Le Forche caudine? Cercatele nelle gole del Titerno!

0

Forse si dispiacerà Don Alfredo Romano, il mio docente di filosofia, ma al Liceo mi piaceva più la logica matematica che quella filosofica. Ma il buon docente di Solopaca mi amava talmente da essere ugualmente generoso con i voti. Dall’alto del Cielo mi perdonerà se sosterrò qualcosa di poco ortodosso, anche perché qualche ricordo di filosofia mi darà una mano… Mi sembra infatti di ricordare, tra i suoi insegnamenti, che il termine “pregiudizio” abbia a che fare con quei fattori psicologici che alterano la verifica delle ipotesi. E’ un giudizio, un’opinione errata che dipende da scarsa conoscenza dei fatti o da accettazione non critica di convinzioni correnti: i cosiddetti IDOLA di Francesco Bacone.  “Ipse dixit!” tuonava dalla cattedra Don Alfredo. Lo ha detto tizio, lo ha affermato Caio, quindi…è vero! A questo modo di ragionare, che pretendeva di spiegare il mondo con teorie che si basavano semplicemente su ipotesi mai verificate, si opposero vari filosofi-scienziati, tra i quali, per primo, Galileo Galilei, proponendo un metodo scientifico (finalmente!): la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e… condivisibile. Il metodo consiste(va), da una parte, nella raccolta di dati empirici sotto la guida delle ipotesi e teorie da vagliare, dall’altra, nell’analisi  rigorosa di questi dati, associando cioè, le «sensate esperienze» alle «dimostrazioni necessarie», ossia la sperimentazione alla matematica.

Metodo che io ho cercato di applicare per dare una riposta ad una domanda che mi frulla nella testa da quando, a scuola, mi dettero da tradurre un brano in latino di Tito Livio tratto dal suo libro: Ab urbe condita dedicato alle imprese di Roma da quando fu fondata, nel 753 a. C.: Le Forche Caudine.

Tito Livio, lo ricordo a me stesso, è l’unico che abbia scritto e descritto l’episodio delle ” Forche Caudine” trecento anni dopo che era accaduto, nel 321 a.C.-  Era un provinciale, come me, lo storico nato a Padova nel 59 a.C. che cantò la gloria e il declino di Roma da autentico “Ultras” romanista, almeno tanto quanto lo sono io per il Napoli, per cui non è escluso che la sua narrazione si distacchi dalla realtà dei fatti per intenti propagandistici o semplicemente perché, non avendo dati a sufficienza, ne diede una descrizione stereotipata. Ma una cosa è enfatizzare i fatti, una vittoria, un’altra è la collocazione, lo stadio dove si è giocato, con precisi riferimenti geografici.

Ebbene, quel brano mi venne in mente quando, qualche anno dopo la traduzione, mi recai ad Arpaia per assistere ad una gara del campionato di calcio di II categoria: “qui qualcosa non quadra, pensai. Tito Livio da una descrizione completamente diversa dei luoghi dove si sarebbe svolto l’episodio delle Forche Caudine durante la 2^ guerra sannitica!”. Gli anni sono passati in fretta, gli interessi da pensionato sono altri e, soprattutto, è passata la paura di sostenere ciò che sarebbe stato subito bollato come frutto di…fantasia: “ma che dici? Il Professore Tizio  ha detto…, il luminare Caio ha confermato che… quindi le Forche sono là!”. Ecco allora che ho provato, utilizzando gli sbiaditi ricordi scolastici, un metodo “scientifico” per rispondere alla domanda: Quale è il posto che più si avvicina alla descrizione fatta da Tito Livio relativamente alla collocazione delle  Forche Caudine?

Premessa

Roma, intorno alla metà IV secolo a.C., dopo un paio di secoli di guerre contro Etruschi, Latini, Galli etc., era diventata la più forte potenza dell’Italia centrale ed era pronta ad espandersi verso la Campania, terra di fertili pianure, la Campania Felix…allora!, dove però avevano messo gli occhi anche i Sanniti, un popolo dell’entroterra appenninico costituito da piccole ma bellicose tribù unite da saldi vincoli federali.

Inevitabili furono pertanto gli scontri scaturiti dalla politica espansionistica dei due popoli che a quell’epoca si equivalevano militarmente e combattevano per conquistare l’egemonia nell’Italia centro-meridionale. Tre furono i conflitti combattuti dalla giovane Repubblica romana contro la popolazione italica dei Sanniti e numerosi loro alleati tra la metà del IV e l’inizio del III secolo a.C.-  Le guerre, terminate tutte con la vittoria dei Romani, presero il nome di Guerre Sannitiche.

Nell’anno 354 a.C. i Sanniti concludevano con i Romani un primo trattato di alleanza ma, a pochi anni di distanza, nel 343 a.C. i due popoli erano già in armi e davano inizio alla prima guerra sannitica, che durò poco.

L’anno successivo, infatti, a causa di una sollevazione dell’esercito romano e di alcune discordie causate dai plebei di Roma, i Romani si videro costretti a stipulare la pace con un trattato che, nell’anno 341 a.C., poneva termine alla prima guerra sannitica e rinnovava la preesistente alleanza.

Ma l’alleanza non poteva durare a lungo, tanto che nel 326 a.C., a causa dell’aiuto fornito dai Sanniti alle città greche di Palepolis e  Neapolis, in guerra coi Romani, scoppiava la seconda guerra sannitica.

Dopo alcune battaglie poco rilevanti e la successiva tregua di un anno, l’esercito Sannita fu sconfitto con un inganno.

I Sanniti affidarono allora il comando del loro esercito a Caio Ponzio Telesino, un giovane ed esperto comandante che aveva già combattuto contro i Romani, meditando l’atroce vendetta, forse ancora ricordando l’altro inganno con il quale i giovani di Roma rapirono le loro donne: le Sabine.

Caio Ponzio, originario di Telesia, quindi profondo conoscitore dei nostri posti, fatto tranquillamente trascurato dai più, riorganizzò l’esercito e tramò l’inganno.

Dato che l’esercito romano si trovava a Calatia, nei pressi di Capua, (la collocazione esatta è alquanto dibattuta, ma non cambia di molto il discorso) fece travestire dieci soldati con abiti da pastori e ordinò loro di portare a pascolare le greggi in prossimità dell’accampamento romano: “fatevi catturare, disse loro, e riferite che tutte le tribù sannite hanno accerchiato Lucera di Puglia e sono sul punto di conquistarla”.

Il piano riuscì ed i Consoli, credendo alla notizia fornita dai falsi pastori, partirono subito in soccorso dei fedeli alleati Lucerini che non potevano essere lasciati soli. Per guadagnare tempo, nella convinzione che anche i bellicosi Pentri (dall’Osco  “pen” “sommità”, quindi “popolo dei monti”, fino al nostro Matese) avessero abbandonato i monti per recarsi a Lucera, anziché prendere la strada lunga ma sicura verso il Mare Adriatico, quella che appunto passava per Forchia e Benevento, scelsero la più breve attraverso i monti….

Ma leggiamo Livio…

“Duae ad Luceriam ferebant viae, altera praeter oram superi maris, patens apertaque sed quanto tutior tanto fere longior, altera per Furculas Caudinas, brevior; sed ita natus locus est: saltus duo alti angusti silvosique sunt montibus circa perpetuis inter se iuncti. Iacet inter eos satis patens clausus in medio campus herbidus aquosusque, per quem medium iter est; sed antequam venias ad eum, intrandae primae angustiae sunt et aut eadem qua te insinuaveris retro via repetenda aut, si ire porro pergas, per alium saltum artiorem impeditioremque evadendum. In eum campum via alia per cavam rupem Romani demisso agmine cum ad alias angustias protinus pergerent, saeptas deiectu arborum saxorumque ingentium obiacente mole invenere. Cum fraus hostilis apparuisset, praesidium etiam in summo saltu conspicitur. Citati inde retro, qua uenerant, pergunt repetere viam; eam quoque clausam sua obice armisque inveniunt”.

Risultano chiari ed incontrovertibili alcuni particolari:

– In geografia, col termine Furculas, viene indicato uno stretto valico di monte, somigliante appunto ad una Forca, un V; il termine è ancora vivo in alcuni toponimi, come Forca d’AceroForca CarusoForca Canapine, ecc.,  Furculas Caudinas, pertanto, stava ad indicare un passaggio stretto, una gola, anzi almeno due essendo Furculas plurale, tra i monti del Sannio Caudino.

  • Per Sannio Caudino si intende tutta la Pianura Campana fino a Telesia, città appunto caudina. Il Sannio Pentro è invece quello che inizia ai piedi dei Monti del Matese.
  • Le forche si trovano su una delle due strade che portano da Calatia a Lucera;
  • Il sito NON si trova sulla “via del mare”, il tratturo che poi sarebbe diventato Via Appia – Via Traiana.
  • E’ sulla  strada più breve, ma scomoda perché attraversa i monti;

1

Apprendiamo sempre da Tito Livio che:

  • la strada attraversa due gole profonde, strette, a forma di V ecoperte di boschi;
  • è circondate da monti dai quali èpossibile, evidentemente, far precipitare massi per ostruire il passaggio.
  • tra le due gole c’è una pianura ricca di acqua
  • la 2^ gola è ancora più stretta e impervia della 1^ e la strada è scavata nella roccia;
  • Le gole dovevano avere dei presidi all’ingresso e all’uscita per consentire di intrappolare i soldati.

Intrappolati in una di queste gole di cui avevano chiuso gli imbocchi facendo precipitare dall’altro massi e tronchi, ci fu l’inevitabile resa con l’umiliazione del passaggio sotto le lance incrociate, per poter avere salva la vita e rientrare a Roma ove “… i soldati si trattennero a stento dallo scagliarsi addosso a quanti, per la loro imprudenza, li avevano trascinati in quel luogo sconosciuto…” (sconosciuto ai Romani, che invece conoscevano benissimo la strada per Arpaia, non certo a Caio Ponzio Telesino, lì nato, che aveva architettato tutto).

A questo punto, da architetto che legge il territorio e che, come lo zio Nicola di “Dietro la leggenda…” di Antonello Santagata, ha finalmente trovato il coraggio di rivelare in giro una storia che da troppo tempo teneva per sé, forse per la paura di essere preso per un pazzo visionario dagli amici, o per il timore degli inciuci, rispolvera il metodo scientifico di Galilei e, dopo aver letto e riletto il libro IX di Tito Livio in latino, per evitare traduzioni…”ad usum Delphini” e raccolto tutti i dati e le informazioni possibili, ho formulato un’ipotesi verificandola attraverso lo studio dei luoghi: le Gole del Titerno sono state probabilmente il teatro della umiliazione dell’esercito romano passato alla storia come Battaglia delle Forche Caudine. Non posso darlo per certo, ma so per certo che qui si verificano tutte le condizioni poste da Tito Livio in un descrizione che sembra quasi una guida del TCI sui percorsi delle Forre del Titerno.

Altrove?…forse l’unica cosa vera è che lo ha detto Momsen! E, se proprio vogliamo insistere, faccio notare che Orazio, contemporaneo di Tito Livio, fa un viaggio da Roma a Brindisi, “lungo la via del mare”, passando appunto per Forchia, Montesarchio e Benevento, e pur citando tutto dei luoghi attraversati…non spende una parola per le Forche Caudine. Ma vi pare che se avesse attraversato quei luoghi non ne avrebbe fatto menzione?

 

le-forche-caudine2

 

le-forche-caudine3

 

schermata-2016-11-16-alle-13-45-49

«L’Archeologia, nella mia fantastica suggestione, era ormai divenuta, più che una disciplina scientifica, un sublime poema delle cose trapassate, un“quid” di poetico e surreale, in cui amava esercitarsi, con lirico trasporto, la mia mente assetata di bellezza antica e illuminata da vivida fantasia. E ogni “città morta” da me visitata divenne “storia viva”, alonata di epopea, per la mia mente… un patrimonio archeologico d’insospettata entità ebbi la gioia d’identificare, là, ove mai, per il passato, era penetrato sguardo indiscreto, e ove mai i magnati della Scienza Ufficiale avevano calcato orma alcuna».

Emilio Barillaro archeologo

La storia secondo un architetto locale-Lorenzo Morone

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.