Se dal deserto nascesse un fiore

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Uno dei temi, che nella scorsa campagna elettorale a San Salvatore Telesino tanto abbiamo sentito nominare era quello della crisi finanziaria ed economica globale. Certo è che se tanto se n’è parlato poco o nulla di conseguenza si è fatto per provare a metterlo all’angolo. Da mesi ci sentiamo dire, ogni giorno, quali sono le caratteristiche inedite della crisi e come queste stanno trasformando i modelli e le condizioni di vita di miliardi di donne e uomini.

Di sicuro uno dei tanti problemi, è la profonda crisi di legittimità delle istituzioni politiche che cozza profondamente con le prospettive possibili per chi desidera un’altra Europa.

Ma se dal letame nascesse un fiore?
Pochi, pochissimi nella diatriba elettorale hanno sentito parlare di politica ma soprattutto d’idee per combattere quella crisi che attanaglia sempre più l’anima dei nostri concittadini e rende ancora più esigue le speranze di un futuro fruibile all’interno della valle.
Nella cosiddetta “area industriale” posta in località Selva di Sotto, si contano a iosa le fabbriche abbandonate, le stesse che in precedenza erano destinate a fare del territorio Telesino il fiore all’occhiello della nuova rivoluzione industriale italiana ahimè solo annunciata. Sono innumerevoli anche i lavoratori che negli anni sono stati messi alla porta dalle aziende fittizie, come innumerevoli sono stati i proclami di abbattimenti dei costi dei servizi per i cittadini, o addirittura l’annunciata creazione di una filiera corta e la disponibilità di costruire una sorta di economia di scala. Semplici, strumentali e inutili FANDONIE. A tutt’ora nessuna idea è mai trapelata al di fuori delle logiche elettorali dimostrando così di poter essere attuata per migliorare lo stile di vita della comunità. Torniamo a noi, vi starete chiedendo cosa c’entra la zona industriale con la crisi, la disoccupazione, la filiera corta? Ve lo spiego subito.
Basterebbe prendere quelle aree industriali poste sotto il patrimonio demaniale e darle in comodato d’uso a quei lavoratori precari o disoccupati che vorrebbero prima di tutto ridare vita alle strutture e in secondo luogo ritornare ad avere un’occupazione. A ciò ovviamente andrebbe legata la richiesta del territorio, che va dalla diminuzione dei costi di gestione degli enti (rifiuti,illuminazione pubblica,manutenzione), fino all’avvio di un’attività di riciclo e riuso. Vestiti, mobili, elettrodomestici, apparecchi elettronici conferiti da privati o enti pubblici, che sarebbero riparati e messi nuovamente in circolazione. Ecco spiegatovi il co-working.
Ora vi starete chiedendo chi lo farebbe? Ebbene se esiste un’area industriale coesistono imprescindibilmente anche competenze di carattere artigiano di ogni tipo: falegnami, frigoristi, fabbri, tappezzieri, metalmeccanici, tutti mestieri facilmente riconvertibili ai fini del progetto; e tutti mestieri oggi in crisi.

il co-working, potrebbe essere un trampolino di lancio per la nostra economia, ma le nostre amministrazioni non sembrano ancora averlo capito. Basti pensare che l’Italia non ha ancora recepito quella normativa europea che istituisce l’attività di preparazione al riutilizzo, che autorizza cioè a prendere gli oggetti classificati già come rifiuti e a ridare loro nuova vita ai fini di riammetterli in un circuito di scambio. Il lavoro di recupero, andrebbe a ridisegnare anche il ruolo dell’operaio, perché mettere le mani su un prodotto usato è molto più complesso e richiede molte più competenze di quante ne servano in una catena di distribuzione, quando si producono prodotti nuovi. Nascono così nuovi lavoratori, con caratteristiche diverse e compiti più creativi rispetto a quelli richiesti al lavoratore fordista del secolo scorso. La nostra vita quotidiana è sempre più incentrata sui consumi, è fatta sempre più di oggetti e non di relazioni. Ma di questi oggetti e della loro storia non sappiamo quasi nulla se non quello che ci trasmette la pubblicità, ed ecco allora perché i rifiuti sono così importanti: possono aiutarci a ritornare su questo mondo.

San Salvatore potrebbe ripartire da qui, dalle fabbriche recuperate ai gruppi di acquisto, dai nuovi strumenti per una finanza etica a originali percorsi educativi, che coinvolgerebbero agricoltori, scrittori, studenti, educatori, architetti e economisti. Persone con sogni, aspettative, vite diverse, ma con un grande desiderio in comune: cambiare le cose, e farlo dal basso.
L’unica grande opposizione che si può fare oggi alla politica del profitto e alla crisi del capitale è quella delle idee, idee sostenibili che permetterebbero non solo il riutilizzo di aree abbandonate a se stesse (comprese quelle archeologiche, dove il discorso è praticamente identico), ma la trasmissione di nuovi concetti e modelli di sviluppo che frenerebbero la distruzione del territorio e che allo stesso tempo facessero calare la disoccupazione.
Si cambia così, semplicemente, senza proclami o inutili polemiche.
San Salvatore è un bene comune è va tutelato, i suoi abitanti vanno spinti alla solidarietà e non all’odio che farebbe così solo aumentare il divario becero della sua autodistruttiva spaccatura.
L’unica politica sostenibile dobbiamo farla noi.

Michele Palmieri

 

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