Cambiamento possibile

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Angelo Mancini. Il 2012 è stato per tutti un anno difficile: nessuno lo rimpiangerà, ma tutti dovremo ricordarlo perché segna una svolta per la nostra democrazia. E’ stato l’anno del governo tecnico, di un ministero nato per reperire risorse che i precedenti governi avevano dilapidato, delle riforme disattese, della crisi del mercato del lavoro, della crisi dei partiti politici, del bisogno crescente di una politica altra da quella che abbiamo conosciuta e vissuta in questi anni.

Innanzitutto il governo Monti. Come già in altre occasioni, si ricorre ai tecnici per evitare l’impopolarità dei tagli e dell’aumento o introduzione di nuove tasse, fidando sulla memoria corta dei cittadini e sulla propaganda demagogica volta ad addossare a tutto e agli altri la responsabilità della crisi.

Questo ministero, però, segna uno spostamento in avanti nella limitazione della democrazia: pezzi di finanza, del sistema bancario, del mondo produttivo, superburocrati, in accordo con esponenti politici, stanno lentamente alienando la sovranità al popolo trasferendola a entità non delegate dai cittadini, come già avviene a livello regionale con assessori non eletti, ma nominati. Un governo tecnico non è un governo “neutro” come la formula induce a credere, ma espressione, rappresentanza di oligarchie, interessi ed altro.

Riappropriarsi della rappresentanza diventa, quindi, il primo imperativo per riaffermare la democrazia così come sancita dalla nostra costituzione.

Questo dovrebbe essere la funzione dei partiti, ma << i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contradditori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un «boss» e dei «sotto-boss.[…]

La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. (…) Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude».

Non è Beppe Grillo o qualche demagogo qualunquista di oggi che parla, ma è Enrico Berlinguer nell’intervista rilasciata a Eugenio Scalfari il 28 luglio 1981.

Se a distanza di trent’anni le parole di Berlinguer risuonano ancora attuali è segno che il sistema partitico attuale è immodificabile, che abbiamo bisogno di un nuovo comitato di liberazione nazionale pacifico e democratico per ripartire dallo spirito dei padri costituenti.

Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di politica, di una visione nobile, per risolvere i nostri problemi sociali ed economici; non abbiamo bisogno di politici e di questi politici e dell’unica ideologia che sembra orientarli: l’interesse personale.

Ecco, allora, il perché alle resistenze a cambiare la legge elettorale anche da parte di quelle forze politiche che di quel cambiamento avevano fatto un cavallo di battaglia, risolto, poi, con un’operazione di pura cosmesi quali sono le primarie.

Ecco il perché del triste andazzo dei  “riposizionamenti”, dei cambi di schieramento, delle ridiscese in campo, delle resistenze a “lasciare” a cui assistiamo in quest’ultimo scorcio di legislatura. La politica è diventato l’unico ascensore sociale, in barba allo studio, alle competenze, al lavoro, ai meriti personali.

Forse il  “salire in politica” del professor Monti svela in modo inconsapevole questa dura e indecente realtà. Un’antica storiella cinese, allora, può aiutarci a uscire dal baratro. Una grande montagna proietta la sua ombra su un villaggio. Per mancanza d’irradiazione solare, i bambini crescono rachitici. Un bel giorno gli abitanti del paese vedono il più anziano di loro uscire dal villaggio con in mano un cucchiaio di porcellana.

“Dove vai?” gli chiedono. Risponde:

“Vado dalla montagna”.

“Perché?”

“Per spostarla.”

“Con che cosa?”

“Con questo cucchiaio.”

“Ma tu sei matto! Non ci riuscirai mai!”

“Non sono matto, so che non riuscirò mai a spostarla, però qualcuno deve pur cominciare.”

Il messaggio di questa storiella è chiaro: non possiamo cambiare il mondo, però possiamo cominciare a farlo

Che il 2013 sia per l’Italia e per tutti i cittadini l’inizio di questo cambiamento

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