La Coturnice, una varietà di Pernici

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Emidio Civitillo.  Sarebbe un vero peccato non rivedere più sulle montagne del Matese e della vasta area circostante questo eccezionale selvatico. Tutelare la natura non è un discorso da fanatici. È molto importante aver cura di essa per vari motivi. In questa occasione ne riassumo un paio.

1) –   Innanzi tutto, oltre al miglioramento della qualità della vita per tutti con una natura tutelata e ben conservata,  è anche doveroso tramandarla alle generazioni future nelle migliori condizioni possibili, evitando quanto meno che essa subisca danni irreparabili; e in relazione a questo selvatico (la coturnice), bisogna fare in modo che non sparisca del tutto e definitivamente.

2) –   Se la natura attrae perché è bella, per le popolazioni che vivono nell’area del massiccio montagnoso del Matese e dintorni, le quali hanno modeste risorse alternative al turismo, il discorso dello sfruttamento dell’attività turistica diventa di grande rilevanza. In altre parole, la “natura” è anche un’importantissima fonte di reddito.

Si parla di importanza del turismo a livello nazionale (anzi internazionale). Perché allora trascurare a livello locale questa grande risorsa, viste le attrazioni che potrebbero esercitare molto ma molto meglio, se tutelati e valorizzati, un ambiente naturale d’eccezione e una fauna altrettanto rara (aquile, lupi, pernici, caprioli, ecc., ecc. …) ? Fino ad una cinquantina di anni fa, la “coturnice” (alectoris graeca). da tutti coloro che la conoscono definita uno splendido selvatico, è stata piuttosto comune anche sui nostri monti (Matese, resto del Sannio, ecc..), ma ora è praticamente ridotta al lumicino, e solo in zone assai limitate, con scarse probabilità di evitare la scomparsa definitiva senza un’accorta politica di intervento e di tutela. La “coturnice”, in altre parole, è un uccello in via di estinzione che potrebbe, con una gestione più oculata della fauna selvatica, tornare ad insediarsi stabilmente non solo sui monti del Matese, ma anche nelle altre zone montane della Regione (Taburno, monti dell’avellinese, ecc.).

La “coturnice” (alectoris graeca) è lunga 35 cm circa e pesa in media dai 400 ai 650 grammi, fino ai 900 grammi.

COME RICONOSCERE LA “COTURNICE”  Si tratta di un uccello di dimensioni medie, ha forme massicce, becco corto leggermente arcuato verso il basso, coda e ali brevi ed arrotondate, tarsi provvisti di una sorta di sperone nel maschio, che a volte compare anche nella femmina.  La “coturnice”, detta anche “cotorno” o pernice grossa (perché tra le pernici è quella che ha le dimensioni maggiori), è un uccello galliforme della famiglia dei fasianidi.

Così la chiamano all’estero:

In Ingleserock partridge
In Tedescosteinhuhn
In franceseperdrix bartavelle o perdrix royale
In spagnoloroca perdiz
In croatostijena jarebica
In grecoπετροπέρδικα

E’ come un piccolo pollo selvatico dai colori molto belli e vive a terra sui pendii montagnosi soleggiati, in gruppi (brigate) in media di 10  elementi, che tendono subito a riunirsi se, per un motivo qualsiasi (minacciati da un predatore o altro), dovessero disperdersi con fuga precipitosa a piedi o in volo.  Il piumaggio in entrambi i sessi è grigiastro nelle parti superiori e bruno grigiastro in quelle inferiori, mentre i fianchi sono decisamente barrati di nero e di bianco.  La gola è biancastra, circondata da un collare nero ben delimitato e non stemperato in macchie sull’alto petto come nell’affine “pernice rossa”.  Le auricolari e le piume alla base della parte superiore del becco sono nere, il becco, le zampe e il circolo perioculare sono rossi.

Come già precisato, la coturnice vive a terra, dove si sposta, all’occorrenza, specie se minacciata, di pedina a notevole velocità e, se necessario, si lancia in volo fulmineo lungo i pendii montagnosi, quasi sempre in discesa, dato il notevole peso in rapporto alla superficie delle ali, che sono piuttosto strette ma robuste.  Il volo, allo stacco da terra, è molto rumoroso, poi prosegue con una lunga e veloce planata verso il basso (picchiata), e a volte termina con una lunga risalita, quasi sempre in un punto invisibile dal punto di partenza e posto a rispettosa distanza da quest’ultimo.  Si ciba di erbe, semi, germogli, insetti e bacche.

Dove vive – Vive di preferenza sulle pendici soleggiate montane, rocciose e sassose alternate a cespuglieti di rododendri, vegetazione di basso fusto e boschi non troppo folti; si spinge anche a notevole altezza sui territori brulli oltre il limite delle nevi (fino a 3.000 m. s. l. m.) e fino alla sommità dei nostri rilievi appenninici. Al sopraggiungere dell’inverno, per sfuggire alle forti nevicate, si sposta verso le zone più  basse maggiormente ospitali, avvicinandosi a volte alle baite ed ai fienili alla ricerca di cibo.

In Italia la “coturnice” è quasi ovunque in diminuzione più o meno sensibile, conseguenza da un lato dell’irrazionale pressione venatoria e dall’altro delle interferenze antropiche di varia natura (abbandono dei pascoli, oppure eccessivo carico di bestiame, e in particolare di pecore, durante il periodo delle cove, disturbo da parte del sempre crescente turismo aggravato dall’uso di mezzi fuoristrada, ecc.).  E’ specie sedentaria, che, come già detto, compie spostamenti altitudinali, portandosi a quote più basse nella cattiva stagione e ritornando a quote superiori con la bella stagione. E’ diffusa con tre sottospecie nella regione paleartica dalle Alpi alla Sicilia, nei Balcani fino al Mar Nero e in Grecia.

Come vive – Di indole gregaria, eccetto che nel periodo della cova, all’inizio dell’inverno si riunisce in brigate numerose, che superano anche la ventina di individui. Terragnola, è un’ottima pedinatrice pure sui terreni difficili e, quando viene disturbata, corre celermente, alzandosi in volo solo se si sente minacciata da vicino.  Il frullo è potente e fragoroso, il volo rapido e deciso, con frequenti battute d’ala.  Assai di rado vola in salita, risultando svantaggiata dalla ridotta superficie alare in rapporto al peso del corpo.  Si ciba in prevalenza di sostanze vegetali, come semi di piante erbacee, germogli, erbe, foglie di graminacee, bacche di ginepro, mirtillo, uva orsina.  Soprattutto in primavera la dieta si arricchisce di insetti ed altri piccoli animali invertebrati.

Caratteristiche riproduttive – A primavera avanzata (fine aprile –  maggio) inizia il periodo della riproduzione con la formazione delle coppie e l’occupazione del territorio, che viene difeso da entrambi i partners. In genere spetta alla femmina il compito di predisporre il nido in una cavità del terreno al riparo di massi o cespugli, ma anche allo scoperto.

Nel nido, rivestito con erbe, muschio e penne, depone da 8 a 16 uova di colore avorio e finemente picchiettate di marroncino chiaro. Dopo la deposizione dell’ultimo uovo la femmina si dedica all’incubazione, che si protrae per 24 – 26 giorni, mentre il maschio staziona nelle vicinanze. La femmina si mostra assai sensibile ai disturbi di varia natura durante la cova e abbandona facilmente le uova. Se non beneficia della tranquillità necessaria non esita poi ad abbandonare definitivamente il nido, ricorrendo ad una deposizione di sostituzione in un altro sito.

Il maschio si riunisce al nucleo familiare solo quando i giovani sono completamente indipendenti ed hanno assunto l’abito adulto. Una sola covata all’anno, salvo i casi di covata di sostituzione. La “coturnice” , come è stato già precisato più innanzi, è una varietà di pernici.

Altre varietà di pernici sono:

  • ·       la pernice sarda
  • ·       la pernice rossa (o pernice iberica: Spagna e Portogallo soprattutto)
  • ·       la starna (o pernice grigia)
  • ·       la pernice bianca (o pernice delle nevi).

La coturnice ha quattro sottospecie:

  • –      Alectoris graeca graeca (si trova soprattutto nei Balcani e sull’Appennino).
  • –       Alectoris graeca orlandoi  (sull’Appennino).
  • –      Alectoris graeca saxatilis, che vive nelle Alpi, in Slovenia e nell’Appennino settentrionale.
  • –       Alectoris graeca whitakeri, o coturnice di Sicilia.

In volo, osservando la coturnice da sotto, si individuano facilmente le barrature dei fianchi, che caratterizzano le specie del genere Alectoris. Per il volo e le forme massicce la coturnice è distinguibile dalla Pernice rossa e dalla Starna, ma in lontananza si può confondere facilmente con esse.  In ogni caso il problema dell’identificazione in libertà tra queste specie non si pone per il fatto che frequentano habitat diversi.

La “pernice sarda” (alectoris barbara) somigliante nelle forme e nella colorazione generale alla coturnice e alla pernice rossa, si riconosce per il diverso disegno del collarino. È tipica della Sardegna, ma vive anche in Nordafrica e in Corsica. È stata introdotta con successo a Gibilterra e nelle isole Canarie. La “Pernice rossa” (alectoris rufa) si trova nell’Europa occidentale e nel Nordovest dell’Africa. Non è un uccello comune in molti Paesi. In alcuni è stato anche introdotto. In Italia, dove forse è stata introdotta, è presente sull’Appennino ligure, su quello tosco-emiliano e sull’Isola d’Elba. I suoi habitat sono gli spazi aperti, a quote basse, spesso nella macchia mediterranea o nelle radure di boschi cedui.

La starna, detta anche pernice grigia, è un uccello originario della steppe fredde. L’Italia centrale e i Balcani sono l’areale più meridionale in cui vive. Studi condotti su starne centroeuropee dimostrano infatti che una temperatura media superiore a 22 °C durante il periodo estivo fa aumentare la mortalità dei pulcini fino all’80%.

In Italia la starna si trova in uno stato di decremento continuo perdurante da mezzo secolo. I motivi del declino della specie sono riscontrabili nell’aumento di superficie agricola coltivata a monocoltura intensiva nelle zone di pianura, nell’abbandono dei terreni agricoli collinari e montani.  Le popolazioni di starna più cospicue si trovano nel nord e lungo l’Appennino centro settentrionale. Un censimento di una ventina di anni fa ne stima una quantità tra 15.000 e 16.000 esemplari divisa in 14 sottopopolazioni.  La maggior parte delle sottopopolazioni di starne sono mantenute in equilibrio dai continui ripopolamenti per scopi cinofili.

La “pernice bianca” (lagopus mutus) è una specie stanziale che popola la zona artica subartica dell’Eurasia e del Nord America (inclusa la Groenlandia e le zone di montagna della tundra). Ci sono inoltre popolazioni isolate in Scozia, nei Pirenei, nelle Alpi (quindi anche in Italia), in Bulgaria, negli Urali, nel Pamir, nell’Altai e in Giappone. Il nome del genere della pernice, Lagopus, deriva dal greco lagos, che significa “lepre“, e pus, che significa “piede”. Si riferisce alle zambe piumate dell’uccello.

Più problematica è invece la distinzione della nostra “Coturnice” dal “Chukar”, o “Ciukar” (o coturnice orientale), che è stato introdotto (purtroppo!) nel nostro Paese in diverse località anche montane. Il chukar, o ciukar, (Alectoris chukar) o coturnice orientale, ha una “grado di selvatichezza” nettamente inferiore a quello della nostra “coturnice” ,  ed è poco adatto ai nostri habitat.  Inoltre arreca seri danni alla nostra  “coturnice”, perché si incrocia con essa e, a medio e lungo termine, ne compromette la sopravvivenza.

Il chukar, o ciukar, (Alectoris chukar) è l’uccello nazionale del Pakistan e il suo nome deriva da Chakhoor, termine in lingua urdu, che è attualmente la lingua nazionale del Pakistan. Il chukar è una pernice delle distese eurasiatiche. È diffusa in Asia (areale originario), in Pakistan Afghanistan, fino all’Europa sud-orientale. Questo uccello è molto simile alla nostra coturnice (Alectoris graeca), ma differisce da essa per alcune importanti caratteristiche.

Innanzi tutto il chukar, anche allo stato selvatico, ha un “grado di selvatichezza” nettamente inferiore a quello della “coturnice”.  Ha infatti carattere confidente ed è capacissimo di stazionare a breve distanza dalle persone come una gallina domestica. Si avvicina anche alle abitazioni ed entra non di rado nei pollai alla ricerca di cibo. Cosa impensabile per la nostra Coturnice!   Secondo gli esperti il miglior segno di riconoscimento che distingue il chukar dalla nostra coturnice è proprio il canto chiocciolante, molto simile a quello dei polli domestici.

Esistono però anche piccole ma precise differenze di colorazione rispetto alla nostra coturnice:

  • –     ha il dorso più scuro
  • –     è più bruno della coturnice
  • –     ha la nuca giallastra
  • –     ha auricolari castane
  • –     ha sopracciglio e parte inferiore delle redini bianchi.
  • –     le barrature dei fianchi sono più larghe e meno numerose di quelle della coturnice.

Il canto del “Chukar” è un grave e rumoroso chuck-chuck  chukar-chukar.   Invece il canto della “Coturnice” è acuto, “metallico” e ben diverso da quello del “Chukar”.  La coturnice è stata un selvatico comune e molto conosciuto, fino al decennio 1960 – 1970, sui versanti soleggiati di tutti i monti del Matese, ed anche su quelli del Taburno, dell’Avellinese e del Salernitano.

I pastori più anziani dell’area matesina la ricordano benissimo sulle montagne di Cusano Mutri (Monte Mutria, Monte Postonico e Monte Erbano), di Pietraroja (Palumbaro, Monte Moschiaturo o Defenza  – “Parata Petrillo” -, Monte Civita, ecc.) e di Cerreto Sannita (Monte Cigno, Monte Erbano e Monte Coppe, fino alle montagne più basse di altri comuni limitrofi); tutte località in provincia di Benevento.

È vero che la coturnice subì una malattia infettiva (quasi in concomitanza con l’introduzione dell'”allevamento industriale” dei polli), ma è opinione diffusa che non sarebbe arrivata fin quasi a scomparire del tutto, se fosse stata realizzata una gestione più accorta del patrimonio faunistico.

La coturnice non solo è un selvatico di grande attrazione, ma assolve anche una funzione di grande equilibrio tra la fauna selvatica. Essa è infatti una delle prede più ambite dell’aquila reale, pure presente e nidificante sul Matese.

Questo non significa che c’è bisogno di re-immettere la coturnice per darla in pasto all’aquila, ma si deve tendere, nel dinamico e salutare rapporto che esiste in natura tra prede e predatori, a fare in modo che le aquile vivano meglio di adesso e, nello stesso tempo, che si formi una popolazione di coturnici ben selezionata, costituita cioè da animali sani e quasi sempre in grado di sfuggire ai predatori.

L’aquila, insomma, riuscirebbe a predare soltanto gli animali più deboli, tra cui quelli malati, molto vecchi, ecc., arrecando, in tal modo, beneficio anche alla coturnice. Ciò in quanto solo le coturnici selezionate dai predatori avrebbero la possibilità di riprodursi e assicurare, così, una efficace continuazione della specie.

LA NECESSITÀ DELLA VIGILANZA PER ASSICURARE UN MINIMO DI TUTELA

Forse è opportuno ricordare che negli ultimi anni, in occasione dell’apertura della caccia nella Regione Campania, si è parlato spesso di “piano faunistico”, che viene approvato dal Consiglio Regionale, e quindi è espressione di una “volontà politica”. Piano faunistico che contiene gli elementi essenziali, previsti dalle normative vigenti, indispensabili per la conservazione e la gestione del patrimonio faunistico, che è patrimonio di tutta la collettività e non patrimonio esclusivo dei cacciatori. In quest’ottica il patrimonio faunistico va tutelato anche con forme di effettiva ed efficace vigilanza, che assicuri almeno nelle zone protette (o di caccia vietata) una vera lotta, e non solo teorica, al bracconaggio.

Un po’ tutti parlano, sia pure con “comprensibile discrezione”, delle forme più note di “bracconaggio” che, nella nostra zona, interessano il Parco Regionale del Matese e dintorni:

  •       –     l’uso, anche assai prima dell’apertura della caccia (figuriamoci dopo!), di sofisticati richiami acustici per le quaglie (come il fonofilo), e non certo per fini di “ricerca naturalistica”;
  •       –       caccia notturna con i fari lungo le strade di montagna;
  •       –       caccia diurna alla lepre, al cinghiale, al capriolo (di recente immissione), e persino al lupo (!!);
  •       –       ecc..

Sappiamo che in altre Regioni d’Italia viene attuata una vigilanza tanto semplice quanto efficace, che si può così riassumere:

         a) – un buon numero di giovani, che vengono ad esempio utilizzati come GAV (Guardie Ambientali Volontarie) nell’ambito di progetti di valorizzazione ambientale e/o di promozione di uno sviluppo ecocompatibile, fanno anche servizio di monitoraggio e controllo e, muniti del semplice telefonino fornito dall’Ente che promuove il “progetto”, segnalano in tempo reale al loro centro operativo pure eventuali azioni di bracconaggio;

         b) – fatta la segnalazione, scatta immediatamente l’azione repressiva da parte degli organi preposti (guardiacaccia, guardie forestali e forze dell’ordine in genere) per fermare e sanzionare le azioni di bracconaggio. Il risultato di questo semplice quanto efficace sistema di vigilanza si è rivelato eccellente:

  •        –  il bracconaggio, nelle sue varie forme, è stato cancellato nelle zone in cui è stata attuata tale forma di vigilanza;
  •         – dette zone non sono più “terra di nessuno” e la flora e la fauna mostrano “evidentissimi” i segni della tutela. E ciò nell’interesse collettivo.

Un discorso analogo è possibile farlo anche a proposito degli gli incendi, anzi dell’“industria degli incendi”, come viene spesso definito questo triste e annuale fenomeno persino durante le trasmissioni televisive, che se ne occupano con sempre maggiore frequenza.

Oltre alle devastazioni dell’ambiente naturale, con danni che durano quanto meno molti anni e in molti casi sono addirittura irreparabili, la spesa annua per il servizio antincendio e i danni da incendi, quasi sempre dolosi (anche per pubblica ammissione), sono veramente notevoli; spesa comunque di gran lunga superiore a quella che si sosterrebbe con un efficace servizio di vigilanza nell’ambito di un progetto di valorizzazione ambientale e/o di promozione di uno sviluppo ecocompatibile.

Laddove viene effettuato con un minimo di serietà  il servizio di vigilanza, gli incendi sono assenti o rari, e comunque assai limitati e di brevissima durata, senza la necessità di sostenere ingenti spese per interventi di una certa durata (mai molto breve!) con elicotteri ed aerei che costano 7.000 e 12.000 euro all’ora (!!).

Andando sul sito www.greenreport.it e digitando la parola chiave GAV, è  possibile leggere l’articolo che segue, del quale, per esigenze di spazio, viene riportata solo la parte iniziale.

Alle GAV il controllo e la vigilanza nel Parco dei Monti Livornesi (articolo dell’8 aprile 2011).

L’Amministrazione Provinciale di Livorno ha avviato un progetto per l’attivazione del servizio di vigilanza e controllo all’interno dei Parco dei Monti Livornesi e di altre aree protette del territorio provinciale.

Tali attività sono state affidate, tramite apposita convenzione, alle Guardie Ambientali Volontarie (GAV) coordinate dalla Provincia, le quali svolgeranno non solo un compito di vigilanza, ma anche interventi legati all’informazione ed educazione ambientale

RIASSUMENDO, spendendo di meno (e/o con meno costi per fronteggiare gli attuali danni,  che purtroppo si continuano a subire), con un minimo di vigilanza:

  • –      si ottiene un miglioramento della qualità della vita per tutti, godendo di un ambiente naturale d’eccezione, se non viene danneggiato continuamente, o addirittura devastato; oltretutto, come già precisato, è doveroso tramandarlo alle generazioni future nelle migliori condizioni possibili;
  • –      diventa possibile la conservazione di un patrimonio faunistico con diverse specie rare e di grande attrazione;
  • –      si favorisce il turismo, perché la natura –   sottolineiamolo ancora una volta –  più è tutelata e più richiama il turismo, specialmente quando è rara e particolarmente attraente;
  • –       ne trae vantaggio l’economia della zona e delle zone circostanti attraverso l’incremento del movimento turistico;
  • –      si creano delle possibilità occupazionali per i giovani che, sempre più in difficoltà a causa di una drammatica crisi occupazionale, si vedono costretti sempre più ad emigrare.

IN MANCANZA DI UN MINIMO DI VIGILANZA e spendendo molto di più, come avviene attualmente:

  • –      si deve rinunciare al miglioramento della qualità della vita, perché il nostro eccezionale ambiente naturale continuerà ad essere danneggiato o addirittura devastato;
  • –      diventa molto difficile (o addirittura impossibile) la conservazione di un patrimonio faunistico con diverse specie rare e di grande attrazione;
  • –      non è possibile favorire il turismo, mediante la valorizzazione di una natura così interessante;
  • –      non ne trae vantaggio l’economia della zona e delle zone circostanti, perché non è possibile favorire il turismo;
  • –      non si creano delle possibilità occupazionali per i giovani, che sono le principali vittime dell’attuale drammatica crisi occupazionale e, pertanto, si vedono sempre più costretti ad emigrare.

Ci si potrebbe chiedere:

Perché spendere molto di più e/o sostenere maggiori oneri, ottenendo risultati a dir poco scadenti e rinunciando agli importantissimi vantaggi sopraelencati, conseguibili peraltro con minori oneri? È una domanda …  da un milione di dollari, anzi di euro, che valgono più dei dollari!!   Ci vorrebbe veramente poco per realizzare la vigilanza e il controllo di cui innanzi, ottenendo nell’interesse di tutti i vantaggi elencati, anche economici.

È – lo ribadiamo ancora – solo questione di ……. VOLONTÀ  POLITICA!!

Ho potuto realizzare questa pubblicazione anche grazie alle mie conoscenze dirette della natura del massiccio montagnoso del Matese, in cui sono nato e cresciuto; conoscenze acquisite nel corso di molti anni. I miei studi di economia (mi laureai in Economia e Commercio a Roma) mi hanno poi portato a vedere la natura anche come una formidabile risorsa da sfruttare attraverso il turismo, grazie alla grande attrazione che essa esercita specialmente quando è rara e particolarmente bella.

Per fare in modo che questo selvatico non sparisca  definitivamente dalle nostre montagne e vi si insedi di nuovo stabilmente, occorre attuare una politica di re-immissione e reale tutela. Il che è possibilissimo.  Dobbiamo solo sperare che gli “Enti preposti” non si attivino troppo tardi.

Cliccando sul link qui riportato, è possibile vedere numerose immagini a colori:

http://emidiocivitillocusanomutri.blogspot.it/2012/10/blog-post.html

 

Ottobre 2012    Emidio Civitillo – Cusano Mutri (BN)

E-mail: emidiocivitillo@gmail.com

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