Ferrara, Cerreto e le “a-simmetrie pensate”

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“Qual’è la sua opera preferita?” Per Sgarbi è la domanda più cretina che si possa fare, perché: “Si può preferire qualcosa che riguarda la sfera del piacere, non quella della conoscenza. La conoscenza finisce dove finisce il piacere, nel senso del diletto, e perciò dove finisce il dilettantismo!”.

Approfitto e aggiungo: E’ dal particolare che si riconosce la qualità dell’autore, non dalla grandezza dell’opera!” Secondo me!.

Alla luce di quanto innanzi, propongo un parallelo “blasfemo” tra Ferrara e Cerreto, due città “pensate”. Considerazioni personali che, secondo il mio costume, traggo dalla lettura delle pietre e dai miei “pre-giudizi” e che porgo a chi si occupa costantemente di Cerreto spulciando fonti più elevate. Ma le strade che portano a Roma sono tante, e chi segue solo l’autostrada non sa cosa perde! Perché allora non ascoltare l’opinione di chi ama fare percorsi alternativi?

Andiamo allora a Ferrara, città famosa per la “cultura” del Duca Ercole d’Este. Questi, educato alla corte aragonese di Napoli, guarda caso…, non ebbe remore a chiamare per un incarico Biagio Rossetti, un architetto locale (ancora non c’era l’equazione: lontananza=bravura!). Senza preamboli gli disse: ”Ferrara oramai è un abitato consunto e soffocante, ha bisogno di ampliarsi, ma non in modo caotico. Voglio una espansione moderna ma allo stesso tempo coerente col passato. Una soluzione che saldi, senza confonderle, le due anime; quella passata e quella futura, e che sia all’altezza del ‘500 nel quale deve entrare a pieno titolo, come Firenze!”. Rossetti si mise all’opera e cavò dal cilindro della sua cultura un metodo capace di tradurre il desiderio in realtà, un intervento urbanistico passato alla storia come “Addizione Erculea”. Ma Rossetti, non contento, “scantonò” e, per mettere la ciliegina sulla torta ad un Piano Urbanistico controcorrente, realizzò pure dei fabbricati, uno dei quali non solo rivestito di tante bugne piramidali “a forma di diamanti”, una soluzione fino ad allora mai utilizzata per un edificio civile (quanti portali con bugne a punta di diamante abbiamo “esportato” da Cerreto vecchia!), ma si inventò pure un “eccentrico” spigolo armato da solide paraste, e sopra lo spigolo la pungente sporgenza di un “balcone d’angolo”, proposto anche nel prospiciente palazzo Prosperi-Sacrati.  Biagio ruppe così con la tradizione che avrebbe voluto come nota dominante una facciata ortodossamente simmetrica che arricchisse il corso:  “Che orrore!”, gridarono, in assenza di Fb, i conservatori che per andare a Roma conosc…evano solo…l’Autostrada del sole!  Una scelta fuori del comune, coraggiosa e ponderata, dettata dalla volontà di valorizzare piuttosto che una strada, l’incrocio tra le due direttrici fondamentali della nuova Ferrara, strade che poi sarebbero state intitolate proprio ai protagonisti della storia locale: Rossetti ed Ercole! Un balcone asimmetrico anzi, due, ad indicare il cuore della nuova città!  E la simmetria? A volte la simmetria a tutti i costi è solo mancanza di cultura, di fantasia. Da sempre. Basti pensare all’Eretteo, capolavoro assoluto a scala umana, capostipite di tutti i capolavori asimmetrici…anche se è più famoso il “simmetrico” ma mastodontico Partenone!

Scelta culturale che non trovo sostanzialmente diversa da quella eseguita nel 1688 quando Marzio Carafa, VII Duca di Maddaloni e X Conte di Cerreto, “Il sole che fuga le tenebre”, secondo lo storico Dalio, si rivolse al fratello Marino e ad un “Regio Ingegnero” di fiducia (G.B.Manni?), dicendo loro: “Andate a Cerreto, soccorrete la gente e poi pensate alla ricostruzione della città che sta nascendo in modo banale lungo la Via Telesina. Questo modo di fare non mi va. Cerreto è “totius superoris status Metropolis”. Lì abbiamo i nostri interessi economici. Voglio qualcosa di funzionale alla filiera della lana, desidero una città adeguata ai tempi, anzi, che li anticipi, e che offra più sicurezza in caso di calamità!” . E così fu! Marino, primo commissario straordinario della storia, si occupò di soccorsi e contributi, il tecnico pensò a qualcosa di nuovo, di rivoluzionario: ricostruire Cerreto si, ma non “dove era e come era”, come populisticamente oggi si sostiene, come se fosse possibile, alla cinese, rifare il vecchio e le sue emozioni, ma sostituendola con una “Città nuova”. In men che non si dica architettò un piano  in cui le tipologie edilizie a blocco, a torre ed a schiera diventano disegno urbano e le forme, i volumi, gli spazi liberi sono condizionati dalla loro collocazione spaziale. In pochi anni fu realizzata una città aperta, senza mura, svincolata dalla centralità dei tradizionali simboli del potere. Una scelta assolutamente rivoluzionaria, che interessò anche la progettazione di alcuni edifici strategici, come per Rossetti a Ferrara e Le Corbusier a Chandigarh. Ma furono pensati anche particolari tecnici e/o architettonici applicati così sistematicamente da non poter essere casuali, soluzioni costruttive anticipatrici di scelte poi migliorate, codificate ed applicate nella ricostruzione dei centri calabresi distrutti dai sismi di inizio 800. Ma torniamo ai balconi d’angolo.  A Ferrara erano due, come a Cerreto, solo che qui sono distanti tra loro. Scelta non casuale, secondo me, ma pensata per sottolineare le direttrici principali di accesso alla città nuova e consentire contemporaneamente l’affaccio sulla piazza e sulla strada principale. Il primo balcone d’angolo è quello di palazzo Dalio,  tra piazza del Duomo e Via Telesina, la strada di accesso a Cerreto da Sud. Il secondo balcone fu realizzato all’intersezione tra la piazza del Cerro, oggi Piazza Roma,  e Via Speneto. La strada era detta anche Vico delli Cappuccini in quanto da lì si accedeva sia a Guardia che al Convento ( su quella strada, come per tutta la zona, è in attesa di finanziamento un intervento “concepito” durante la passata consiliatura).  Comunque la si voglia vedere, è chiaro che a Cerreto furono fatte scelte urbanistiche anticipatrici delle esigenze della nuova borghesia, furono studiati particolari tecnici all’avanguardia, per l’epoca: spigoli rinforzati, muratura che si alleggerisce verso l’alto  per mantenere basso il baricentro, scale interne parallele alle strade per consentire alle volte di farsi mutuo sostegno, travi in legno annegate nella muratura, etc. Urbanisticamente, poi, il capolavoro di “protezione civile”: strade larghe per consentire i soccorsi e piazze atte a raccogliere tanta gente in caso di calamità. Il tutto con un nuovo gusto scenografico di cui l’asimmetria dei balconi d’angolo e di alcuni portali, messi là dove lo richiedeva la prospettiva piuttosto che nel centro della facciata,  è parte integrante.

Alla fine ciò che conta è che trattasi di scelte non casuali, visto che a Cerreto nulla avvenne per caso, ma tutto fu pensato, anche perché chi non rispettava le norme, non aveva vita facile….! Ecco perché amo definire Cerreto: La città pensata. Proprio come Ferrara, la città dell’”Addizione” e dei balconi a-simmetrici.

Lorenzo Morone

Una pietra è solo una pietra se non ha una storia da raccontare…!

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