Parole di scuola

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Vincenzo Delli Veneri. Dalla “Notte Bianca” allo Sciopero del 24 novembre – Una riflessione sugli avvenimenti di quest’ultima settimana scaturita da un commento di Americo Ciervo alle foto dell’iniziativa del 16 novembre al Convitto Nazionale:  Caro Vincenzo,  grazie agli ultimi avvenimenti mi sembra sia passata una vita… Eppure era solo venerdì dell’altra settimana Chi dobbiamo ringraziare?

 Caro Americo,  sono stato qualche minuto a riavvolgere la pellicola di questa settimana per darmi e dare una risposta al tuo giusto interrogativo: quanti avvenimenti che hanno riguardato la scuola in queste 168 ore che separano i due avvenimenti? Senz’altro la forza e la determinazione degli studenti, che hanno condizionato queste ore: assemblee, dibattiti, cortei, autogestioni e … occupazioni.

Non sempre la consapevolezza di quello che si sta-va vivendo riesce a coinvolgere tutti. Ma non è cosa di oggi, o non solo di oggi. Erano gli ultimi giorni di novembre del 1968, non ricordo la data precisa.

A 14 anni, per un brutto incidente che avevo avuto in bicicletta, stavo frequentando solo da pochi giorni il mio primo anno delle superiori qui a Benevento; a Morcone allora non esisteva il liceo, quello che hanno potuto frequentare le mie due sorelle e miei due fratelli dopo di me.

Sono figlio di una famiglia patriarcale (vivevo in una “grande” casa con nonni, zii e cugini…), cattolica (mia madre e le mie zie andavano tutte le mattine alla messa delle 6, col sole, col vento, con la pioggia e con la neve, al Convento dei Cappuccini, … per intenderci quello dove Padre Pio aveva fatto il noviziato), democristiana (non era difficile visto che a Morcone il 70% votava DC e in qualche sezione elettorale si sfiorava il 90% dei voti).

Eppure ricordo l’occupazione del nevralgico crocevia del Duomo di quei giorni. A quell’epoca non esistevano tangenziali, circonvallazioni e pedonalizzazioni e tutto il traffico di Benevento era costretto ad attraversarlo quell’incrocio. Mi rivedo seduto a terra con tanti altri ragazzi, come me e più grandi di me, tante voci, tanti colori. Non ricordo la polizia. Non ricordo se c’era un leader, né se c’era qualcuno che parlava. Soprattutto non ricordo PERCHE’ ERAVAMO LI’.

Rivendico con questo per tutti i ragazzi, anche quelli di oggi, di provare delle esperienze che non debbono, per forza, rientrare nelle categorie mentali e politiche che hanno i “grandi” che noi abbiamo costruito nel tempo, e che loro hanno diritto a vivere, se lo vogliono, come abbiamo avuto la fortuna di fare noi. Poi ognuno prenderà la propria strada.

Spero che loro siano più liberi di quanto lo siamo stati e lo siamo noi, anche se questa libertà passa proprio per quell’autonomia critica di pensiero che solo una scuola pubblica di qualità può dare loro, che solo una classe docente accogliente e preparata, sempre pronta a reinventarsi rispetto alle loro inamovibili certezze stratificate dal tempo, può fornire loro, offrendo quegli strumenti di autonomia nel confronto con i saperi e i metodi della loro acquisizione critica.

Soprattutto noi gente di sinistra (??? esiste? quale?) non parliamo di maggioranze proprio quando sappiamo che storicamente non sono state le maggioranze a fare la rivoluzione, in tutti i campi (perfino quelli artistici).

Poi, minacciare o, peggio, rovinare un nostro figlio per un’occupazione o una manifestazione non dovrebbe far parte delle nostre categorie mentali, non ci dovrebbe proprio sfiorare.

Compito nostro, in particolare di docenti e genitori, è quello di seguirli, di parlargli, di affiancarli, ma soprattutto di saperli ascoltare, per evitare che si ripetano quelle pagine oscure e tristi che abbiamo vissuto dopo il ’68, che hanno visto vacillare l’intero sistema democratico sotto i colpi stragistico-terroristici.

Un merito grande che questi studenti hanno è quello di rivendicare ostinatamente la scuola della Costituzione, con quella forza e quella determinazione che noi grandi, oggi, dimostriamo di non avere.

Come altrimenti definire uno sciopero indetto contro le 24 ore e per gli scatti di anzianità dai sindacati che ci rappresentano che, con la sola promessa del superamento di queste corporative problematiche, hanno abbandonato gli studenti a rivendicare rispetto ai provvedimenti governativi un PERCORSO OSTINATO E CONTRARIO per tutto il sistema dell’Istruzione Pubblica Statale?

Quel Sistema che è stato attaccato pericolosamente negli ultimi dieci anni e rischia di essere colpito a morte dai provvedimenti Gelmini-Profumo. Per fortuna che ci sono loro, quelli del “semo venuti menati” che stanno difendendo la scuola e la democrazia.

Quelli come Adele Marri, la studentessa che ha chiesto di intervenire all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Parma spiegando con chiarezza, competenza, determinazione e sicurezza a Rettore, Accademici e Ministro presenti come deve essere scuola e università pubblica. Con loro, o come loro, ma con tante difficoltà ha cercato di tenere viva l’attenzione su quanto stava accadendo anche un sindacato (ma forse è una visione partigiana…).

Invece, noi lavoratori, sì stretti dalla crisi, difendiamo la nostra busta paga dallo scippo di 80 euro negando l’adesione alla giornata di sciopero, dimentichi che è in ballo l’esistenza stessa della scuola e dell’università, oltre che il nostro posto di lavoro e i nostri diritti.

Quel sistema d’istruzione pubblica che a noi gente del popolo, figli di proletari, operai, agricoltori o piccoli artigiani, ha permesso di salire su quell’ascensore sociale che i nostri padri costituenti avevano disegnato per offrire opportunità a tutti i “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Anche noi, come quelli che abbiamo mandato a governarci, pensiamo agli 80 euro (che poi saremo pronti a dare ugualmente ai nostri figli per regalargli una pizza o poco più) non accorgendoci dell’immenso valore che è in gioco: oltre al nostro lavoro, è in gioco il futuro dei nostri figli!

Spesso mi chiedo: “come facevano alla fine del’ottocento o negli anni ’60 i lavoratori che scioperavano per 3, 5 10, 20 giorni, che occupavano le fabbriche?”  Erano senz’altro più poveri di noi, con più problemi di quelli che viviamo noi; eppure … con le loro lotte hanno costruito quel sistema di diritti, quelle tutele, quel welfare di cui abbiamo sin qui apprezzato gli effetti positivi, e che adesso stiamo contribuendo a smantellare …

Perché tutto questo? È entrato anche in noi quel seme diffuso dalla Thatcher e incarnato da Berlusconi per cui “la società non esiste. Ci sono solo individui…”. Questa è la grande malattia che ha contagiato tutti,  anche noi, gente di sinistra.

Se non supereremo questo individualismo sarà difficile ripensare un mondo nuovo con al centro l’Istruzione pubblica, il Futuro per i Giovani, la Dignità del Lavoro, la Solidarietà fra Generazioni.

Benevento 25 novembre 2012

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