Cartoline dal fronte

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In occasione dell’evento “ La grande guerra degli italiani un secolo dopo”, organizzato dall’associazione onlus  icoraggiosi, presso il palazzo municipale di Guardia Sanframondi  dal  7  al  13 giugno 2015 è stata presentata   la pubblicazione delle cartoline che i soldati guardiesi partecipanti alla Prima Guerra Mondiale inviarono ad un concittadino.

Gettati nelle trincee , nel fango, nel freddo , nella pioggia che infradicia le ossa o sotto il sole cocente dell’estate, accovacciati  o distesi lungo le pareti di qualche anfratto naturale, sotto i cannoneggiamenti o nei rari momenti di interruzione bellica, i soldati  della prima guerra mondiale pensavano intensamente e con nostalgia alla casa che avevano abbandonato, ai genitori, alle mogli e ai figli, alle fidanzate, a quella vita quotidiana fatta di routine, sudore e fatica che avevano dovuto lasciare per correre in difesa della patria. Sospesi tra la vita e la morte, al limite di una terra contesa e disseminata di morti, scrivevano lettere e cartoline  come a voler esorcizzare  la guerra e la  morte , a riappropriarsi della vita con tutte le sue incombenze e le sue ritualità, a guardare in faccia la paura senza provarne spavento.  La mole di cartoline che i soldati di tutti gli eserciti partecipanti scrissero ammonta all’incirca a 28 miliardi, di cui 4 miliardi sono le cartoline che i soldati italiani scrissero dal fronte di guerra: una massa immensa di corrispondenza che testimonia la volontà di non recidere quel filo che legava ogni fante alla vita che si era lasciata alle spalle, precario come l’esistenza che si conduceva nelle zone di guerra.

Cosa racconta questa massa sterminata di documenti?  Innanzitutto  è la testimonianza di una presenza fisica e affettiva,  benché lontana :  far arrivare una cartolina a destinazione significava riaffermare al proprio mondo la propria esistenza. Si era vivo, si poteva ancora sperare in un ritorno, si era presente nella vita delle persone care e lontane. C’era poi il bisogno di rassicurare genitori, amici e parenti che si stava bene, che la guerra era dura, ma sopportabile, che il pericolo era presente, ma lontano, che le vita, nonostante la precarietà della trincea, fosse tutto sommato accettabile. Rassicurazione sulla propria condizione, nostalgia per la vita lasciata, desiderio di conoscere quanto avviene nella propria comunità: sono questi i temi più frequenti trattati in questa corrispondenza di guerra.

Dalla trincea dell’oblio sono riemerse queste cartoline di alcuni nostri concittadini che hanno partecipato alla Grande Guerra.  Sono sfuggite alla censura militare, all’incuria del tempo e oggi,  a distanza di cento anni da quella grande tragedia,  vengono pubblicate in questo volumetto.  La quasi totalità di esse ha come destinatario una  persona ben in vista e conosciuta del paese:  il cav. Domenico Piccirilli, don Mimì Piccirilli. Appartenente ad un casato illustre di Guardia Sanframondi, uomo di vaste conoscenze sociali e politiche:  a lui ci si rivolge per avere un aiuto per sé o per la famiglia, per ringraziare di qualche aiuto ottenuto o per gli auguri di feste e ricorrenze.  Da questa galleria di nomi senza più volto e storia emerge, per chi scrive, la figura di Benedetto Pinto, zio Benedetto,  in quanto cugino del nonno materno. Ricordo questo anziano parente abitante in via Salita Campopiano, ormai vecchio, seduto e appoggiato con le mani al suo bastone, che rispondeva dalla finestra al saluto. Nella cartolina che Giovanni Guglielmi manda al cavalier Piccirilli si fa riferimento proprio a lui, alle cure ricevute  in seguito alle ferite riportate e alla guarigione pressoché completa che è intervenuta.

I protagonisti di questa corrispondenza epistolare accettano la guerra come dovere da compiere , solo qualcuno con entusiasmo e con la consapevolezza delle motivazioni che hanno portato l’Italia all’intervento. In tanti pensano alla semina, alle difficoltà familiari, alle licenze, al ritorno alla vita di tutti i giorni.

La guerra, benché la stiano combattendo,  non gli appartiene come ideale, ma solo come tragedia.

Angelo Mancini

 

 

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