Primarie dolenti

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Di scena oggi le primarie campane del PD con tutto il loro carico di veleni e il lungo strascico di polemiche per i continui rinvii  e per  le innumerevoli manovre, palesi ed occulte, per  evitarle.

La tensione è palpabile, nonostante l’ottimismo di facciata, e le parti in campo diffidano fortemente l’una dell’altra rinfacciandosi reciprocamente manovre “basse”, colpi di mano,  acquisizioni di  pacchetti di voti, tradimenti, brogli.

Lo psicodramma a cui abbiamo assistito in questi mesi non è un attributo specifico del PD campano, ma è comune a tutte le realtà nazionali dove si sono svolte le primarie. Basta ricordare l’ultimo caso in ordine di tempo: quello di Cofferati in Liguria.

E allora, più che una riflessione sulla “stoffa politica “ dei due contendenti campani, si impone una riflessione sul meccanismo delle primarie, una pratica estranea al sistema partitico e democratico italiano, mutuata da quella smania esterofila che da qualche decennio sembra colpire la nostra classe politica.

A ben guardare, le negatività di tale procedura sopravanzano e vanificano l’unico elemento positivo: la scelta da parte della base del partito del candidato.

Nella realtà il sistema delle primarie:

  1. mina la centralità della proposta politica del partito: il vincitore può avere una proposta politica diversa, a cui l’intero partito deve aderire;
  2. frantuma l’unità del partito in vincitori e vinti;
  3. sancisce ed estremizza il correntismo più deleterio, quello delle poltrone e degli incarichi;
  4. svincola il vincitore dai processi partitici e democratici facendolo un  “unto dal popolo”;
  5. promuove il leaderismo più pericoloso, quello legato al “potere” e non quello funzionale della proposta politica;

A be vedere, il gioco non vale la classica candela: i pretendenti locali, come nelle più spregiudicate lotte fratricide, non accettano “ la furbata”, e cioè che attraverso gazebo  fasulli e pilotati venga indicato il candidato ”gradito” alla segreteria romana, e muovono ad una guerra che ha un solo  “scalpo”: il potere.

Per un partito che si definisce democratico non è un gran risultato!

Angelo Mancini