Per il compleanno di Pasquale Massaro

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Io credo che le cose, i fatti, gli accadimenti, talvolta nascondano trame che si sottraggono alla vista, allo sguardo immediato, e anche all’indagine superficiale. Sotto l’espressione “scherzo del destino”, infatti, annoveriamo molti intrecci (apparentemente) inspiegabili.

Ci sarà un perché se prendo a scrivere di Pasquale Massaro proprio oggi, 13 settembre, data in cui mise piede nel mondo, decidendomi a dare forma a ciò che da tempo mi turbina dentro. E ci sarà un perché se, proprio il giorno successivo alla sua scomparsa, mentre tante persone gli rendevano il giusto omaggio, mi toccava partecipare a uno dei quegli appuntamenti che fanno parte del corredo dei Doveri (con la lettera grande) di chi sta in un’amministrazione pubblica. Perché un civico consesso è anche il luogo in cui si condensano, precipitando in alchimie dai mutevoli esiti, le virtù e le miserie della natura umana.

Ero inchiodato, in quelle ore, al mio Dovere di rappresentante dei cittadini. Ma ero decisamente altrove. Sentivo parole sincere ma anche le solite frasi di circostanza, profferite da chi subito dopo interpretava quei momenti come se quelle parole non avessero avuto ragione di essere profferite. Segno inequivocabile, mi pare, che talvolta la politica e la vita sono soltanto teatrini sghembi destinati a recite mediocri e superflue.

Mi venivano (e mi vengono) in mente le parole di una canzone di Paolo Conte, Una faccia in prestito, che non è tra le più note. La canzone fa così:

 «Perché la faccia che avevi

una volta è rimasta stampata qui

nei tuoi modi di fare, nel tuo

palpitare e distinguerti,

nella vecchia passione,

nella tentazione di essere,

non piangere, coglione, ridi e vai».

Si va avanti, a volte, perché si ha ancora la forza di prendere in prestito una qualche maschera che nasconda il volto. È la vita che ci chiama alle sue dure prove, che – davvero – non finiscono mai. Allora ha ragione il maestro Paolo Conte: l’eroe dei tempi contemporanei, in fondo, è il coglione consapevole di esserlo. E si può anche riderne e sorriderne.

Ci sono persone, donne e uomini, che non passano nonostante la morte fisica. Permangono oltre il limite del tempo biologico che è stato loro concesso. Pasquale Massaro è una di quelle persone. Un portatore di esempio, uno di quelli che lascia agli altri il dovere (la lettera stavolta è piccola, ma la semantica è impegnativa) della rammemorazione.

Mi guardo intorno e ne vedo pochi – ma proprio pochi – capaci di tenere insieme, come era in Pasquale, l’ironia, l’intelligenza, l’onestà, la capacità (tutta politica) di analisi dei processi. A lui devo la presa di coscienza del concetto di “ventre molle”, concetto che – lo confesso – ho molto faticato a capire nei suoi significati più profondi. Il termine mi inorridiva, facendomi pensare ad una specie di iperblob sociologico, una mucillagine gelatinosa e proteiforme. Ed invece era una categorie metapolitica, paragonabile (sotto questo punto di vista) a ciò che per Kant sono le categorie apriori della conoscenza: certo il “ventre molle” non ce l’hai innato in te stesso, ma se non impari a farci i conti allora è meglio che rinunci ad ogni iniziativa pubblica.

E poi penso a quando mi sintetizzava una situazione politica dicendo che se ne poteva avere “plastica dimostrazione” dal fatto che Tizio e Caio passeggiavano insieme o parlavano a una certa ora oppure in un dato luogo.

Anche questo me l’ha insegnato Pasquale Massaro. Lui non era un parolaio: era uno a cui piaceva parlare e ragionare, perché la sua finezza intellettuale lo rendeva capace di riunire parola e ragione in un termine solo, come era per i Greci.

Uomo, e uomo politico, davvero di altri tempi. Tempi che non torneranno più. Chissà se si apriranno nuove stagioni, nuovi spazi in cui la politica sarà di nuovo interpretata – seppur con diverse declinazioni – come lo strumento per cambiare (migliorare) le cose e le vite; e non sarà più né il porcilaio che conosciamo né lo sfogatoio inane del qualunquismo oggi dominante.

Chissà se la ragione tornerà ad informare di sé la politica. Intanto ci tocca questo presente buio e pesante, mefitico e appassente. Intanto Pasquale Massaro ci manca, e molto. Ci manca pure l’asprezza delle posizioni politiche e amministrative che ci hanno talvolta diviso.

Non posso non ricordare la primavera del 2009, quando Pasquale affermava che si sarebbe ritirato in montagna a cercare i suoi funghi. Era un anno di elezioni amministrative, e a Telese le cose erano molto, ma molto confuse e accartocciate. Gli chiesi di poterlo accompagnare, essendo io disimpegnato elettoralmente. Fu una bella e salutare passeggiata, dedicata a parlare un po’ di tutto, meno che delle elezioni; ma fu un pomeriggio fallimentare dal punto di vista micologico. Rinuncio alla consegna del silenzio, cui mi ero vincolato per non macchiare la fama del grande cercatore di funghi che lui era: confesso apertamente che non trovammo assolutamente nulla. Non dico porcini, ma nemmeno funghi non commestibili. Niente di niente. Il presagio era evidente.

Non lo so di preciso, ma non credo che Pasquale fosse superstizioso. Sta di fatto che da quel giorno del 2009 non mi ha più ospitato nelle sue erranze montane. Era più contento di invitarmi a cena, a gustare risotti e altri piatti a base di funghi. E devo dire di non averlo mai biasimato.

Del resto a lui sono debitore di troppe cose, o meglio gli sono debitore di una cosa sola ma articolata in tanti modi diversi: gli devo il fatto di esserci sempre stato. Intendo che nei momenti importati lui era presente, presentissimo, e non per modo di fare: per modo di essere. Quando ho avuto bisogno di un sostegno, quando ho avuto bisogno di consigli politici, quando ho avuto bisogno di parlare con leggerezza (nel senso calviniano) di cose importanti, facendo finta che si parlasse di banalità. A cominciare da quando, io giovane segretario di Rifondazione, evitai un clamoroso errore tattico, perché il meno giovane e migliorista Massaro mi aprì gli occhi su un passaggio che, dopo, avrei riconosciuto di una banalità autoevidente. Ma in quel momento ci voleva qualcuno con l’acutezza e la franchezza giuste, tali da sbattermi in faccia il fatto che la politica che io immaginavo era ben diversa da quella che altri interpretavano. Non gli sarò mai grato abbastanza per quel salutare trauma: mi aveva gettato nel mare gelato e ne ero uscito più forte di prima.

Per quelle che erano le mie capacità, ho cercato di ripagarlo. Guardando il suo esempio e facendone tesoro pratico. Ho sofferto molto quando ho saputo cosa aveva ricevuto in cambio da chi a lui doveva ben più che una buona condotta tattica e politica, da chi a lui doveva probabilmente la vita stessa. È spesso il destino dei grandi uomini, delle persone perbene, ricevere coltellate alla schiena da chi ti deve tutto. Ma ci sono testimoni che hanno visto e udito, testimoni che non dimenticano. Io non dimentico chi è Pasquale Massaro e chi sono gli ingrati. E verrà il tempo per ridare ordine alle cose.

Ho chiesto all’amico e compagno Tonino Conte di tenermi presente nel lavoro di rammemorazione che la comunità telesina si accinge a fare. Perché lavorare per la memoria è un fatto di una bellezza inaudita, anche se a volte atroce. Lavorare per la memoria di una personalità tanto alta sarebbe un onore e un privilegio. Lavorare per la memoria di un tale amico sarebbe il ringraziamento migliore di cui posso essere capace.

Oggi, anche oggi che è il suo compleanno, mancano il garbo e la profondità di un uomo e del suo tempo. Quando chiamarsi “compagni” significava riconoscersi nella stessa parte di umanità: quella che si divideva il pane ma voleva anche le rose.

Oggi ci manca praticamente tutto: il garbo, la profondità, le rose e finanche il pane. Resta il bisogno di orizzonti possibili. Spero che Pasquale Massaro  – in qualche modo – ci sia ancora accanto nel difficile cammino.

Telese Terme, 13 settembre 2014

Gianluca Aceto

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