Le Baccanti all’AmoTe Festival

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Il vino è il mezzo per guardare nell’uomo (Alceo VII-VI secolo a.C.) Lunedì 14 luglio alle ore 21.30, nel teatro comunale di Castelvenere, nell’ambito del festival AmoTe, il laboratorio teatrale LAltro Teatro dell’IIS Telesi@ presenta la tragedia “Le Baccanti” di Euripide. Il dramma euripideo rappresenta l’epifania di Dioniso nel mondo greco e la sua tormentata accettazione come divinità, eco, forse, del sacro  e primitivo terrore che la scoperta del vino provocò non solo nel mondo greco (ricordiamo la storia di Noè che maledice un figlio con la sua stirpe perché l’ha visto ubriaco e nudo), ma in tutte le culture dove si estese la coltivazione della vite e richiamo di un altro mito quello di Icario che introdusse nell’Attica le tecniche di coltivazione della vite, apprese dallo stesso Dioniso, e che venne ucciso dagli stessi contadini a cui aveva fatto assaggiare la bevanda perché quest’ultimi, non conoscendola, vedendo girare tutto intorno a loro, avevano creduto che Icario li avesse drogati. Dioniso, in questo contesto non è ancora “gioia dei mortali”, benefattore dell’umanità, divinità, ma un demone che ha un potere subdolo: può essere benefico con l’uomo , ma anche scatenarsi contro di lui. Il vino è ancora un azzardo, un rischio mortale che sarà attenuato e controllato solo inserendolo in un rituale etico-religioso come il simposio, solo riconoscendone l’origine divina. Chi non riconosce la divinità di Dioniso è, allora, immancabilmente destinato ad esserne preda e la sua “follia” non è una perdita di senno, ma una perdita di umanità e di identità, come le baccanti che vivono in branco nella selva  “cacciate lontano da spole e telai”. In loro prevale la furia bestiale e come bestie cercano di soddisfare il loro istinto anche a discapito della loro componente più marcatamente umana: la maternità. E in questa loro disumanizzazione si consuma il dramma di Penteo e la vendetta del dio. Penteo vuole “vedere” gli effetti che il potere di Dioniso provoca sulle donne, sulla madre, vuole conoscere e non sottostare al gioco dolce e terribile del dio, per debellarlo, per estirparlo da Tebe e da ogni angolo della Terra, ma paga con la follia, prima, e con morte, dopo, la sua hybris, la sua empia tracotanza, l’opporsi violento ai culti dionisiaci. L’inserimento del vino nel rituale del simposio, vero punto di incontro tra l’umano e il divino, la libagione, il ricorso ad esso nelle esequie, rappresenta, allora, sia il punto di arrivo per fruire in modo positivo degli effetti benefici della bevanda sia la modalità per esorcizzare la paura della stessa. Riconoscendo il potere di Dioniso l’uomo si appropria della tremenda forza che lo rende  folle, bestia, e della sua umanità perché al vino si accosta insieme agli altri uomini, insieme ai propri pari. Quando beviamo la sera, siamo uomini; e belve all’alba: l’uno contro l’altro. (Automedonte)

Angelo Mancini e Carmine Collina

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