Emigrazione forzata

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La foto in prima pagina del Corriere della Sera di venerdì 11 ottobre 2013, che mostra 596 studenti italiani in fila davanti all’università di Tirana in Albania per sostenere i test di ammissione a medicina e odontoiatria è uno schiaffo sonoro, un tremendo KO,  al nostro sistema universitario incapace volutamente di dare risposte alle aspirazioni di numerosissimi studenti, arroccato sempre più in difesa di un esiguo numero di  “fortunati” con la pseudo-motivazione del merito.

Invece di attuare il diritto allo studio per ogni cittadino, come sancito dalla costituzione italiana, si creano sbarramenti che di fatto limitano o annullano tale diritto con l’aggravante di non creare una classe di professionisti migliori delle precedenti, ma solo di privilegiati sul modello noto della professione di notaio. Uno stato democratico  impostato sul modello liberista deve garantire a tutti, non a pochi, l’accesso all’istruzione e alla professione lasciando che sia poi il mercato a decidere se il professionista sia valido o meno. Uno stato che si arroga il diritto di decidere chi sia idoneo e chi no tra i suoi cittadini a svolgere talune professioni  è uno stato illiberale, dirigista e protezionista di interessi consolidati.

Le proteste giovanili del ’68 ebbero inizio con la riforma Gui che intendeva introdurre il numero chiuso  ed aumentare fortemente le tasse d’iscrizione all’università.

Tutti coloro che hanno frequentato  nei decenni passati l’università ricordano studenti stranieri che venivano da noi per inseguire una professione che nel loro paese gli era preclusa; oggi questa realtà è capovolta. Oggi uno studente italiano per  rincorrere le proprie aspirazioni  deve emigrare forzatamente verso paesi stranieri in grado di consentire la realizzazione di un sogno coltivato per tutto il ciclo scolastico. La Spagna, la Romania, la Bulgaria, L’Albania sono le mete di questa nuova emigrazione giovanile per chi non ha grosse tasche rigonfie di euro, per chi non può permettersi le salatissime ed elitarie università inglesi o americane, per le famiglie comuni, per i soliti che pagano e pagheranno sempre.

Abbiamo creato il totem sacro del  “merito”, a cui tutto deve essere sacrificato: non è un dio assetato di sangue, come quelli dell’antichità, ma di sogni e di sogni giovanili.

Ma il “merito” non è un qualcosa di perfettamente e compiutamente misurabile; c’è molta aleatorietà nel suo significato e nessun test statistico che lo voglia seriamente valutare risulta attendibile  al 100% . C’è un limite fondamentale inerente a questi test di ammissione universitari: non tengono conto, o ne tengono in pochissimo conto, della fondamentale  distinzione  tra attitudine e acculturazione, tra l’effettiva capacità a svolgere una professione e il nozionismo scolastico. Non sempre l’acculturazione è indice fedele  di attitudine per una determinata professione; se qualcuno alla vista di una siringa, del sangue che sgorga da una ferita,  sviene,  anche se mostra un altissimo grado di acculturazione dimostra  scarsa attitudine alla professione medica e questo non lo si evince dalle sole risposte ad item inerenti alle materie curriculari scolastiche o, peggio, di  “cultura generale”.

I risultati finali, poi, non sono dei più incoraggianti. Nell’estate di due anni fa, sempre dalle colonne del Corriere della Sera, Il preside della Bocconi lanciava un allarme inascoltato: con questi sistemi  “meritocratici” la preparazione dei giovani neolaureati risulta essere più scadente rispetto al passato. Il numero chiuso risulta, perciò, essere otre che anticostituzionale e illiberale anche fallimentare rispetto agli obiettivi che si era proposti e questo non è una sorpresa: nel paese delle  “scorciatoie” il merito acquista i caratteri odiosi del privilegio, non solo in ingresso, ma per tutto l’iter universitario.

Le forze politiche interessatamente  non sentono e non vedono e il loro sguardo frammisto di stupore e di dolore empatico davanti a foto come questa ha tutto il sapore beffardo dell’ipocrisia.

Angelo Mancini

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