Impressioni ai confini

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Impressioni ai confini. Mostra fotografica di Mirella Riccardi. “Molte fotografie sono interessanti, ma non durano. Altre, invece, le amiamo e continuiamo ad averle presenti anche quando chiudiamo gli occhi”.   R. Barthes

Vi accadrà di amare qualcuna di queste fotografie. Molto probabilmente, più di una.  Sono esposte nella Chiesa San Francesco delle Monache a Napoli.

Mi è capitato di chiudere gli occhi e rivedere il riflesso argentato di un controluce che Mirella ha riservato all’Africa. O che l’Africa ha riservato all’obiettivo di Mirella, perché si sa, l’anima dei luoghi si mostra solo a chi sa vedere.  Guardo una preziosa scena di infanzia africana, lontana dal rosso dei barconi, nella pace di due ragazzini seduti su un albero, un’immagine che è quasi un’icona, con qualcosa di sacro, di intoccabile nella sua essenziale semplicità. E’ una foto, ma potrebbe anche essere uno di quei ritratti di carta velina nera, intagliato con le forbici e incollato sulla pagina, tanta è la precisione e la delicatezza del controluce. Saturi di immagini di devastazioni, respiriamo la pace di questo quadro come una grande boccata di ossigeno. E ancora, delle foto in Africa, amo l’istante concitato di un ragazzino che sta per spiccare un altro tuffo, avido di acqua e movimento, mentre il compagno è rimasto vestito e distratto da un punto ignoto nel mare. Naturalmente questa visione non poteva che essere in bianco e nero, tra candore e oscuro presagio.

Una fotografia la amo anche quando letteralmente “mi spiazza”. Impressioni dall’India. Vedrete una serie di immagini di paesaggi, una accanto all’altra. In particolare mi colpisce una città brulicante di colori e di strutture e piani, dove ondeggiano stoffe leggere dalle tonalità accese, arancio, azzurro e giallo ocra. L’abilità dello scatto consente di inseguire con gli occhi tutta questa vita ingarbugliata e stretta, e di rischiare di perdersi come in un trucco orchestrato dalla città. Quel fluttuare di colori e forme mi ricorda una osservazione di Moravia: “Effettivamente l’India è il paese delle cose che ci sono e che non ci sono, che vanno e che vengono… c’è un diverso sentimento della realtà che è qualcosa di fluttuante e incerto.”  All’improvviso, però – tocco magistrale della fotografa! -mi accorgo che nella foto c’è un  cartello in basso a sinistra che indica che questa è Napoli!  “Assonanze”, per dirla con una espressione della nostra fotografa. Fiuto per le invarianze nel mondo, anche. Forse un bravo fotografo convoglia nel mirino una carica multisensoriale, di  udito, olfatto…non è mai solo una questione di occhio.

Mirella si muove nei suoi viaggi con l’umiltà del viandante silenzioso e discreto, ha un passo leggero tra la vita degli altri, alla quale partecipa sempre da una certa distanza, rimanendo nascosta, inavvertita. Così la quotidianità scorre indisturbata e il premio alla silenziosità del click è la spontaneità dell’umanità catturata: un momento di obliquo equilibrio sotto il peso della fatica; un contagioso sbadiglio colmo di ozio; sacre vacche indiane che si parcheggiano accanto alle motociclette, come fossero cugine solo un po’ più grasse e lente, ma pur sempre padrone di casa. Poi, ad un tratto, l’invisibile diaframma che separa la fotografa dai suoi soggetti si buca, qualcuno avverte la sua presenza, si gira di scatto e le pianta gli occhi nell’obiettivo; si tratta di un giovane monaco in Birmania, che è l’ultimo di una fila molto ordinata e un’anziana donna dell’India, ai piedi di un’antica scala a chiocciola. C’è qualcosa di perturbante in queste due foto, forse perché nello scatto di quegli sguardi, così straordinariamente sincronico a quello dell’otturatore, possiamo intravedere la superba firma della nostra fotografa e ciascuno di noi mentre guarda.

Filomena  Rita Di Mezza

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