Riti settennali: perché non c’è interesse per la proposta Unesco

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Il maggior ‘equivoco’ nel collocare la manifestazione guardiese nella proposta Unesco risiede nel fatto che non si riesce a definire in pieno la differenza tra  patrimonio mondiale che include 936 siti che formano parte del patrimonio culturale e naturale, beni tutelati dall’Unesco come siti ambientali, monumenti, architetture … e il concetto di  patrimonio immateriale.

Diamo subito una ‘definizione’ di patrimonio culturale immateriale: per patrimonio culturale immateriale s’intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni , le conoscenze, gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali che le comunità riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo è trasmesso di generazione in generazione ed è costantemente ricreato dalla comunità …  E’la definizione che la Conferenza generale delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) ha sancito nella riunione di Parigi, svoltasi dal 29 settembre a 27 ottobre 2003. Come si vede, sono concetti, procedure e definizioni molto giovani, recenti e attuali.

Superato questo primo ostacolo, se ne presenta subito un secondo: collocare i riti settennali di penitenza di Guardia Sanframondi all’interno del patrimonio immateriale dell’umanità che contiene attualmente tre patrimoni immateriali italiani come l’opera pupi e il canto a tenore del 2008, e la recente dieta mediterranea del 2010.

Come poter coniugare patrimoni così disparati e diversi? Qui ci viene in aiuto l’art 2 della Conferenza generale delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) che, non a caso, ha individuato dei settori d’intervento, ecco quali sono:

  • tradizione ed espressioni orali ivi compreso il linguaggio
  • le arti dello spettacolo
  • le consuetudini sociali, gli eventi rituali e festivi
  • le conoscenze e le pratiche riguardanti la natura e l’universo
  • la produzione dell’artigianato tradizionale

Secondo questo schema la candidatura dei riti settennali di penitenza troverebbe spazio, ovviamente, tra le consuetudini sociali, gli eventi rituali e festivi. Ecco perché non bisogna meravigliarsi delle disparità e varietà delle proposte. Ognuna di queste è collocata nel proprio specifico settore d’intervento.

Se ne voleva parlare … vi era l’impegno a conoscere … e a farlo subito dopo i riti del 2010 … ma nel dibattito spesso occasionale è emerso il timore che culture locali, come la nostra, siano stravolte dal solo contatto con istituzioni come l’Unesco, ma nel dire questo si fa credere che la nostra cultura e la nostra storia siano fatte da uomini ancorati al passato che non vivono il presente. Parlare, discutere, partecipare per proporre e affermare la propria identità e per manifestare che siamo e saremo noi, come comunità, a gestire la nostra cultura e non altri in nome nostro. Quando, invece, al contrario, si fa finta di niente, si rimuove, allora è segno che c’è timore, paura … paura di conoscere, di scegliere, di innovare, di guardare avanti …

 Approfondimenti

Giovanni Lombardi. (www.ritisettennali.org)

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