Il processo a Cosimo Giordano

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Alfonso Guarino.  Con il patrocinio del Comune di Cerreto Sannita e del Comune di San Lorenzello, nell’ambito delle iniziative promosse dall’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia Circoscrizione Regionale della Campania, la collaborazione della Nuova Pro Loco Cerreto Sannita e La Pro Loco Laurentina, l’Ente Culturale Schola Cantorum San Lorenzo Martire “Nicola Vigliotti” di San Lorenzello celebra Il Processo a Cosimo Giordano. L’udienza si terrà martedì 11 settembre 2012, alle ore 19.00, nel suggestivo Palazzo del Genio, in Cerreto Sannita. Dopo il saluto e l’introduzione dei Sindaci di Cerreto e San Lorenzello Dott. Pasquale Santagata e Dott. Giovanni Di Santo, entrerà la Corte presieduta dal Magistrato Dott.Sergio Zazzera, affiancato dai Giudici Popolari: Dott. Luciano Lombardi, Dott. Renato Pescitelli, Dott. Alberico Bojano e Dott. Nazzareno Orlando. Interverrà il Pubblico Ministero Dott. Marco Silvio Guarriello, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e le funzioni di Cancelliere saranno espletate dal Rag. Alfonso Guarino, Presidente dell’Ente Culturale. L’imputato Cosimo Giordano, nella persona del Dott. Luigi Botte, sarà difeso dall’Avv. Alberto Zaza D’Aulisio, Presidente della Società di Storia Patria Sezione Terra di Lavoro. Saranno ascoltate le testimonianze di Raffaele Verrillo, Graziano Lavorgna, Pietro Pelosi, Lorenzo Masotta, Lucia Fraenza, Manuela Santillo e Giuseppe Festa Lavorgna, oltre ad un flash-back testimoniale, con testo e coordinamento di Lucia Cassella e la partecipazione di Luca Guarino, nella parte di Sigfrido, Maria Concetta Gambuti, nella parte di Irene, Patrizia Zambataro, nella parte della contessa Murra, Marinetta Melillo, nella parte di Angelina la balia ed Elisabetta Pelosi, nella parte di Teresa, compagna di Cosimo Giordano. L’udienza sarà assistita dagli Allievi della Scuola Agenti di Polizia di Stato di Caserta che nell’occasione indosseranno le divise storiche risalenti al 1865.

Un processo, naturalmente di natura storica e non giudiziaria, quello che vede imputato Cosimo Giordano, fu Generoso e fu Concetta Isaia, nato a Cerreto Sannita il 15 ottobre 1839, già condannato con sentenza del 25 agosto 1884 alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici e alla interdizione patrimoniale, nonché ai danni in favore delle parti lese e alle spese di giudizio, accusato dei reati di brigantaggio, associazione per delinquere, omicidio plurimo, sequestro di persona, rapina ed estorsione.

Il compianto Don Nicola Vigliotti, nella sua opera storica San Lorenzello e la Valle del Titerno ha scritto che il brigantaggio è esistito da sempre: le forme e i fini sono mutati secondo i tempi…Per quanto riguarda il Regno di Napoli, il brigantaggio fu un’istituzione a cui il Governo stesso faceva ricorso in occasione di guerre e col quale i baroni stringevano patto di mutuo soccorso . E politico fu quello che si organizzò, in era napoleonica agli ordini di Mammone e Frà Diavolo per sostenere le parti degli spodestati Borbone. Con queste bande il cardinale Ruffo potè marciare trionfalmente dalla Calabria e restaurare a Napoli l’ancien régime. Successivamente furono ancora queste bande a compiere azioni di disturbo contro il rinnovato potere francese. Con il ritorno dei Borbone nel 1815, i briganti, consci di aver svolto un ruolo non indifferente nella restaurazione, si ritennero in diritto di conservare le armi, anche perché sarebbe stato difficile, specie ai capoccia, tornare come Cincinnato ad una vita di lavoro, noiosa oltretutto dopo le gustate gioie del potere. I briganti perciò continuarono a vivere o piuttosto a rigogliare. Spesso, veri mafiosi, dimorarono tranquilli nei nostri paesi esigendo denaro ed alimento e ponendosi come unici arbitri nel dirimere questioni tra privati cittadini: ai deposti ras nobiliari erano subentrati i guappi.

Il brigantaggio di buona parte del Sannio e di Terra di Lavoro ebbe nome Cosimo Giordano.  Colorito bruno, appare piuttosto gracile e cagionevole di salute ma di intelligenza perspicace. Cosamiello non pensa certo di divenire personaggio storico la sera del 28 giugno 1853, mentre se ne torna tranquillo dal lavoro dei campi insieme al padre Generoso. Dalla parte opposta, lungo la via che porta al Convento della Madonna delle Grazie, viene Giuseppe Baldini. Un incontro trascurabile se il Baldini non fosse creditore di pochi carlini che non riesce ad avere e se, proprio quella sera non gli saltasse il grillo di richiederli con violenza a Generoso Giordano. Dalle minacce ai fatti è solo un attimo: Generoso cade, colpito dall’accetta, ai piedi del figlio; ancora un istante e anche il Baldini giace colpito al cuore da una coltellata. Il timido Cosamégl, dinanzi all’uccisione del padre, ha cacciato le zanne. La Gran Corte Criminale di Napoli lo assolve con l’attenuante della giovane età e della eccitazione per la truce uccisione paterna. Cosimo, ormai ventenne, pensa di allontanarsi dall’ambiente, arruolandosi nel Corpo dei Carabinieri a Cavallo borbonico e, col grado di sergente, partecipa, il 10 ottobre 1860, alla battaglia del Volturno, meritando lodi per il suo coraggio, ma anche una serie di successive persecuzioni da parte del nuovo governo, fino al mandato di cattura. Riuscito a fuggire, Cosimo, diventa Capraccosimo, ossia Caporal Cosimo, capo brigante, organizzando una banda che ha come quartier generale le nostre montagne e che si fa più potente quando ne diviene luogotenente il cerretese Vincenzo Ludovico, alias Pigliucchegl; la rinforzano un gruppo disbandati tra cui i cerretesi Antonio Barile e Domenico Di Crosta, alias Tribunale, Gerolamo Civitillo, alias Senzapaura, Pasquale Maturi, Pasquale Prece di Cusano, Nardone Prospero Cardillo, Salvatore Pistacchia di Campolattaro e i laurentini Costantino Fappiano, Vincenzo Petronzi, Domenico Tacinelli. Favorito anche dalle rispettive famiglie dei coniugi Pasquale Mendillo e Anna Testa, della cui figlia è fidanzato, Cosimo trova sicura ospitalità nelle loro abitazioni montane, come in quella di Andrea Borzaro alla Posta. Durante il processo nel 1884 Cosimo chiese invano la convocazione anche di testimoni francesi e invano affermò di aver capitanato una banda armata per uno scopo politico, quella cioè di insorgere contro il Governo Nazionale, e restaurare il vecchio regime. Morì il 14 novembre 1888 alle ore 9,55 nel Bagno Penale di S. Giacomo, comune di Favignana (Trapani), dove è sepolto. Si chiudeva così l’era di Capraccòsimo e del brigantaggio nelle nostre contrade. Delle imprese di Cosimo molto è stato scritto. Ancora oggi gli storici sono divisi nel considerarlo patriota o un semplice bandito, eroe o malfattore. Il processo che sarà celebrato a Cerreto cercherà di approfondire questi aspetti. Attendiamo la sentenza.

Alfonso Guarino (Presidente Ente Culturale)

6 Commenti

  1. L’attore
    Campa di gloria, di lodi e di soddisfazione
    senza verè nu soldo chi non lo fa pe prufessione.
    Se studia a parte,nun dorme ‘a notte, affronta ‘a gente
    ma ansia e paura svaniscono quando a chi applaude pò tene mente.
    Si! E’ vanità! Quando vede o’ nomme suojo ‘ncoppa a nu cartellone
    vale chiù assaie che si l’avessero date nu milione.
    Perciò è reato grave scurdarse ‘o nomme e metterlo all’oscuro,
    te fa ascì da dinto a ‘o core: Alfò ma vaf….’!

    Antonello Santagata, che sarebbe dovuto essere testimone nel processo.

  2. Manneggia ‘a mort’,
    che cazz’ agg’ cumb’nat’:
    Antonello, il testimone,
    fors’ chigl’ chiù important’ ,
    n’ngliagg’ annum’nat dentr’ a i comun’cat.
    ‘A cosa bella è che nem’ pur parlat’,
    ma i copia e n’colla n’n ha funziunat’…
    ancora peggio …giustament’
    p’cchè eva ess’ cuntrullat’,
    ma m’ sidda cred’ n’n l’agg’ fatt’ apposta,
    n’n ciagg’ p’nsat.
    Ma s’add’arrparà e mo v’dem com s’adda fà.
    Per il momento m’tengu i vafancul
    p’cchè ben mi stà.

    Ad Antonello, che sarà il testimone nel processo, i complimenti per i suoi versi – bellissimi e pieni di significato, che apprezzo molto perchè descrivono il giusto sentimento che proviamo tutti noi impegnati volontariamente nel cercare di fare cose belle per noi e soprattutto per gli altri – le mie scuse sincere…e che escono dal cuore!

  3. Il mio personalissimo punto di vista, che certamente è minoritario, me ne rendo ben conto, alle nostre latitudini è che è impossibile etichettare i briganti come eroi, patrioti, o similari.
    Ove così fosse, i 45 bersaglieri letteralmente scannati prima dell’eccidio vergognoso e disumano commesso contro la popolazione di Pontelandolfo, dovrebbero, per le modalità con le quali fu data loro la morte, esser ricordati come martiri, se non altro per una questione di giustizia storica.

  4. C’e una differenza sostanziale: i bersaglieri erano parte di un esercito di occupazione caduto in un’imboscata (secondo una tecnica che oggi si chiamerebbe di “guerriglia”).
    Le donne, i bambini infilzati con le baionette, gli anziani rimasti in paese (perché i responsabili dell’uccisione dei piemontesi erano già fuggiti) non avevano alcuna responsabilità. Sono le vittime innocenti (qualcuno direbbe “gli effetti collaterali”) della guerra, come i morti alle Twin Tower e quelli delle Fosse Ardeatine).

    • Caro Emilio,
      esiste anche un codice umano prima ancora che militare in base al quale i “nemici catturati” non andrebbero messi al muro e scannati senza misericordia.
      Sul fatto che i bersaglieri fossero esercito di occupazione non concordo.
      E’ assodato che le vittime di Pontelandolfo siano emblema di vittime innocenti.
      Un abbraccio con stima.

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