Le pietre parlanti di Monte Cigno, la montagna-roccaforte dei sanniti

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Parte prima: i Toponimi e le “Furculas Caudinas”

 Il compianto “maestro” Ninuccio Ciarleglio amava narrare la storia di Cerreto legandola ai nomi in dialetto. Perciò, durante le sue passeggiate “didattiche”, spesso si lamentava perchè tanti nomi erano stati italianizzati perdendo così la caratteristica di essere “testimonial” di una qualche storia da cui avevano avuto origine. Raccontava il caso della località “Pastorello” in contrada “12 Angeli”. Originariamente era località “Postarella” in contrada “dudc àgn’r’”. La “Postarella” era una piccola stazione ove ci si fermava per cambiare i cavalli e/o per far salire e scendere i passeggeri. Fu demolita, qualcuno lo ricorderà, quando fu realizzato lo svincolo poi tramutato in rotonda.  L’ àgn’r’ era invece un “grosso recipiente in legno, di forma cilindrica, posto nella cataratta del frantoio per raccogliere l’olio proveniente dalla pressa” (Dizionario della parlata cerretese). Che c’azzeccano “12 angeli” e “Pastorello” con “12 àgn’r’” e “Postarella”? Nulla…e così, un giorno, si penserà sempre di più ad una contrada in cui si è verificata l’apparizione di 12 Angeli ad un pastorello. Una sorta di novella Medjugorje.  L’importanza dei toponimi è tale che, se modificati e/o cancellati, possono far sorgere equivoci “indolori”, come questo, ma di una certa rilevanza come nel caso di una vicenda che mi appassiona dagli ormai lontani tempi del liceo: le Forche Caudine. Tito Livio chiamò, nel 50 a.C., “Via del Mare” il vecchio tratturo che univa la Campania felix, e quindi Capua ove era accampato l’esercito Romano alleato di Lucera, al “mare superum”, l’Adriatico. Sistemato poi da Traiano nel 100 d.C., il tracciato divenuto strada fu ri-battezzato Via Traiana e il toponimo Liviano “Via del mare” che indicava chiaramente la destinazione della strada, scomparve dalla memoria collettiva. Fu l’inizio di una serie di colte dissertazione sull’ubicazione delle Forche Caudine che avevano tutte alla base un peccato originale che portava i pur dotti studiosi “fuori strada”, è proprio il caso di dirlo: la Via Traiana era quella Via del mare che, a detta di Tito Livio, fino a prova contraria prima e unica fonte che parla dell’evento, i Romani non percorsero per andare celermente a liberare Lucera dal finto assedio sannita, preferendo attraversare i monti non solo abbandonati (così fecero creder loro) dagli odiati nemici, ma con un percorso più breve. E caddero in trappola.  Equivoca è stata pure l’interpretazione di “Furculas Caudinas”, un toponimo che indica chiaramente delle gole formatesi da una brusca interruzione dello skyline dei monti tra pendii ripidi e scoscesi.  Il nome deriva dal latino “furcŭla”, l’osso biforcuto presente negli uccelli a forma di V. Basta leggere con un minimo di attenzione ciò che scrive Livio in latino per rendersi conto che “Furculas Caudinas” non è il nome assegnato dopo dalla gente al “jugum” imposto ai romani, ma un toponimo geografico riferito alle strette gole tra le quali i Romani furono intrappolati dal furbo condottiero Sannita, e perciò conoscitore dei posti, Caio Ponzio Telesino.  Le gole del Titerno, che si trovano a linea d’aria lungo la direttrice Capua-Lucera che taglia il Matese, strette, tra pendii ripidi e ricchi di macigni che facilmente potevano essere fatti cadere su chi le attraversava, hanno tutte le caratteristiche descritte da Livio. Le gole hanno inoltre accesso dalla pianura caudina, a Faicchio, per inoltrarsi poi nel territorio Pentro. Veramente commovente il tentativo di chi, pur di giustificare le differenze enormi tra come Livio descrive le gole e come sono quelle di Arpaia, fa riferimento a stravolgimenti geologici avvenuti in soli 2000 anni! Ovvero pretende di trovare il Colosseo a….Napoli. Un errore grossolano capostipite di tante altre interpretazioni figlie di una traduzione dal latino non proprio fedele, tanto da indurre Nicolò Lettieri nel 1772 a sbottare contro certe sapienti “… benchè questa sia cosa notoria anche ai MEZZANAMENTE intelligenti del latino…” . Ma tant’è. Si dice a Cerreto: “ fatt i nom e va a rubbà”.  Se la storia non è il racconto di ciò che pensiamo e/o filtriamo con le nostre idee, se la storia sono i fatti separati dalle opinioni… ha ragione Tito Livio. E se la sua descrizione corrisponde al 99% alle gole del Titerno, allo 0,… altrove…non è colpa mia.

Tornando a Cerreto, un “toponimo” strano è il nome della via ove io abito: Ponte Tullio. La strada richiama il vecchio ponte sul vicino torrente Turio, spesso chiamato Tullio.  Ma se Tullio, prima o poi, farà pensare ad un personaggetto locale, Turio, oggi come oggi, fa pensare:… “ma che significa? Da dove viene?”. Ecco quindi che, prima che l’immaginario collettivo si appropri di un nome fasullo, costruendovi intorno una storia “tarocca” (come è capitato anche ai grandi…tipo Mommsen), cerco di trovare, con qualche amichevole aiuto, delle tracce significative che portino a Turio…o giù di lì.

 

Parte seconda: Tutium, la città “rouinata”

 Pare che la curiosità sia donna…forse. Io dico che la curiosità è l’amore che ti spinge oltre. “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, disse Dante ad Ulisse sempre intento a voler conoscere di più.

Qualcuno ricorderà che, qualche mese fa, grazie a Google, è venuto fuori un sito terrazzato alle falde di Monte Cigno. Un terrazzamento con un ampio pianoro sovrastante utilizzato poi dai contadini, fino a qualche decennio fa, come aia per trebbiare. Da qui parte un tratturo che raggiunge, biforcandosi, sia la Rocca di Cominium che il tempio della Madonna della Libera. Chi lì va per asparagi….mi darà ragione. Tutto farebbe pensare ad una tipica fortificazione sannita, un OPPIDUM ubicato proprio alla convergenza tra i torrenti Titerno e Turio, ed a protezione delle gole evidentemente  strategicamente importanti.  Poi… poi un bel giorno, su una vecchia pianta dei Musei Vaticani (non so se mi spiego… il massimo!), tra Pietraroja e Telesia, leggo uno strano nome: Tutium. Lì per lì non notai, scioccamente, la somiglianza tra Tutium e Turio… ci ha pensato invece Claudio Conte scoprendo, sempre su una mappa secolare, ancora Tutium, ma con una aggiunta inquietante: “rouinata”:  ridotta in rovine! Ma chi è Tutium? Ha a che fare con i terrazzamenti di Monte Cigno? Non lo so.. So solo che, in un volume di “supplimento” ad un settecentesco “Dizionario  d’ogni antichità”, è citata Tutium: “la capitale del Sannio, secondo si legge in Plutarco…”.

Poi alcune nuove foto aumentano la curiosità…e i pensieri notturni. “ purtroppo le foto non sono molto chiare, dice Claudio Conte,  a dispetto di ciò che realmente si vede: un imponente muro dalla zona della  “cittadella” sul Turio. Questo muro con spessore di circa 2 metri non è a terrazzamento come gli altri che lo precedono  più in basso, ma è un vero è proprio muro di sbarramento che si eleva da entrambi i lati anche se, come appare adesso non supera un metro e mezzo di altezza.”  La cosa sconvolgente sono le successive considerazioni che fanno pensare a monte Cigno come una montagna-fortezza: terrazzamenti sul versante più dolce, rocca in cima sul versante a strapiombo sulle gole, con tanti massi che, ieri come oggi, cadono giù anche spontaneamente: “ È tutto il pendio che a partire dal basso vicino al salto del torrente Turio a presentare gradinate poi giunge sul primo pianoro (quello sul lato destro della strada che sale) e lì sul limite, a sbarramento, c’è il muro da me fotografato, poi a sx della strada ricomincia la successione dei terrazzamenti fin sopra  la spianata che tu mi portasti a vedere le cui pietre parlano!” Sembra proprio che “TUTTA” Monte Cigno sia una autentica roccaforte, un vero baluardo insuperabile anche per chi abbia superato il primo sbarramento sannita tra Mont’Acero e Mont’Erbano nella gola di Faicchio.

Non sono reperti da musei!”, sentenzieranno i dotti. Ma se i muri costruiti con i sassi, dall’Abruzzo alla Puglia alla Sicilia, dopo i decenni dell’abbandono, rivivono un’insperata stagione di consapevolezza collettiva; se il regista Michele Trentini realizza il documentario Uomini e pietre perchéPrendersi cura dei paesaggi terrazzati significa riconoscere il fatto che essi possono rispondere in modo concreto a richieste contemporanee e diverse, come la conservazione del valore storico e culturale; se Cipro, Grecia, Italia, Francia, Svizzera e Spagna a fine aprile hanno candidato la “tecnica dei muretti a secco in agricoltura”  a patrimonio dell’umanità tutelato dall’Unesco….”; se…se… se per semplici muretti in pietra si scomoda, giustamente, l’Unesco, è mai possibile che le nostre PIETRE che non sono semplici pietre, ma grandi protagonisti di una storia millenaria che nessuno ha mai raccontato, possibile che pietre  che partono da Monte Cigno per arrivare a Sepino, debbano essere utili solo per finti muri a secco e/o, peggio ancora, per “economiche” massicciate stradali? E’ come se usassimo una miniera d’oro… per coltivar patate!  Ai posteri l’ardua sentenza…con la speranza che non venga emessa troppo tardi.

Lorenzo Morone

1 commento

  1. Apprezzo sempre gli interventi di Morone animati da grande passione per il nostro territorio. Non ho potuto fare a meno di mettere in relazione quanto scritto, con alcuni punti redatti in “Carta Archeologica della Campania” ed. Erma di Bretschineider. Gli autori infatti, nel mappare nel fascicolo 4 i comuni di Amorosi, Faicchio, Puglianello, San Salvatore Telesino e Telese hanno rilevato mura megalitiche in opera poligonale del tutto simili al sito di Monte Cigno. Particolarmente interessante tra l’altro, l’ipotesi espressa in occasione della presentazione dell’opera dalla dott.ssa Renda, di un monumentale edificio pagano in località Rocca di San Salvatore Telesino, di epoca sannitica, antecedente al manufatto normanno verso cui, Monte Cigno sarebbe probabilmente in connessione ottica, esattamente come gli altri siti descritti. Suppongo che nel completamento della mappatura del territorio, il sito di Monte Cigno possa essere adeguatamente studiato.

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