Carlo Alberto Dalla Chiesa: un martire tradito

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Giuseppe Pietropaolo. Quando il 3 settembre 1982, unitamente alla moglie Emmanuela Setti Carraro, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa cade a Palermo, freddato dai vigliacchi killer di cosa nostra, scompare uno dei più fedeli servitori che lo stato italiano abbia mai avuto. Ed in questa tragica morte, lo stato italiano ebbe la sua parte di responsabilità. Inutile e vile è il nasconderlo.

Carlo Alberto Dalla Chiesa viene inviato in Sicilia appena cento giorni prima del tragico 3 settembre, sull’onda della commozione provocata dall’ennesimo barbaro eccidio mafioso: era suonata l’ora per il segretario regionale del Partito Comunista, l’indimenticato Pio La Torre e per l’amico, compagno di scorta e militante volontario, Roberto Di Salvo.  Le “credenziali” con le quali il generale subalpino giunge in Sicilia non potrebbero esser migliori.  Dal 1974 al 1982 ingaggia una guerra senza quartiere nei confronti del terrorismo, decapitando di fatto le Brigate Rosse, azzerandone l’ascesa.

Questa guerra viene combattuta tra le strade di Torino. Perché proprio Torino?  Perché la prima capitale d’Italia è incubatrice delle azioni terroristiche, eletta a tale in quanto sede lella maggior concentrazione di classe operaia e simbolo dell’industrializzazione. Come ebbe a dire il sindaco Novelli “Mettere in crisi Torino equivale a mettere in crisi lo Stato”. Vincere o perdere a Torino significa salvare o perdere l’Italia. E c’è un altro aspetto da non trascurare nella valutazione dell’opera antiterroristica di dalla Chiesa.

Le Brigate Rosse, come Prima Linea, non son bocche di fuoco comprate per denaro come la manovalanza mafiosa: son ragazzi e ragazze, a loro modo coraggiosi, quasi eroici, nel sostenere, anche con il prezzo pesante della Lotta Armata, l’utopia di una società migliore, più onesta, più giusta.

E lo sappiamo che combattere contro le idee, radicate, sia uno sforzo titanico. I metodi di dalla Chiesa sono duri, aspri, quasi da leggi speciali. Il livello dello scontro è altissimo. Renato Curcio e sua moglie Mara Cagol sono presenti a Torino già dal 1972; nell’anno successivo vengono sequestrati Bruno Labate, sindacalista della Cisnal di Mirafiori, Ettore Amerio, capo del personale di Fiat Auto, Mario Sossi, magistrato in Genova. La strategia del generale si rivela, a gioco lungo, vincente: con l’infiltrazione del discusso Silvano Girotto, con la preziosa collaborazione del pm Gian Carlo Caselli, vengono arrestati, a Pinerolo, nel 1974 Renato Curcio e Franceschini, capi BR. È il primo, tremendo, colpo inferto alle BR (anche se Curcio, nel 1975, riuscirà ad evadere, con l’ausilio di Mara Cagol, che perirà nelle operazioni connesse al sequestro Gancia).

Metodi duri – dicevo – quelli di dalla Chiesa: contestati e contrastati anche da un non minoritaria sinistra che ne denuncia il superamento delle libertà civili.Qualcuno addirittura farà paragoni con le tecniche antiterroristiche messe in atto dai reparti speciali inglesi che combattono i militanti dell’IRA e che indignano l’opinione pubblica occidentale.

Il colpo decisivo, che introduce l’epilogo della lotta armata negli anni di piombo è l’arresto, avvenuto il 18/02/1980 di Patrizio Peci, nome di battaglia Mauro. Peci incontra diverse volte in carcere Dalla Chiesa e decide di collaborare. È il primo terrorista “pentito”: gli uccideranno il fratello Roberto, ma, ormai, le BR son braccate senza quartiere.

L’amplissima autonomia gestionale riconosciuta dallo Stato e l’appoggio incondizionato, come ad esempio la creazione dei nuclei antiterrorismo dei carabinieri, non verranno replicati quando dalla Chiesa è mandato letteralmente allo sbaraglio nella tana di cosa nostra. Per questo è corretto scrivere che Dalla Chiesa fu tradito! Prefetto ma senza poteri speciali: un pugnale di carta! Situazione ben rassicurante per “gli amici degli amici”. Gian Carlo Caselli cita un passo del diario del generale.

All’indomani della sua investitura, Dalla Chiesa incontra Giulio Andreotti e ribadisce senza mezze misure, con la tipica fermezza del carabiniere piemontese, che non avrà riguardo per quella parte della DC connivente con la mafia.  Nando Dalla Chiesa avrà a rivelare, anni dopo, di come il padre fosse rimasto colpito e turbato dalla reazione di Andreotti che rammentò al neo prefetto il ritorno del boss Pietro Inzerillo dagli Stati Uniti d’America in una bara con una banconota da dieci dollari in bocca.  Ma la mafia è subdola, vile.

L’attacco a Dalla Chiesa non è frontale, oserei dire provocatoriamente, “leale” come quello messo in atto dalle BR in Piemonte; in Sicilia si muove una greve maleodorante palude, fatta di sospetti, maldicenze, ostacoli, omissioni, sussurri, ironie sullo scarto di età con la moglie, sbeffeggiamenti quando va nelle scuole a parlare di legalità.

Poteva durare a lungo questa battaglia contro i mulini a vento, visto che Carlo Alberto era armato solo ed esclusivamente del proprio esempio da trasmettere, dal proprio credere nello Stato?

No, ovvio.

Ed allora il 3 settembre 1982, l’Italia perde una persona perbene, un uomo che crede ciecamente nello Stato, nelle sue Istituzioni, nelle sue Leggi. Con Carlo Alberto dalla Chiesa muoiono sua moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo, unica scorta. La parte buona e sana di Palermo reagisce rabbiosa: contesta duramente gli esponenti dello Stato presenti ai funerali, appone un cartello anonimo sul luogo della strage “QUI MUORE LA SPERANZA DEI PALERMITANI ONESTI”. Il cardinale Pappalardo infrange lo storico bozzolo di superiorità rispetto alle vicende dell’attualità che da sempre la chiesa siciliana applica “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”.

Trent’anni dopo, Sagunto/Palermo/Italia è stata riscattata’  Posso avere ragionevolmente leciti dubbi? Perché ho sentito il dovere di ricordare Carlo Alberto dalla Chiesa a trenta anni esatti dalla sua morte?

Nel 1982 avevo tredici anni, ero stato figlio di carabiniere, uno dei tanti servitori dello Stato, umili, silenziosi, che quotidianamente indossavano la propria divisa, mettevano la propria vita al servizio dello Stato, e che uscendo presto al mattino, facevano una carezza ai propri figli nel sonno, sperando in cuor proprio di rivederli la sera, in quegli anni di piombo, quando si sparava a vista sulle divise.

Mio padre Serafino, sul finire degli anni ’60 ed i primissimi anni ’70, fu alle dipendenze dirette di Carlo Alberto dalla Chiesa.

E ne parlava, ne parlò, come di un ufficiale superiore burbero, duro, dall’inderogabile rispetto delle ferrea disciplina tipica dell’Arma, tipica del “bogianen piemunteis” ma dall’atteggiamento altrettanto paterno verso i suoi collaboratori e sottoposti, sempre pronto a difenderli, divenendo una furia, pretendendone il rispetto.

Carlo Alberto dalla Chiesa fu una persona perbene, di cui uno Stato “normale” onorerebbe la memoria come martire, chiedendo scusa per averlo tradito, combattendone l’oblio.

Ma questo Stato, trenta anni dopo, sopporta ancora tante, troppe, Sagunto.

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