Sapete dove è stata usata per la prima volta la parola “Italia”?

0

C’era una volta tanti, ma tanti secoli fa, più o meno 700 anni prima che nascesse Cristo, un popolo religioso e fiero  che abitava nel cuore dell’Italia, tra Lazio e Abruzzo. Sabini erano detti, e Sabine erano le loro splendide donne, così belle che i prepotenti nuovi vicini da casa, novelli profughi provenienti da Troia in Grecia dove infuriava la guerra, dopo averli invitati nella primavera del 753 a. C, il 21 aprile, a festeggiare la nascita della loro nuova città, Rumen, la “città dove scorre il fiume”, le rubarono scacciando mariti, padri e fidanzati. Umiliati per la vergogna, i giovani Sabini decisero di scappare via per cercare fortuna altrove. Indecisi sulla strada da prendere, ebbero l’idea di seguire dei buoi che, da tempo, si spostavano altrove a caccia di erba fresca ed acqua cristallina.   “Ci fermeremo là dove  la mandria ci guiderà!” E così fu! La mandria di bovi si fermò in una pianura ai piedi del Tifernus Mons, il Matese, dove si accamparono pure loro, battezzando quell’altopiano Boviano, perché pieno di bovi. Ai primi caldi estivi, amanti dell’avventura come erano, i giovani Sabini decisero di accogliere l’invito delle giovani pastorelle locali, le figlie  degli Osci: “andiamo su, vi faremo vedere cose che voi del Nord non potreste immaginare…”.  Da Boviano, inerpicandosi su per un tratturo, passando anche da Sepino, dove alcuni, stanchi, già si fermarono a piantar…capanne, raggiunsero la cima dei monti più alti, tra i quali il Maschiaturo. Poi, dopo aver attraversato una pianura che sembrava fatta apposta per i pascoli, raggiunsero un’altra cima, Monte Coppe, ove, parafrasando quanto scrisse Don Mimì Franco nella presentazione  dell’Elegia  “De Cerreti excidio et terrae motus”, dell’ umanista cerretese del ‘600 Gian Lorenzo Dalio, amo immaginare che i Sabini e le giovani figlie dei Oschi, si “attardassero ad ammirare estasiati l’incantevole panorama che aveva come sfondo le cime del sommo Taburno, il solitario monte Acero, il verde monte Erbano, l’arido monte Coppo, nonché il tortuoso corso del torrente Titerno”. Il nome di questo fiume, secondo una leggenda che non manca mai alla base di ogni storia importante, deriverebbe dalla frase “Tu Titus Aeternus”(Tito, qui sarai in eterno), da cui “Titerno”,  frase pronunciata da Quinto Fabio Massimo mentre seppelliva nell’alveo del fiume Tito, il figlio morto in tenera età. Temendo i profanatori di tombe, nottetempo, il “temporeggiatore” fece deviare il corso del fiume, vi seppellì il cadavere e fece riportare il corso d’acqua nel suo letto naturale….”. Ma tornando ai giovani che, estasiati da tanta bellezza, progettarono in cuor loro una vita nuova. Prima di dividersi in gruppetti, che chiamarono “vici”,  realizzarono degli sbarramenti sulla cresta di Monte Coppe per “parare”, come diranno poi i romani, i nemici della pianura Campana (la gente di montagna, si sa, era ed è diffidente). Messisi con le spalle al sicuro, con un muro in pietra largo m 1,20, costruirono capanne, recinti per le pecore,  terrazzamenti… Si riposavano solo la Domenica, per darsi appuntamento in un luogo che perciò chiamarono Cominium, ove costruirono il loro Tempio affidandosi alla Dea Mefite, la protettrice delle sorgenti, ma anche degli armenti, dei campi e della fecondità. Li chiamarono “Pentri”, abitanti delle alture, e tutto procedeva bene, finchè ….finchè un bel giorno, nel 321 a.C., quei bulli dei Romani, dopo aver rubato le loro donne, volevano sottrargli anche il territorio e perciò, provocatoriamente, si erano accampati proprio di fronte…a Calatia. Questa fu la scintilla che fece accendere la luce nel loro cervello: “ci vendicheremo!”  E, chiamati ad una riunione  a “Cominium” dal loro Meddix Tuticum presso il loro Santuario, organizzarono la più grande umiliazione della storia, chiamando a guidarli quel bravo e furbo condottiero che era Gaio Ponzio Telesino…Ma questa… è un’altra storia.

Durante i loro spostamenti lungo i tratturi, i Sabini, il cui nome poi sarebbe diventato Sanniti, erano soliti fermarsi in luoghi ricchi di acqua, vocati al culto e alle adunanze, quindi sia con uno spazio idoneo per la sosta, con tanta acqua, sia con un tempio….proprio come alla Madonna della Libera. Qui ascoltavano il “meddix tuticus”, il capo militare del Touto, che, eletto ogni anno, curava l’amministrazione della legge che regolava anche la vita dei campi, della transumanza, e la vita stessa delle popolazioni dei pagi e dei relativi vici.  Il Meddix aveva naturalmente anche funzioni militari, ma meno accentuate rispetto al suo omologo romano, il praetor. Il santuario principale dei Sanniti era l’incredibile insediamento di Pietrabbondante. Ma lungo le via di spostamento delle greggi, erano numerosi i santuari minori. Uno di questi, lungo quella autentica Via Francigena dell’antichità che erano i tratturi,  in posizione di confine tra Vestini, Marrucini e Peligni nei pressi di una fonte perenne, che alimenta un laghetto (il lago del Morrone), era il Santuario di Pescosansonesco.

La più antica struttura del santuario, con ogni evidenza dedicato ad una divinità femminile che guariva e fecondava, appare riconoscibile in un primo terrazzamento di dimensioni ridotte, vicino al laghetto formato poco più in basso dalla fonte, dove sono venute alla luce terracotte votive ed altri reperti inquadrabili fra V e IV secolo a.C. (circa un migliaio di ex voto figurati in terracotta, specialmente teste). All’interno del vasto terrazzamento erano presenti due templi. Secondo alcuni studiosi, la parola “Italia” fu pronunciata per la prima volta proprio in questo santuario, ove i capi tribù dei popoli italici ribelli si riunirono nel 91 a.C. per giurarsi fedeltà e muovere contro Roma, con la famosa Guerra Sociale. Roma che, che nel 293, aveva completamente distrutto Saipins, Aquilonia e Cominium. E proprio nei pressi del Santuario di  Pescosansonesco è stata rinvenuta la moneta in argento coniata per celebrare il giuramento, sulle cui facce sono riprodotte la scena del giuramento e l’immagine di una donna con la scritta ITALIA (la moneta è conservata nella Biblioteca Nazionale in Parigi).

Una riflessione, questa volta molto seria: anche qui abbiamo un Santuario sannita con il tempio, quello di Mefite, in località Campo di Fiori alla Madonna della Libera. Anche qui abbiamo pietre, e che pietre, che raccontano la storia, e che storia. Anche qui furono trovate monete, tante, oltre quelle che furono “ricoverate” presso il Museo del Sannio ( A quando il loro ritorno a casa, come Ciro?)…abbiamo solo bisogna della consapevolezza che anche da un reperto insignificante può risalirsi alla storia delle nostre origini, visto le fortificazioni terrazzate di Monte Cigno, i Ponti romani lungo le gole del Titerno, le pietre di Monte Coppe tra Sepino e Cerreto, etc. etc..

I Sanniti ci interessano da vicino, molto da vicino, anche se, fuori dal Molise ed ai margini della Campania come siamo, la nostra valle, il nostro angolo di Sannio, è stata trascurata dagli uni e dagli altri. Ecco perché mi piace l’idea che lanciò l’ex Sindaco Pasquale Santagata: un centro studi sui Sanniti per ridestarne l’interesse sopito. Ma per fare le cose ci vuole impegno, costanza, voglia di fare e…faccia tosta. Si troverà qualcuno, magari sovraccomunale? Se si, muoviamoci, prima che altrove ci rubino l’idea.

Renzo Morone…tra il serio ed il faceto.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.