1688: storia di un terremoto

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Possiamo solo immaginare cosa avvenne e quante comunità coinvolse il terremoto di quel 5 giugno del 1688. La scossa principale si verificò alle ore 15:30 GMT (Greenwich Mean Time) ca, e fu preceduta mezz’ora prima da una scossa meno forte.  Le ore all’epoca erano espresse nell’antico stile orario ‘all’italiana’, quando il nuovo giorno iniziava circa un’ora dopo il tramonto. Le ore 20 di allora per Napoli e Benevento corrispondono all’incirca alle 16:00 di oggi, ora solare, cioè le 15:00 GMT. Quindi la scossa avvenne presumibilmente tra le ore 16:00 e le 17:00  ora solare.

Si stima che il l’intensità della scossa principale fosse compresa tra il 10 e l’11 grado della Scala Mercalli.

Il terremoto ebbe effetti disastrosi nei paesi a sud-ovest dei Monti del Matese, nel Beneventano e nell’Irpinia. I massimi effetti distruttivi furono nel Sannio, intorno a Cerreto Sannita, in un’area di circa 30 km di raggio, fra le valli del fiume Calore e del fiume Tammaro. Complessivamente, 117 paesi su di un’area di 50.000 kmq subirono distruzioni; altre 50 località riportarono danni più o meno gravi, ma senza distruzioni. L’area complessiva dei danni si estende per circa 58.000 kmq.
I centri abitati più colpiti furono Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi, paesi in cui le distruzioni furono pressoché totali e altissimo fu il numero dei morti nonostante le modeste dimensioni demografiche (da 50 a 75%). A Cerreto Sannita solo tre piccoli edifici ecclesiastici non crollarono completamente, pur rimanendo lesionati; a Civitella Licinio le distruzioni furono così gravi ed estese che le uniche persone sopravvissute furono quelle che si trovavano nei campi al lavoro; a Guardia Sanframondi il cumulo di macerie a cui fu ridotto l’abitato rese quasi irriconoscibili persino le tracce degli edifici precedenti.

L’area colpita apparteneva al Regno di Napoli, governato da un viceré spagnolo; la città di Benevento, invece, apparteneva allo Stato della Chiesa ed aveva un governatore di nomina pontificia. I paesi della campagna costituivano una serie di piccoli potentati locali, in parte demaniali e in parte feudali.
Vi furono circa 10.000 vittime, concentrate soprattutto a Cerreto Sannita, in cui perirono circa 4.000 persone su 8.000 abitanti; a Guardia Sanframondi, dove perirono 1.100 abitanti e a Benevento dove ne perirono circa 2.000 su 7.530 abitanti, equivalente a oltre il 26% del totale; di questi si stimò che circa due terzi (1.600 circa) fossero donne e bambini. Il numero non era ancora comunque dato come definitivo, poiché molti risultavano dispersi.
Altri 13 paesi e villaggi, ubicati nelle attuali province di Benevento e di Avellino, subirono effetti devastanti: Alife, Apice, Casalbore, Casalduni, Fragneto Monforte, Fragneto l’Abate, Massa, Mirabella Eclano, Pietraroja, Pontelandolfo, San Giuliano del Sannio, San Lorenzello, San Lorenzo Maggiore, San Lupo.
Per quanto riguarda gli effetti nei contesti urbani, furono gravemente danneggiate le città di Benevento, soprattutto, di Avellino e di Napoli.
A Benevento su 1.607 abitazioni, solo 325 non crollarono (20%), ma di queste solo 285 risultavano ancora abitabili, sebbene necessitanti di restauri; quindi, 1.322 case (oltre 80%) furono distrutte o gravemente danneggiate. La grande entità dei danni in Benevento derivava, secondo alcuni periti che visionarono gli edifici della città per conto della Camera pontifica, dalla qualità dei materiali edilizi: la maggior parte delle case erano costruite con ciottoli di fiume, per le quali la calce non costituiva un buon legante. Fu inoltre osservato che le case costruite con mattoni, benché danneggiate, resistettero meglio alle scosse.
Mentre per l’edilizia civile minore si ha un quadro d’insieme piuttosto generico, per l’edilizia pubblica ed ecclesiastica le descrizioni dei danni sono particolareggiate: tutti gli edifici pubblici (il palazzo del governatore, la rocca, il palazzo del comune) e tutti gli edifici religiosi (chiese, conventi, monasteri e ospedali) subirono crolli o danni estesi. Crollarono pressoché completamente i conventi e le chiese di S. Domenico e di San Vittorino, la chiesa e ospedale della Santissima Annunziata, le chiese di Santa Maria di Costantinopoli, di Santa Maria degli Angeli e di San Bartolomeo, il palazzo e la chiesa arcivescovili, il conservatorio di S. Maria dei Martiri. Altri 13 edifici ecclesiastici riportarono crolli estesi: le chiese di San Salvatore Porta Somma, Sant’Angelo Porta Somma, Sant’Agostino, San Marco dei Severiani, San Donato, Sant’Angelo, San Modesto, San Pietro de Traseris; le chiese e monasteri di San Pietro, Sant’Agostino, Santa Caterina e Santa Maria del Carmine e l’abbazia di Santa Sofia. Furono lesionati in misura più o meno rilevante tutti i rimanenti edifici religiosi. Danni gravi con crolli estesi riportarono il palazzo del governatore (o apostolico) e l’annessa rocca; i macelli pubblici crollarono; il palazzo comunale riportò danni che con il passare del tempo peggiorarono.
A Napoli complessivamente furono gravemente danneggiati 29 edifici religiosi e 6 edifici pubblici. Tutte le case della città subirono crolli parziali o lesioni; le strade erano ingombre di macerie e numerosissimi edifici dovettero essere puntellati. Tra le chiese più colpite vi furono quella del Gesù Nuovo, della quale crollarono le tre cupole, tre cappelle e tutta la navata sinistra, e quella di San Paolo dei Padri Teatini, della quale crollarono l’atrio e il colonnato della facciata. Ci furono crolli anche nelle chiese di San Lorenzo Maggiore, di Santa Teresa e di Santa Maria della Verità e nei conventi dei Teatini e di San Domenico Maggiore. Lesioni più o meno gravi riportarono il convento dei Gesuiti del Gesù Vecchio e le seguenti 11 chiese: Santa Maria dei Monti dei Pii Operarii, San Giorgio Maggiore dei Pii Operarii, San Nicola dei Pii Operarii, San Martino dei Padri Certosini, Santa Teresa degli Scalzi, San Severino dei Benedettini, l’Annunziata, la Sanità, San Tomaso d’Aquino, San Filippo e Giacomo, Madonna della Pietà. Danni furono rilevati nelle chiese e monasteri di S. Chiara e di S. Maria del Soccorso, e nelle chiese di S. Ligorio e della Croce di Lucca. Riguardo all’edilizia pubblica danni rilevanti riportarono il Castello Nuovo, quello di S. Elmo, la Vicaria (Castel Capuano), da dove furono evacuati i Tribunali e le Carceri, la fortezza del Torrione del Carmine, la sala della Tesoreria, il Palazzo Regio. Alcune porte della città subirono lesioni.
Ad Avellino subirono danni il convento e chiesa di S. Francesco, la chiesa di S. Maria di Costantinopoli, il palazzo vescovile e la Cattedrale.
Il bilancio dei danni sul patrimonio storico architettonico, costituito dalle antiche cattedrali medievali, fu complessivamente molto grave in almeno 8 di questi edifici storici: a Benevento, Alife, Ariano Irpino, Avellino, Cerreto Sannita, Frigento, Napoli e Venosa; subirono danni più leggeri il duomo di Chieti e la cattedrale di Salerno.
Particolari effetti di propagazione sono stati rilevati a Galatina, distante circa 300 km dall’area dei massimi effetti: i monaci del monastero di Santa Caterina Novella furono sorpresi dalla scossa durante la celebrazione del vespro e si arrestarono atterriti: furono lesionati molti edifici, tra i quali il campanile della chiesa di Santa Caterina, che crollò durante la notte successiva alla scossa.
L’area di risentimento fu estesa per 83.000 kmq circa, e interessò 5 attuali regioni: Abruzzo, Lazio, Campania, Molise, Basilicata e Puglia.

Nei monti del Sannio si aprirono spaccature, spesso con fuoriuscita di gas e acque bituminose, si intorbidarono le acque sorgive e comparvero nuove sorgenti. Dal monte Taburno, che fu visto “aprirsi e richiudersi”, si staccò un enorme masso; le montagne di Cervinara furono smosse violentemente; nei pressi di San Giorgio la Molara e di San Marco dei Cavoti furono osservate fenditure di alcuni chilometri. Dal monte Erbano una massa di sassi e pietre si abbatté sul paese di San Lorenzello, dove perirono 400 persone. Vi fu una frana a Montoro e si aprirono fenditure nel terreno a Pomarico. Il corso dei fiumi fu alterato da improvvise mancanze d’acqua seguite da straripamenti; furono segnalate, in particolare, deviazioni e intorbidamenti dei fiumi Sabato e Volturno.

Per Guardia Sanframondi, come abbiamo visto, ci fu la distruzione quasi completa del paese. Secondo una relazione ufficiale, conservata all’Archivo General di Simancas (1), si riscontrò la morte di 1.100 abitanti, in gran parte donne e bambini. Magnati (1688) e una relazione coeva riferiscono che morirono moltissimi dei 1.200 abitanti (2); secondo un’altra fonte (3), si salvarono circa 800 abitanti dei 2.000 del paese. Le rovine furono così estese che appena erano riconoscibili i resti della chiesa e del monastero di S.Filippo Neri, i cui frati erano morti tutti tranne uno; si ricorda inoltre il crollo del monastero dei Francescani.

La gran parte delle chiese di Guardia furono distrutte in quella serata della vigilia di Pentecoste, la loro quasi totale distruzione offrì lo spunto ai guardiesi, negli anni seguenti, per ricostruirle nello stesso posto, ampliarle ed abbellirle, così come le conosciamo oggi.

Giovanni Lombardi

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La descrizione è tratta da: The Catalogue of Strong Italian Earthquakes

http://www.ingv.it/it/

(1) Archivo General de Simancas, Secretarías Provinciales, Nápoles, legajo 56 (1688), Consultas originales, Relazione dei danni causati nella città di Napoli e nel Regno dal terremoto del 5 giugno 1688, Napoli giugno 1688.
(2) Vera fedele, e distintissima relazione di tutti i danni, così delle fabriche come delle Persone morte per cagione dell’occorso Terremoto accaduto alli 5 di Giugno 1688, tanto in questa Città di Napoli, quanto nel suo Regno.
Napoli 1688
Magnati V.
Notitie istoriche de’ terremoti succeduti ne’ secoli trascorsi, e nel presente.
Napoli 1688
Archivio di Stato di Napoli, Regia Camera della Sommaria, Notamentorum, fascio 133 (1688), Notamento relativo a una relazione di Basilio Pironti di tutte le terre che hanno subito danni a causa del terremoto del 5 giugno 1688, Napoli 12 settembre 1688.
1688
(3) Archivio Segreto Vaticano, Segreteria di Stato, Vescovi e prelati, vol.76, Lettera del vescovo di Telese Giovanni Battista Belli al segretario di Stato cardinale Alderano Cybo, Cerreto Sannita 11 giugno 1688.
1688

 

 

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