Guardia: il patrimonio della lingua

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Tra i beni immateriali che, armonicamente con quelli materiali, possono aspirare a diventare eredità da tutelare e contribuire a che una realtà diventi Patrimonio Mondiale dell’Umanità rientra sicuramente anche la lingua, soprattutto poi se, come quella della nostra area, più delle altre ha necessità di pratiche virtuose di salvaguardia. E sono tanti i motivi per cui  la nostra lingua va necessariamente salvaguardata; ne riferisco solo due, i fondamentali:

1)    E’ una lingua che ha fino a qualche tempo fa conservato gelosamente le sue origini, ma soprattutto le ha declinate in maniera ordinata e armonica con le evoluzioni maturate nel corso delle esperienze storiche, vissute insieme ai popoli con i quali è stata compagna di viaggio;

2)    E’ diventata improvvisamente purtroppo un bene a forte rischio di scomparsa (occorre quindi agire con immediatezza) bombardata com’è dalla violenza dei mass-media e dalla globalizzazione.

E qui lancio un vero e proprio grido di dolore: la nostra parlata si va scompaginando, crollano irrimediabilmente le sue strutture fonetiche, morfologiche e sintattiche. Occorre almeno fotografarla e proteggerla in tutti i suoi aspetti, prima che sia troppo tardi.

Riguardo al primo punto, quello delle origini, possiamo affermare senza ombra di dubbio che ci troviamo alla presenza di una lingua veramente singolare; infatti, pur essendo la nostra un’area latinizzata (furono i Romani a ridefinire le strutture grammaticali della nostra espressione) risente ancora oggi, a 3000 anni di distanza, delle sue precedenti radici osche, la lingua che parlavano i Sanniti prima di essere sopraffatti dai Romani. L’osco, che per noi è una vera e propria lingua di sostrato, giunse nelle nostre valli verso il 1500 a. C., quando ci fu il grande movimento delle popolazioni indoeuropee dalla steppa dei Kirghisi verso l’Europa meridionale. Gli Osci arrivarono a frotte attraverso il Canale d’Otranto e trovarono la loro sistemazione nella regione che sta a cavallo tra il Molise e la Campania. La loro, ribadisco, è una lingua indoeuropea, appartiene alla stessa famiglia del latino e possiamo considerare gli oscofoni veri e propri cugini dei latinofoni. Andrebbero esaminati con cura i caratteri peculiari dell’osco, perché veramente interessanti, ma il tempo è tiranno e me lo impedisce; non posso però non accennare alle particolari colorazioni  della “i” e della “u”, proprie di tale lingua.

Il Lejeune, studioso appassionato della lingua dei Sanniti, ha rilevato dalle iscrizioni di Sepino, città ai confini col Molise, e di altri antichi centri, una “i”  e una “u” toniche, di colore diverso rispetto alle corrispondenti latine, e   noi, a 3.000 anni di distanza, le conserviamo ancora intatte, regolate per giunta da norme fonetiche ben codificate. Parlo della “i” di vÏnǝ= vino e della “ü” di rüttǝ= rotto e di assüttǝ= asciutto. (Su questo fenomeno ci si potrebbe intrattenere in sede di discussione).   E’ questo  un retaggio di una preziosità indescrivibile, oggi lo si registra solo a Guardia ed è una vera e propria perla, che rende unica la parlata guardiese.  A rendere ancora più interessante questo antico popolo e quindi la nostra area culturale sono i tre seguenti fattori:

  • 1)   La sua compattezza civile e sociale;
  • 2)   L’ unitarietà della sua cultura;
  • 3)   L’attaccamento alle proprie radici e alle proprie tradizioni,

compattezza, unitarietà e attaccamento che si sono mantenuti saldi attraverso i secoli; sono entrati nel nostro DNA e hanno consentito di salvaguardare e tramandare intatto questo affascinante paesaggio naturale, agricolo e culturale; infatti i nostri avi, anche se dovettero fare i conti, come apprendiamo dagli eventi storici, prima con i conquistatori romani e poi con i popoli nordici, non hanno mai rinunciato ai loro costumi e alla loro cultura, e, continuando con sacralità e pietà religiosa a ripercorrere le tracce segnate dai loro progenitori, hanno sempre coniugato con amore e con passione usi,  credenze e cultura con le attività lavorative ereditate dai loro padri.

Non hanno mai abbandonato le primitive coltivazioni, soprattutto quella della vite. Quest’ultima, la vite, è entrata addirittura nei primitivi miti della nostra cultura, è una pianta che è diventata simbolo della nostra identità di popolo, dato che fu filo conduttore della storia delle nostre origini; infatti il passaggio del nome Osci a quello di Sanniti ha a che fare proprio con la vite. Il grande studioso di Glottologia Giovanni Alessio, che ricordo con devozione perché mi ha dato tanto nei quattro anni universitari durante i quali sono stato con lui, nelle sue lezioni sui movimenti degli antichi popoli nelle nostre regioni, ci faceva capire che i Sanniti o Saunìtai devono il loro nome a un intreccio-incontro avuto con i Sabini, e che costoro erano così chiamati in quanto guidati nei loro passaggi in Occidente da un leggendario Sabus, che etimologicamente vale “piantatore di viti”. Siccome dagli scavi archeologici è venuto fuori da tempo che le prime tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute nella regione del Caucaso, nulla proibisce di pensare che i nostri Osci o Sanniti, nel loro movimento dalla terra originaria verso l’Occidente siano passati per le regioni caucasiche e abbiano portato con loro questa preziosa pianta. Essa poi trovò qui da noi condizioni climatiche tanto ideali che fece meritare a una vasta regione del Sud il nome di Enotria. Enotria deriva infatti dal greco “Oinotroi”, che sono i suoi abitanti, e “Oinotroi” equivale a “pali della vigna”. Con questo non osiamo dire, sia chiaro, che il nostro popolo sannita sia il creatore della vite, ma affermiamo con convinzione che portò in Occidente tale pianta dalle regioni del Caucaso e ne fu coltivatore e diffusore appassionato.

Sui termini “vite” e  “vino” sono stati fatti studi linguistici abbastanza profondi e i glottologi si sono un po’ sbizzarriti nell’analisi etimologica del termine. Il Curtius sostiene che il termine “vitis” = la vite deriva da una radice “vi”, che significa “attorcigliarsi”. Cicerone, invece, collega sia “vitis” = la vite che “vinum” = vino alla radice *vi di “vis-roboris”, la “forza”, significato che non è poi lontano da quello di “effervescenza”, offerto da un’antica radice *uin, appartenente  al protostrato tirrenico.

Il Mommsen infine vede una parentela di “vinum” con il sanscrito “venas”, aggettivo che significa “piacevole”, e, con grande soddisfazione degli amici di Castelvenere, sottolineiamo che questo aggettivo ”venas”  è collegato col latino “Venus-Veneris” = Venere, la loro dea preferita, dell’amore e del piacere. Ma, a proposito di divinità, è da precisare che nella religione osca abbiamo anche una dea della vinificazione che è puramente sannita ed è Patanai Piistìai, una dea effervescente che è sempre in coppia con Libero, il dio della fecondità e del vino. Ho voluto dilungarmi un poco sulla storia  della vite perché il vino da sempre ha reso famoso il nostro territorio. Non dimentichiamo che sicuramente dalle contrade bagnate dal nostro fiume Calore proveniva l’eccellente vino di Beneventum, menzionato dai migliori autori della classicità latina già dal IV secolo a.C. ed esaltato per il suo aroma lievemente affumicato. Inoltre il vino rappresenta  l’uso, il costume, che più degli altri ha da sempre accomunato i quattro paesi del Calore consociati.

Eppure, nonostante l’origine comune, che ha per millenni fatto vivere le stesse esperienze, nonostante la comune passione per il dolce prodotto di Bacco, nonostante la brevità del territorio, i cui confini si intrecciano e si abbracciano a vicenda proprio sulle sponde del fiume Calore, spiccano tra le parlate di Guardia e di Castelvenere da una parte e di Solopaca e di Torrecuso dall’altra delle diversità linguistiche che a volte diventano molto appariscenti. E, lo precisiamo, questa diversità, evoluzione storica di radici comuni, rende ancora più singolare, e quindi bene da salvaguardare,  la nostra cultura e soprattutto la nostra lingua. Spontanea ci affiora la domanda: come può avvenire che paesi che sono a un tiro di schioppo l’uno dall’altro e che per giunta confluiscono con i loro confini in una brevissima fascia comune bagnata dallo stesso fiume, abbiano dialetti tanto diversi? Nella risposta, oltre alla conformazione a macchia di leopardo della struttura fisica, politica e culturale, propria del feudalesimo, ci aiuta il Bartoli, noto studioso di geografia linguistica. Con la norma dell’area laterale così ci ammaestra: tra due aree linguistiche, quella laterale è sempre la più conservativa e presenta quindi differenze più marcate rispetto alle altre. Se diamo uno sguardo attento al nostro territorio, notiamo con grande meraviglia quanto segue:

Guardia: roccaforte normanna, dominata dai Sanframondo e passata ai Carafa nel 1460, rappresenta un’area posta a confine di Terra di Lavoro e, estremo lembo dell’antica provincia, per giunta estesa in gran parte su territorio montagnoso, guarda verso il Nord, verso il montagnoso Molise. Essendo, come tutte le aree laterali, massimamente conservativa, custodisce fino ad oggi i suoi caratteri di lingua gallico-normanna: tende ad ammutolire tutte le vocali delle sillabe atone, accentuando così l’aspetto rude e vernacolareggiante, già imposto dal sostrato osco;

Castelvenere: dopo avere vissuto la stessa esperienza di Guardia sotto il dominio dei Sanframondo, si accostò dal 1460 in poi alla cultura di pianura di Solopaca, essendo per due secoli diventato possedimento dei Monsorio. Alterna quindi, nell’espressione,  le montane cadenze galliche con inflessioni del basso-casertano, più dolci, in cui predomina il colore delle vocali;

Solopaca: situata in bassa collina, all’ombra del Taburno, dopo la breve esperienza normanna, diventa feudo dei Monsorio, dei Caracciolo e dei Grimaldi e orbita completamente nell’area culturale e linguistica basso-casertana e napoletana, con la conseguente conservazione di tutte le vocali delle sillabe atone;

Torrecuso: fu torre di guardia di quella parte del Calore posta a cavallo tra l’antica Maleventum e la Valle Vitulanese e, data la vicinanza a Benevento, condivise spesso le sorti politiche della città pontificia, con un dialetto a metà strada tra il beneventano e il casertano, proprio dei paesi del Taburno.

Sicché nel raggio di pochi chilometri è possibile distinguere due aree dialettali, ben distinte, divise pressoché dal fiume, entrambe laterali e quindi molto conservative; infatti il corso d’acqua da una parte unisce, perché con la sua corrente è capace di mettere in comunicazione due territori, che a seconda della loro posizione rispetto alla sorgente possono stare distanti anche moltissimi chilometri, dall’altra separa, e questo può avvenire anche tra territori che stanno l’uno dirimpetto all’altro a pochi metri di distanza, ma su rive opposte. Ci aiutano a comprendere questo concetto il significato e l’origine dell’aggettivo italiano “rivale”; tale lemma, costruito su “riva” = sponda del fiume, etimologicamente vale “colui che sta sulla riva opposta”, ma subito prende il significato di  “contendente”, “nemico”, perché il dirimpettaio sul fiume facilmente diventa un “rivale”, “un avversario”, proprio per questioni di confine, causate dalla variazione della corrente del rio. E il nostro Calore, lo ricordiamo bene purtroppo, era una volta soggetto a continue inondazioni e variazioni di corso.  Così le nostre due aree, poste l’una (Guardia e Castelvenere) sulla destra del Calore,  l’altra (Torrecuso e Solopaca) sulla riva sinistra, pur conservando entrambe gelosamente le  stesse radici, fondate, come abbiamo visto, sulla doppia stratigrafia, prima osca e poi latina, per le peripezie diverse vissute dopo l’anno Mille, finiscono per assumere aspetti fonetici molto diversi:

L’area linguistica della riva destra, (Guardia e Castelvenere) più protesa verso la regione montana, conserva, con la presenza osca della “ ï ” oscura e della “ü” prevelare e col predominio gallico dello ǝ” (“scevà”) nelle sillabe atone, l’aspetto rude, fiero e vernacolareggiante, imposto dai Sanniti e confermato dai Normanni; l’area linguistica della riva sinistra, (Solopaca e Torrecuso) più protesa verso la pianura del Beneventano, del Casertano e del Napoletano, per la forte colorazione di tutte le vocali anche in sillaba atona, ha assunto col tempo un aspetto fonetico molto più delicato e variopinto.

In questa maniera dall’altra parte del fiume lo scalatore di montagna dice: “Pe’ ssalle e scègne ‘a ‘nkòppa ‘u Rusìto me s’ànno ‘nkrukkàti i purpacci”.  (Per salire e scendere da sopra il Roseto mi si sono paralizzati i polpacci).                           Da questa parte del Calore, invece, lo stesso scalatore dice:  “Pǝ’ ssàll’e scègnǝ da kòppǝ Montekòppǝ mǝ sǝ so’ ‘nkrukkàtǝ lǝ kòssǝ”.  “Per salire e scendere da sopra Montecoppe mi si sono paralizzate le cosce”.

E così, quando si vuole minacciare qualcuno, i nostri “rivali” (nel senso etimologico del termine: quelli che stanno  sull’altra riva) dicono:  “Se scappi ti sparo, se ti prendo ti accoltello, se ti butti nel pozzo ti perdono”; mentre noi, da questa parte, con linguaggio più rude, diciamo:   “Sǝ tǝ nǝ fùjǝ te špàrǝ, sǝ t’arrìvǝ t’akkurtǝllèwǝ, sǝ tǝ mïn’ént’a rǝ pùzzǝ tǝ pǝrdònǝ”.

Dal confronto delle due espressioni, che cosa notiamo? Nell’area della sponda sinistra prevalgono i suoni  della dolce colorazione delle vocali, mentre nell’area destra  rumoreggiano i ferrei stridori delle consonanti.

Proprio per questo il proverbio popolare che vanta le proprietà nutritive e terapeutiche del vino e che pressoché recita così:  “Il vino fa sangue, la fatica fa buttare il sangue”,  oltre il Calore suona: “ ‘U bbìno fa ssàngo, la fatìka fa ghjettà ‘u sàngo”;  da noi, da questa parte del fiume, strepita in questa maniera:  “Lǝ vïnǝ fa ssàngwǝ, la fatïchja fa jǝttà rǝ sàngwǝ”.    

Silvio  Falato

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