Il lago di Telese anni 50

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Riccardo Affinito. Il lago di Telese rappresentava il punto di arrivo degli aspiranti nuotatori; dopo aver acquisito una certa dimestichezza con l’acqua, chi attraverso i bagni nella Seneta, chi attraverso i bagni “sott’’o monte” chi attraverso le piscine delle Terme, iniziavamo, sotto tutela dei più grandi, la stagione dei bagni al lago. Per raggiungerlo bisognava percorrere una strada sterrata che era poco più di un sentiero. Noi che abitavamo al rione Seneta/Quadrivio, di prassi passavano attraverso “’o vico d’’e Cenzune”.

Dopo avere effettuato qualche rituale tuffo “dint’’e mméte ‘e paglia ‘e zì Viciénzo” attraversavamo il torrente, “vuttannece p’’a scarpata” ed imboccavamo la stradina per il lago all’altezza dell’attuale Via Manzoni. Lungo la strada, due sole abitazioni: la masseria  “ ‘e Beneditto ‘o cacciatore” sulla destra e più avanti, sulla sinistra, la masseria “’e zì Rusina ‘e Carlo”. Nella proprietà di zia Rosina, ai confini con la strada, vi era la famosa “chianta ‘e sovere”  con la quale ci deliziavamo.

Qualche anno fa mia moglie al mercato trovò dei frutti di sorbo e quando li assaggiai, mi sembrò di assaporare, insieme all’aspro frutto, una scintilla della perduta gioventù. Un’emozione analoga la provai una volta che costeggiando in auto la basilica di San Paolo entro le mura a Roma, vidi sul ciglio della strada una pianta di “sciuscelle”. Non potetti resistere. Fui preso da un impulso frenetico che si assopì soltanto quando, dopo aver parcheggiato l’auto “ad capocchiam”, azzannai la mia amata “sciuscella”.

Ma torniamo al lago. C’erano anche altre strade alternative per raggiungerlo: una più avventurosa ma  pericolosa, costeggiando i binari; un’altra passando attraverso le terre dei Cusano ed infine passando per via Scafa. Quest’ultima era la più lunga ma anche la più ”remunerativa”, dal momento lungo il suo percorso s’incontravano piante di fichi, ciliegie, uva ecc.ecc.

Una volta arrivati , per accedervi era necessario attraversare i binari e spesso passare sotto le sbarre perché c’era un treno in arrivo. Appena  dall’altra parte, vi erano due sentieri, uno verso destra che circa 30/40 metri più avanti si congiungeva con il sentiero a ridosso del lago. In quel punto, dalla scarpata, sporgeva un grosso tubo di ferro di circa 20 cm. di diametro dal quale fuoriusciva un notevole gettito di acqua. Non ne conosco la provenienza ma so che con il tempo quel gettito è diventato sempre più fievole fino a scomparire del tutto.

L’altro sentiero, ripido e scosceso, immetteva allo specchio d’acqua; continuando sulla sinistra si raggiungeva il fiume e, naturalmente, l’altra sponda del lago. Vi erano due approdi, due piccole insenature, divise tra loro dalle famose “cannucce”.

Era il banco di prova dei novelli nuotatori: “o giro d’’e cannucce!”. Consisteva nel buttarsi dall’insenatura situata sulla destra ove l’acqua era più bassa, ed uscire dall’altra parte ove, a seconda dell’altezza del “nuotando”, si poteva toccare o no. Il giro era lungo quattro o cinque metri, non di più, eppure il cuore arrivava a mille.

Il primo giro delle cannucce lo effettuai avendo come “tutor” mio fratello Gino, il quale mi obbligò a farlo anche con l’ausilio di qualche “pàcchere”. Per lui era una questione di orgoglio familiare!Fatto sta che dall’altra parte io non toccavo per cui, “o i’ ero troppo curto, o llà era troppo fûto”.

Il giorno dopo, quando lui con i suoi amici arrivò al lago per fare il bagno, scoprì che, una volta passata la paura del primo impatto, me ne andavo tranquillamente “per l’alto lago aperto”. Questa volta fu lui ad andare in “fifa” e si buttò insieme a tutti i suoi amici per pormi in salvo.

E “abbuscaje n’ata vòta. ‘O bello è che me vattévano tutte quante! M’arrivavano pàcchere a tutt’e pizze!”

Riepilogando “ abbuscaje ddoje vòte: na’ vòta pecché nun me vulevo vuttà dint’’o laco, e n‘ata vòta pecché me c’ero vuttato”.

Il lago di Telese, con la sua  natura selvaggia ed incontaminata, fu uno dei più riservati ed esclusivi palcoscenici di quegli anni;  come si sa, sui grandi palcoscenici recitano i grandi attori:

Giggino Affinito, l’uomo che reggendosi a galla senza nessun supporto, riuscì a mangiare  un piatto di spaghetti in mezzo al lago;

Geppino Parente, di Guardia Sanframondi, grande e solitario pescatore subacqueo. In compagnia del suo fucile, trascorreva ore intere nel lago in cerca di pesci. Trasmise questa passione a Giovanni Zotti che poi la trasmise a me e Nicola Sparano. Giovanni oltre alla passione, ci trasmise anche il fucile;

Alfonso Del Vecchio, un amico di Castelvenere che trascorreva interi pomeriggi nel lago adagiato sulla sua “cammeradaria ‘e camionne”.

Gino Affinito, il grande nuotatore. Riuscì,  senza interruzioni, a fare 5  volte il giro del lago. (diconsi cinque). Per le distanze brevi, uno dei più bravi era Vittore Pascucci.

Franco Pacione, il grande tuffatore. Tra tutti quelli che si buttavano in acqua dai grossi rami delle piante che sporgevano sul lago, era quello che effettuava i tuffi più spettacolari.

Peppe Martone, l’uomo pesce. Riusciva a rimanere sott’acqua un tempo interminabile. Si  buttava dalla parte “fûta” e nuotando sott’acqua, senza esagerazioni, usciva quasi in mezzo al lago. Di tanto in tanto lo davamo per spacciato, ci dicevano: “ormai nun jesce cchiù”.

Filippo Cusano (Filippiello), il grande pescatore. Lo si incontrava intorno al lago a tutte le   ore del giorno, e a volte anche della notte, munito dei suoi rudimentali attrezzi da pesca.  Oltre a Filippiello, vi erano altri bravi pescatori come “Renzo ‘e Bonifacio, Gino Velardi,  Eduardo Presutti  Tommaso Fasano. Quest’ultimo introdusse la pesca con il mulinello e la  mosca finta.

I pesci che prendevamo al lago erano prevalentemente “ ‘e truttulelle e ‘e tenghetelle”. L’esca generalmente usata erano i vermi; ma quando volevamo andare sul sicuro, Filippiello insegnava, bisognava usare come esca “ ’i jammarielli “ , di cui i pesci erano ghiotti. Si trovavano nascosti negli acquitrini in mezzo alle cannucce e li catturavamo utilizzando dei canestrelli a maglia stretta.

Era bello incontrarsi su quel meraviglioso specchio d’acqua trasparente circondato da piante secolari, ove si vedevano i pesci fino a 4/5 metri sott’acqua, armati di canne, canestrelli, stivali, lenze, ami ecc. e restare immobili nell’attesa di vedere il sughero affondare. Ed era ancora più bello quando, posizionati nelle diverse insenature, ci scambiavamo le informazioni: “Felì magnano lloco?…none!…e lloco?…niente…stanno tutti sazzie!…a che altezza tiene ‘o galleggiante…nu’ metro e mmiezo…prova a mettele a duje metre…Riccà, attiente c’aggia vista passà nu’ tengone…sta venenno ‘a parta tója!

Questa era l’atmosfera che si viveva negli anni 50 intorno al lago di Telese, almeno fin quando Tonino Carrino non decise, non ricordo bene in base a quale potere e da chi conferitogli, di affiliarlo alla F.I.P.S. (Federazione Italiana Pesca Sportiva). E così improvvisamente, non possedendo le risorse per affiliarci alla F.I.P.S., diventammo tutti pescatori “di frodo”…tranne naturalmente Tonino Carrino che adoperava addirittura una barca.

“Ma Tonino aveva voglia “ ‘alluccà ”,  tanto noi andavamo a pesca ugualmente e, a sua insaputa, adoperavamo anche la sua barca, specialmente di notte “quanno javàmo a vuttà ‘e trave”. Naturalmente lui la teneva legata con tanto di catena e lucchetto, ma si sa che quando si muove il branco…

Il lago era anche luogo di incontro dei cacciatori, sia di quelli seri e storici come “Peppe ‘a riccia, Giuvanne ‘abbatone,  Mast’ Leopoldo, ”, sia di quelli “nu’ poco cchiù resecatielli” come me, Franco D’Angicco, Tommaso Fasano, Giuvannino ecc. Si potevano cacciare le folaghe, le gallinelle ma in particolare “ i mallarde” ( le anatre selvatiche).

Ma la caccia più spettacolare avveniva nel mese di marzo, quando arrivavano le “marzaiole”, delle anatre  più piccole. Per appostarsi adeguatamente, i cacciatori seri si alzavano prestissimo, 2/3 del mattino e si accaparravano i posti migliori; i dilettanti come me arrivavano invece con calma e si posizionavano “addó còglio-còglio”, evidentemente con scarso bottino. E quando le marzaiole arrivavano, sul lago di Telese si scatenava la terza guerra mondiale.

Una mattina mentre arrivavo, Raffaele Di Santo aveva già terminato la battuta di caccia e ritornava a casa. Gli chiesi: “Rafè, se so viste ‘e marzaiole?” Lui rispose di si. Allora gli chiesi “ e addó stanno?” A quel punto lui mi squadrò ben bene da capo a piedi e rispose “ penzo che a chest’ora só arrivate a Beneviento!” e dopo aver letto il disappunto sul mio viso  disse “ ma tu staje cu’ ‘a machina?!…e allora ‘e puó sempe corre appriésso!!

Negli anni 50, il lago di Telese era completamente immerso nel verde e questo gli conferiva un fascino silvestre e selvaggio, specialmente la mattina presto, quando le sue acque immobili e trasparenti erano ricoperte da una leggera nebbiolina; e quando arrivavi, immediatamente ti sentivi pervaso da un senso di pace e di tranquillità.

Ancora oggi, quando la vita mi mette di fronte a vicende sgradevoli o difficili da affrontare, per ritrovare la serenità vago con la mente e mi rifugio selle rive del mio vecchio, caro amico lago, ed in quel luogo magico, in completa solitudine, depongo tutte le angosce.

Poi arrivò il “progresso” e con esso arrivò la strada, arrivarono i pedalò, gli chalet (catapecchie di legno) costruite nell’acqua, le piattaforme di cemento costruite anch’esse nello specchio d’acqua, gli insediamenti abitativi, furono chiusi i canali di scolo ecc. ecc. ed il lago perse tutto il suo appeal selvatico e primitivo per diventare un luogo chiassoso e caotico.

Era meglio allora? È meglio oggi?  Coloro che con le loro iniziative modificarono l’aspetto del lago, furono delle persone capaci e lungimiranti o  miopi e senza cuore?  È meglio proseguire su questa falsariga o tentare di ridare al lago, almeno in parte, il suo perduto fascino?

Queste sono le domande che mi pongo tutte le volte che ritorno a Telese ed immancabilmente faccio una visitina al lago; dopo tanti anni, non sono ancora riuscito a darmi una risposta.

Riccardo Affinito

1276 Letture al 31/12/2012

…Articolo sullo stesso argomento: La vecchia camera d’aria

 

10 Commenti

  1. Grazie. Per un attimo mi hai fatto tornare indietro di 58 anni. A dieci anni ho imparato a nuotare nel lago: ricordo ancora il primo “giro d’e cannucce” poi, preso coraggio, sempre più al largo fino a trovarmi, un giorno, in mezzo al lago e lo attraversai e, per niente stanco, feci anche il ritorno senza mai smettere di nuotare, perché non sapevo “fare il morto”. Poi i miei si trasferirono a Napoli e facevo il giro di Nisida: nell’acqua salata si volava.
    A proposito di “sciuscelle”. Due sciuscelle verdi mi liberarono, da ragazzo, da centinaia di porri che , uno sull’altro, mi coprivano il ginocchio. Una signora calabrese, mi vide e, a metà primavera mi portò tre carrube acerbe. Spalmavo sui porri il sugo lattiginoso due o tre volte al giorno: alla seconda sciuscella i porri scomparvero definitivamente.
    Pietro Quercia.

    • Grande, Riccardo Affinito! la fotografia che hai posto a corredo del tuo intervento mi ha fatto rivivere una forte emozione e ti sono grato per questo. Talvolta, dopo le copiose piogge notturne avevo l’impressione che il lago respirasse. Sensazioni impagabili!
      Quando i cacciatori assediavano il lago, nei mesi in cui si ripeteva il passaggio dei grossi uccelli migratori che, dall’alto, non resistevano alla tentazione di scendere a picco nell’acqua tersa. Appena i pennuti erano ancora in volo o fermi al centro del lago partivano sparatorie terrificanti. Per recuperare i capi abbattuti si aspettava pazientemente che piccole onde spinte dal vento portasse a riva le prede.
      Riccardo Affinito, potrei avere una copia della foto del lago? Ci vorrei fare dei poster.
      e.e.

  2. Ringrazio Ezio e Peter. Purtroppo non posseggo quella foto; l’immagine l’ho recuperata da “immagini” di google lanciando la ricarca “il lago di Telese”. Convengo che è bellissima ed io “senza sapé né legge né scrive” l’ho inserita come sfondo sul desktop. Quando accendo il computer, mi vengono i brividi!!
    Riccardo Affinito

  3. Il racconto di Riccardo, pur essendo lontano dalla mia generazione, mi ha riportato alla fine degli anni ’70 in cui si veniva al lago dai paesi limitrofi per una bella nuotata. Mi ha incuriosito qualche passo del tuo racconto, in particolare la condotta di afflusso che molto probabilmente è ancora visibile, sotto un muretto in cemento a N-N-O ma priva di acqua. Mi chiedevo se potrebbe trattarsi di un residuo di ciò che probabilmente è stato un vero e proprio affluente del lago grande, proveniente dalle vicine sorgenti di Pagnano, artificialmente incanalate in una cisterna su via scafa in epoca (?) per usi irrigui. Ho specificato volontariamente lago grande in quanto, ho letto dell’esistenza di altri laghi minori nel territorio telesino, in piazza San Pio e di fronte al castello Iannotti-Pecci. Volevo chiederti se ne hai memoria diretta. Un caro saluto e complimenti per i tuoi gustosi interventi, Flaviano Di Santo

  4. Ciao Flaviano,
    la portara d’acqua di quella condotta era tale da poterla considerare come un vero e proprio affluente del lago. Sulla piazza Padre Pio, dalla parte della parallela del viale Minieri, vi era uno sprofondamento di cui ignoro le origini, che con la pioggia si riempiva d’acqua generando il famoso “lavuozzo”.
    Per iniziativa e con l’opera di Don Pasquale Vegliante, quel luogo diventò un picolo centro sportivo ove si poteva giocare a “calcetto” (se andiamo a vedere bene, potremmo scoprire che questo gioco fu inventato a Telese), a pallacanestro, pallavolo e tennis. Leggevo giorni fa su Vivitelese sui criteri per intestare una via; mi sembra che per la sua lodevolissima opera, non sarebbe male intestare quella piazza a Don Pasquale Vegliante. Credo che lo stesso S.Pio sarebbe d’accordo.
    Per quel laghetto di fronte al castello Iannotti-Pecci, già “casino Marcarelli”, credo si trattasse di un semplice accumulo di acqua piovana.
    Se desideri maggiori ragguagli, rivolgiti a Mario Grillo, il più autorevole “testimonial” della Telese che fu.
    Riccardo Affinito

  5. La tua testimonianza diretta conferma l’ipotesi di un affluente del lago che avevo fatto proprio in un recente intervento in merito alle sorti del lago. Da un documento catastale del primo quarto del ‘700, il lotto di terreno che include il bar ‘miralago’ ed il casello ferroviario, veniva chiamato ‘Aque di Pagniano al lago’ che attesta ,ulteriormente, che le sorgenti tutt’ora attive lungo via turistica del lago, un tempo confluivano spontaneamente nel lago che esondava poi nel Calore attraveso il canale a sud. Anche dalla recente segnalazione di Antonio Giaquinto in merito alla condotta ‘tre colori’, si evince l’opera di bonifica che ha potuto interessare, forse, anche questa zona già dal XVII sec. e
    credo che la totale deviazione di tale afflusso, posteriore agli anni ’50’, influisca pesantemente sul naturale ciclo biologico del lago che spiegherebbe una certa opacità delle acque, in quanto divenute, solo negli ultimi decenni, sostanzialmente stagnanti. Poiché la deviazione di questa sorgente non viene utilizzata a pieno regime, perchè riversata poi direttamente nel Calore, sarebbe logico secondo me, ripristinare il naturale circolo nel lago ed intercettarlo solo quando è strettamente necessario all’agricoltura. Ho segnalato questa circostanza ad un illustre ricercatore scientifico che abita a Telese per inserire questo studio in un programma di ricerca più ampio sui cambiamenti ambientali e morfologici del territorio sannita attraverso lo studio e la comparazione tra i documenti fotografici d’archivio ed i rilevamenti terrestri e satellitari odierni. Spero che venga accolto e che si possano avere validi elementi per intervenire a salvaguardare il territorio, talvolta con pratiche semplici che non necessitano dei milioni di euro che si sbandierano nelle campagne elettorali.

  6. Anche se sono nato alla fine degli anni ‘50, nel 1958, alcuni ricordi sono rimasti ben vividi nella mia memoria. Ricordo chiaramente come era il lago di Telese in quel tempo e come ci si arrivava così come ben descritto dall’autore Riccardo Affinito, cognome al quale sono particolarmente ed affettivamente legato per quel Clemente Affinito che io chiamavo nonno, il quale aveva donato il sangue a mia madre dopo il parto che aveva portato alla luce mia sorella. Io, quindi, secondogenito, avevo un po’ del suo sangue. Ed il passare del tempo non ha cancellato il senso di riconoscenza che mio padre, Tonino Carrino, mi aveva trasmesso nei confronti di quell’uomo.
    Così, altrettanto, ricordo che l’iscrizione del Lago di Telese nelle acque FIPS, accadde nonostante mio padre avesse offerto una somma superiore per far sì che lo specchio d’acqua non fosse iscritto alla federazione. Non vi fu quindi alcuna auto investitura né legittimazione unilaterale, come si vuol far intendere. Va inoltre ricordato che l’iscrizione alla FIPS, tra l’altro non così onerosa come affermato, non avrebbe potuto turbare la bucolica atmosfera degli anni 50 e la spensierata pesca ai truttulun , alle truttulelle ed alle tenctelle, perché esisteva già la necessità di avere una licenza governativa per poter esercitare la pesca nelle acque interne.
    Se poi nel dorato chiarore della giovinezza si vedeva come sinistro bagliore qualcuno che, forse anticipando i tempi, voleva tutelare una cosa a lui molto cara come il lago,allora concordo con chi scrive.
    E che al lago, mio padre, fosse particolarmente legato e dimostrasse una sensibilità ecologica inaspettata per quei tempi, lo comprova il fatto che si batté strenuamente contro la realizzazione della strada troppo a ridosso delle sponde e contro l’abbattimento della quercia secolare che sorgeva proprio dove c’era “l’altro sentiero, ripido e scosceso”, purtroppo vanamente.
    Che poi la barca, la San Raffaele, fosse oggetto di scorribande, lo si accettava con tranquillità, meno quando era utilizzata per le deiscenze personali, ma si sa quando si muove il branco…
    Caro Sig. Riccardo Affinito, non voglio assolutamente infrangere i suoi ricordi del tempo andato ma quel rompiscatole di Tonino Carrino voleva molto bene al lago e quando eravamo a catturare i ‘jammariell all’acqua fredda dove sfociava il rigagnolo di acqua ferrata che sgorgava direttamente da sotto la massicciata della ferrovia, o a bordo della barca ci fermavamo sotto “‘a fica” a guardare le sagome dei salici sommersi o seduti sulla riva d’u lavatur guardavamo la superficie dell’acqua increspata dai cerchi dei pesci che “muschiavan”, sognavamo entrambi un altro destino per quel nostro lago. Saluti vivissimi. Vincenzo Carrino.

  7. Gentile sig. Vincenzo Carrino,
    dal tono del suo intervento, mi rendo conto che il mio racconto ha suscitato il lei sentimenti di disappunto e di amarezza, e me ne dolgo siceramente.Le storielle che racconto si riferiscono a personaggi e fatti del passato realmente accaduti, anche se talvolta ci aggiungo dei “fronzoli” per tentare ri renderli più gradevoli, e mi sforzo sempre di usare toni scanzonati e goliardici.
    Se a volte le cose che racconto risultano sgradevoli, la responsabilità rimane a carico di chi quelle cose le ha commesse, e non di chi le racconta.
    Mi permetta di narrarle un fatterello accaduto sulle rive del lago di Telese una cinquantina di anni fa.
    Una mattina me ne stavo a pescare in completa tranquillità e solitudine allorquando arrivò Tonino, anche lui equipaggiato per la pesca, e mi comunicò che non potevo più pescare in quanto il lago era stato affiliato alla F.I.P.S. e che per pescare occorreva diventare soci.
    Ed aggiunse ” nun ‘e ssaje legge ‘e cartielle?” (Mi permetto di farle osservare che non ho scritto che l’affiliazione era “esosa” ma semplicemente “non possedendo le risorse”).
    Il tono autoritario con il quale si pose, mi indussero in errore, facendomi credere che fosse stato lui l’artefice dell’affiliazione. Lei ha precisato che le cose andarono diversamente ed io non ho motivo di dubitarne: prendo nota e chiedo scusa.
    “Il dorato bagliore della giovinezza” non mi impedirono allora, e non mi impediscono oggi, di riconoscere il lodevole impegno di suo padre per evitare la realizzazione della strada a ridosso del lago e l’abbattimento della quercia secolare; del resto anche noi, giovani amanti del lago,nel nostro piccolo, tentammo inutilmente di opporci a cotanto scempio. Riconosco anche il suo attaccamento al lago; il fatto è che forse lo amava un po’ troppo, al punto di non volerlo condividere.
    Per quanto riguarda la sua sensibilità ecologica, non oso minimamente dubitarne; tuttavia non posso condividere l’idea di adoperare una barca per andare a pesca in un minuscolo specchio d’acqua. Ha mai pensato a cosa sarebbe diventato il lago se altre 20/30 persone avessero avuto la stessa idea?
    Nel suo intervento ci sono dei passaggi non molto chiari, per esemmpio quando afferma “nonostante mio padre avesse offerto una somma superiore per far sì che lo specchio d’acqua non fosse iscritto alla federazione”, oppure quando parla di “deiscenze personali”.
    Lei scrive “che poi la barca, la San Raffaele, fosse oggetto di scorribande, lo si accettava con tranquillità, meno quando era utilizzata per le deiscenze personali, ma si sa quando si muove il branco…
    Sorvolo su “scorribande”; ma la parola “deiscenza” inserita in quel contesto anche se, a mio parere, in modo improprio, rende tuttavia un’idea precisa che lei ha associato, bontà sua, a “quando si muove il branco”.
    Un accostamento offensivo ed infelice del quale, sono certo, lei vorrà chiedermi scusa a sua volta.
    Tutto ciò non scalfisce minimamente i sentimenti di affetto e stima che nutro nei confronti di sua madre, donna seria, cordiale e gentile, che onorò della sua amicizia me e la mia famiglia.
    Con i migliori saluti, Riccardo Affinito.

  8. Non voglio qui entrare in una polemica senza fine con Lei che sicuramente rimarrà della sua idea e le cose che racconta non mi appaiono sgradevoli ma semplicemente inesatte e conseguentemente è nulla la responsabilità di chi viene a quelle associato. Non sono qui neanche a fare le difese di mio padre che probabilmente le sarà risultato poco simpatico nei suoi atteggiamenti.Atteggiamenti che probabilmente erano dettati da un tentativo di rispetto delle regole ma non finalizzati ad ergersi a tutore delle stesse , mossi solo dal desiderio di difesa di ciò che si ama. Di difesa e non di gelosia perché la gelosia subentra quando credi che una cosa è tua. Le dico questo e non le do responsabilità se Lei ha percepito quegli atteggiamenti di mio padre come arroganza perché con lui ho più volte discusso proprio nella tranquillità di una pescata. La sua stessa osservazione di cosa sarebbe accaduto se altre persone avessero avuto l’idea di fornirsi di una barca, avvalora la necessità dell’esistenza di regolamenti come quello della regolamentazione della pesca e la FIPS aveva e ha proprio questa finalità. E’ per questo che ho condiviso il suo atteggiamento giovanile nei confronti di un “rompiscatole” che aveva una visione diversa delle cose. Rimanendo nel tema della pesca e del ricordo tutti abbiamo condannato l’abitudine che si aveva nell’andare “a pesca” nel Calore con il tritolo, “a vuttà ‘i bott ‘a sciume”, era un’usanza molto diffusa in quei tempi. E qui devo precisarmi che non accosto assolutamente a Lei ed a tante altre persone da Lei menzionate nel racconto questo passaggio così come non intendevo riferirmi a Lei personalmente o ad altri riguardo alle deiscenze personali ma semplicemente all’idea di branco che spesso induce ad azioni poco simpatiche ed è solo in questa parte,nel non aver espresso con chiarezza il mio pensiero, che mi scuso.Comunque la ringrazio di avermi risposto , mi compiaccio per la sua rubrica e mi auguro di poterla incontrare. Distintamente.Enzo Carrino

  9. Decenni dopo ho sentito definire da gente “bene” napoletana della Procura Generale, il nostro splendido lago:”uno stagno sporco”, e non ho potuto nemmeno replicare!ma è stato un colpo al cuore, un dolore strano. Lia Buono

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