La via superava il Titerno sul romano Ponte dell’Occhio (Ponte Fabio Massimo), e continuava a costeggiare in destra il corso d’acqua sino a raggiungere il ponte romano di Annibale. Varcato il Ponte, questa guadagnava la sponda sinistra costituita dalla pendice del Monte Cigno, (con un sentiero scavato nella roccia ”per cavam rupem” di Liviana memoria nds) con resti di un’acropoli, di mura megalitiche, di monete e di un tempio…(ancora non erano “note” le mie foto sui terrazzamenti di Monte Cigno!). Oltre la città il tracciato viario attraverso Pietraroia portava al passo di Santa Crocella ed a Saepinum.”  La zona da Pietraroja a Terravecchia di Sepino è caratterizzata da un tratturo principale, con vari tratturelli secondari che raggiungono, diffusi sul territorio a macchia di leopardo, stazzi e “strani” cumuli di pietra che danno tutta l’impressione di raggruppamenti di “caselle” e “pannizze”,  una sorta di Tholos di origine Osca crollati. Il tutto è circondato da muri a secco. Un paesaggio simile, direi uguale, a quello  Abruzzese e Molisano, antropizzato, modificato ed utilizzato fino alla fine dell’800, soprattutto dopo l’eversione della feudalità. Una via quindi che parte dalla pianura di Marafi, ai confini della Campania Caudina, per addentrarsi nelle gole del Titerno, in territorio Pentro, per poi valicare il Matese (Tifernum mons) a Pietraroja e raggiungere Terravecchia di Sepino.  Un tratturo storico ed ancora in parte esistente, utilizzato da tanti, anche dai Romani che, dopo le Guerre Sannitiche, come facevano per tutti i tratturi che ritenevano importanti per la loro politica espansionistica, ne rettificarono il percorso aggiungendovi ponti che hanno resistito a guerre, terremoti e…restauri molto discussi. Ma anche Annibale  lo percorse con i suoi elefanti (non Vi meravigliate più di tanto: aveva valicato le Alpi!). Siamo del 216 a.C.: perdura la schermaglia tra Fabio Massimo, il temporeggiatore, ed Annibale. Questi, proveniente dai successi di Canne dovuti ad un astuto tranello nel quale, ancora una volta, sono caduti i Romani, dopo aver saccheggiato diversi territori e città del Sannio, vedendo che Fabio evita il combattimento, muove verso la pianura campana. Dinanzi a lui si presentarono non più le due alternative per muovere da Caiatia a Luceria, ma, sempre secondo D. Nicola, tre: la prima dal Sannio, la seconda dal Lazio, la terza dall’Irpinia. Scelse il primo percorso, proprio quello che, come ho cercato, pur con i miei limiti, di dimostrare, seguì l’esercito romano cedendo ai consigli dei “finti” pastori sanniti: “lasciate Caiatia e risalite il fiume presso il quale avete realizzato il “CASTRUM” fino al secondo affluente. Seguitelo. Vi immetterete in una serie di gole con strade scavate nella roccia e solitamente ben sorvegliare dai sanniti. Non abbiate timore:  sono tutti ad assediar Luceria. Scavalcate i monti e vedrete lontano Luceria e il Mare Superum ...”.  Annibale, dunque, un secolo dopo, rifece il percorso in senso inverso, attraversò le gole del monte detto Eribiano e si accampò presso il fiume Volturno, proprio sul sito del vecchio Castrum Romano e che perciò, sulla Carta Peutingeriana, è riportato come “Castra Anibal”. Un secolo dopo l’umiliazione del giogo, il percorso era sicuramente conosciuto!

Detto questo, mi sembra evidente che nelle gole del Titerno, e sui monti circostanti c’è…ciò che altrove si cerca col lanternino delle forzature. “Ma che dici? Sei pazzo?  Se lo ha detto quello che è così….!”. Eppure sono passati 5 secoli da quando Galilei, il padre della scienza moderna, dovette subire di tutto per portare avanti le sue ricerche un po’ …fuorvianti rispetto alla verità ufficiale dell’ “ipse dixit”: lo ha detto lui…quindi è così! E solo ieri il Direttore della Biblioteca Vaticana, durante il convegno dedicato a Mommsen a San Salvatore, ha detto chiaramente che “…c’è da aspettarsi che ciò che ha detto (Mommsen) venga scardinato e rivoluzionato perché attraverso l’esperienza del presente mutano le prospettive con cui si legge il passato, vengono fuori testimonianze dimenticate CHE LO RIVELANO DIVERSO DA COME CREDEVAMO”.

Renzo Morone

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