Nunzia Vobis

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Immune dall’encomio servile, in questi anni di sua vertiginosa ascesa politica, e lontano dall’oltraggio codardo in questa odierna sua discesa agli inferi, trovo utile analizzare le vicende che hanno coinvolto la ministra Nunzia De Girolamo perché sintomatiche di una  visione e gestione  del potere che trascende la persona in questione per strutturarsi in sistema, prassi consolidata e abusata.

Nunzia De Girolamo è il frutto amaro e mal riuscito di un albero velenoso che ha attecchito e prosperato con successo nella nostra provincia, come in altre province, e che ha le sue radici nel  quarantennale sistema clientelare che di fatto ha condizionato le scelte sociali, politiche ed economiche di questa nostra realtà sannita. E allora chiediamoci:

con quale visione della politica è  nata e cresciuta la Nostra?

Quali modelli di politici e di gestione della cosa pubblica hanno formato e strutturato la sua assunzione di responsabilità partitica e pubblica?

Nunzia De Girolamo ha riversato nella sua azione politica i modelli, le prassi, gli stili, le consuetudini, le “disinvolture” che hanno contraddistinto i politici della sua vecchia , recente ed attuale area di riferimento le cui case e/o studi erano e sono tuttora mete di incessanti  “pellegrinaggi della speranza”. Tutti in questi anni sapevano  le case a cui bussare, le maniglie da ungere, le scale da salire  per ricevere udienze e favori.

La De Girolamo ha continuato tutto questo? Sia politicamente che penalmente anche per le vale la presunzione di innocenza, se non si vuole scadere nella barbaria sociale.

Di certo no l’ha  inventato, non lo ha eretto a sistema unico  di gestione del potere.

La vera amarezza non sta, allora, nello scoprire che la regina è nuda, ma che i vecchi regnanti, in un indecente spettacolo di ipocrisia, indossino il saio del predicatore e pontifichino da microfoni, giornali e social network come novelli ed immacolati savonarola, dimentichi che Nunzia De Girolamo è una loro figlia diretta, il raccolto di ciò che hanno seminato , la fotografia dolorosa della nostra democrazia che alle aule consiliari e parlamentari ha sostituito le” camere dei reucci” e i salotti degli “amici”.

Angelo Mancini

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