Rigenerazione linguistica

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Da qualche giorno in molti punti cittadini di Guardia Sanframondi  è presente un pieghevole dal titolo “Il futuro nella rigenerazione urbana”, un progetto di ristrutturazione, riorganizzazione, rivitalizzazione del centro storico. Dopo oltre trent’anni, diverse campagne elettorali, promesse sistematicamente disattese, forse è scoccata l’ora fatidica? Lasciamo la discussione sulla fattibilità o meno del progetto ai tecnici e ai politici, a chi ha gestito direttamente e indirettamente le vicende comunali degli ultimi tre decenni e a chi si appresta a candidarsi alla gestione della cosa pubblica cittadina.

Qui si vuole mettere in evidenza un vezzo, una moda, un eccesso tutto nazionale che sta prendendo sempre più piede nella vita politica e amministrativa italiana: l’uso eccessivo dei termini inglesi. I documenti ufficiali sono sempre più infarciti di parole albioniche anche quando queste ultime hanno un corrispettivo nella lingua italiana ben definito. Siamo all’esterofilia acritica e immotivata. Nessuno nega che l’inglese sia la “chiave” del mondo, la lingua che ci permette di comunicare con il resto del pianeta, ma in tutte le nazioni straniere ogni cittadino preferisce di gran lunga comunicare nella propria madrelingua, con cui pensa, sogna  e con cui ha più familiarità e dimestichezza, o nella lingua del suo interlocutore,  piuttosto che in una estranea ad entrambi.

Non ha molto senso neanche parlare di purezza da preservare della lingua italiana; tutte le lingue cambiano continuamente, in un interscambio continuo, e ognuno ingloba parole, modi di dire di altre lingue. Termini come “pasta”, “pizza” “mortadella”,  “mafia”, “ciao” etc…, sono usate anche in altre lingue e quindi non ci deve meravigliare se anche nel nostro vocabolario sono entrati vocaboli esteri. Ciò che, quindi, si vuole stigmatizzare è il ricorso sempre più frequente, il più delle volte immotivato, ai termini inglesi illudendosi, così, di ovviare a quella carenza linguistica che tanto angustia l’attuale governo. Stiamo volontariamente sostituendo la nostra lingua nazionale con l’inglese, in una sorta di colonialismo linguistico che è, forse, la tragica conseguenza, l’aspetto visibile e cosciente, del colonialismo economico a cui le politiche sciagurate di questi anni ci hanno condotto.

La lingua italiana è la quarta lingua più studiata al mondo, ma per noi rappresenta la nostra identità  culturale, di comunità, di cittadini; riflette il nostro modo di pensare e di essere, di rapportarci agli altri e al mondo.  Abbandonare l’italiano significa, allora, perdere la propria identità. E’ questo lo sanno bene i pronipoti dei nostri emigranti nel mondo: in tantissimi casi, solo il cognome, solo una parola, li tiene legati alle nostre radici, alla più grande tradizione umanistica e culturale del mondo occidentale. Senza quel cognome sarebbero figli solamente di quella patria che ha accolto i loro sconosciuti antenati.

Ritornando al pieghevole in questione, nella prospettiva sistemica, che è quella del piano presentato, il concetto fondamentale è contesto. E’ il contesto che da significato alla comunicazione: una barzelletta ha un esito diverso se viene raccontata in una festa o in un funerale. In un contesto come quello guardiese, qual è, allora, il codice comunicativo efficace, quello che effettivamente informa i cittadini?

Era una necessità comunicativa l’uso reiterato di termini inglesi come “core”, “housing”, “landscaping economy”, “creative hub”, “friendly”, “park & ride” o semplicemente arido tecnicismo, narcisismo accademico, ostentazione di un cosmopolitismo che sfocia nel provincialismo?

Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt. (Sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue).   Isidoro di Siviglia, (560 – 636 d.C.)

 Angelo Mancini

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