Storie di una notte di mezza estate

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Antonio Castellitto. Tutte le belle favole (ahimè, le favole non esistono), cominciano con un “C’era una volta”.  La storia immaginaria che vi voglio raccontare, è una mia visione di come si riesca a mutare il destino di una società.

Una volta, in un ameno paese di campagna, si viveva nella tranquillità  più assoluta, le persone vivevano nella felicità più  libera e non c’erano né vizi né distrazioni. Un giorno, così, all’improvviso, da un regno molto lontano, qualcuno venne a conoscenza del posto meraviglioso che questa landa felice di nome “Telese” (per onorare la cittadina in cui vivo), sia prospera di bellezze e meraviglie naturali da fare invidia al mondo intero e che, caso vuole, sia situata nel cuore di una vallata che offre un sistema ecologico di intenti e ricchezze varie. Il posto è bello da fare invidia, pacifico come il paradiso, armonioso come una sinfonia di Beethoven e straordinariamente silenzioso con gli uccelli ed i corsi d’acqua che fanno da sottofondo al vociare lieve dei popolani. L’incedere del tempo era scandito dai ritmi blandi dei lavoratori che fischiettavano e si divertivano per procurare sostentamento alle loro famiglie, seppur un certo sistema di baratto, era ancora in uso, nella più magnifica delle civiltà. Il massimo dello splendore era raggiunto, la semplicità la faceva da padrone, le genti riflettevano lo splendore nei loro volti. Tutto filava liscio, fino a quando, quella magnifica realtà, si trovò ad ospitare dei mercanti provenienti dalle terre lontane, portavano ornamenti dei Cavalieri più disparati, chi di Gran Croce, chi dell’Ordine di Malta e così via, tra nomi strani e blasoni incomprensibili che recavano scritte in latino. Erano dotti, molto dotti, erano influenti, molto influenti, e decisero che quel paradiso, andava commerciato, per poterne trarre ulteriori blasoni. Le genti popolane, si interrogarono circa il loro futuro, erano preoccupate, in cuor loro, già sapevano che sarebbe finito il loro onirico paradiso e che qualche popolano avrebbe sfruttato i mercanti, per arricchirsi a discapito dei popolani sinceri. In men che non si dica, i mercanti misero a ferro e fuoco il paradiso, lo disboscarono, lo stuprarono, lo resero improduttivo, misero il sale sui terreni che non dovevano essere più fecondi, presero i popolani più scaltri e meno sinceri e li incoronarono loro sudditi fedeli. Quel paradiso, dopo anni, era stato disintegrato, avevano raggiunto il loro obiettivo, impossessarsi del paradiso, rendendolo dapprima un inferno, dei peggiori: non più alberi, ma costruzioni, non più acqua, ma fango, non più meraviglia, ma terrore, non più pace, ma ostinata inerzia dello schiavo. I mercanti venuti dall’ovest, capirono che dovevano migliorare i loro profitti, si ersero a paladini della verità, misero i tribunali dell’inquisizione, bruciavano i dissidenti politici, mostrando la loro ima infamia, stupravano le mogli dei loro assoggettati nella morsa dei debiti e decisero di chiamare questo ultimo scempio come “notte una tantum”. Un sadismo degno di mettere in secondo ordine il marchese De Sade in persona. I mercanti, istituirono eserciti di mercenari, tra i popolani meno colti e dediti alla sola avarizia e ingordigia, fedeli al dio denaro e sottomessi cronicamente al mangiare ed al mercanteggiare scialbo del peggior sciagurato. L’esercito, fu dichiarato legittimato ad agire a propria volontà senza mediazione di tribunale alcuno, lex di infamia e di odore del peggiore sterco di maiale. Alcuni esecrati degli eserciti, decisero che era ora di accelerare il proprio iter di carriera, erano stufi di aspettare le investiture piramidali, perciò, crearono corporazioni dedite al panem et circenses, in cui succhiavano energie e quel poco di denaro che era ancora nelle tasche del contado, visto che i tributi salivano di anno in anno e i poveri popolani, stentavano a mangiare, le loro mogli erano sempre sottomesse agli eserciti ed ai mercanti, e qualche popolano, si vedeva costretto a darne qualcuna in moglie, per pochi fiorini, ai loro boia. Qualche dissidente politico era nelle catacombe, a meditare sacra vendetta, sapevano tutto, anche se da un buco nel terreno, qualche basso graduato militare, era solito spiarne erudizioni e elucubrazioni su ciò che stava succedendo: un gruppo di dissidenti assetati di giustizia, stava nascendo robusto e desideroso del ritorno ad un più somigliante paradiso, ormai irreversibilmente distrutto dai mercanti. Fu proprio per intuizione di un mercante, che vennero designati reucci ad hoc per manipolare ciò che era rimasto ancora vivo nel villaggio. I reucci si rendevano della fatalità delle loro esistenze, ormai svuotate e riempite dei concetti mercanteggianti e commerciali, esibivano vesti dei più fini merletti, giravano a cavallo, in carrozze dorate, mentre i mercanti ne tessevano destini e percorsi. Il bello del creare reucci? Il poterne decidere anche la loro fine più scellerata e impudica. Il caporale spione, era il portabandiera della stupidità, i mercanti ed i suoi superiori lo avevano insignito del titolo di “goliardo caporale” e si divertiva ad incorporare quante più notizie dei dissidenti, da riportare fedelmente ai suoi padroni. Il goliardico caporale, morì impiccato da un mercante in un atto di magnifica superiorità intellettuale, aveva adempiuto a tutti gli ordini impartiti ed era alla stessa stregua di un maiale, cresciuto, pasciuto e sacrificato per i commensali, ma del maiale non si butta via nulla, si sa. Un alchimista menestrello, venuto dalle montagne limitrofe, si dilettava a farsi beffe dei mercanti e dei generali degli eserciti, sapeva cosa faceva, non aveva paura, i popolani erano con lui. I giusti, una bella notte, presero esempio dalla Bonfire Night e decisero di armarsi fino ai denti e di insorgere non contro i reucci che poco potevano nei confronti dei mercanti, ma contro i mercanti stessi, e fu una settimana di combattimenti e di spargimenti di sangue senza precedenti, un Pandemonium che si rese necessario come viatico per la salvezza.

EPILOGO

Un bel giorno i mercanti vennero giudicati dai popolani come criminali contro l’umanità. I popolani che si concessero ai mercanti, vennero costretti ad una gogna perenne ed alcuni, subirono il toro di Falaride. Fu così che nel villaggio di nome Telese cominciò a splendere l’alba di un nuovo e nascente paradiso, nel motto di non farsi più colonizzare da potenza alcuna, ma di scacciare in futuro nuovi mercanti e di mettere alla gogna pubblica, chiunque, popolano, si fosse meschinamente concesso ai voleri dei forestieri. Ci furono parecchi popolani caduti in guerra, i loro nomi, sono incisi nella corteccia degli alberi che sono stati impiantati e che sono stati messi a protezione del villaggio. Le acque, si erano purificate dal sangue, e tornarono limpide e cristalline come un tempo, usate per accogliere i corpi nudi dei popolani in festa nella calura e per rendere limpide le vesti da autunno a primavera, i raccolti genuini erano gustati dai popolani, i mercanti e gli eserciti mercenari, rimasero solo un brutto ricordo. I popolani avevano combattuto per la libertà, quella landa felice, tornò a splendere, bella come non mai, il male era stato finalmente estirpato. L’alchimista menestrello, ebbe una nuova storia da raccontare.

2 Commenti

  1. I miei complimenti per la fervida immaginazione nel cercare di descrivere, una realtà immaginata, con enfatici toni favolistici. Condivido quasi tutto del tuo scritto, tranne l’epilogo che, purtroppo, resterà sempre nel mondo dei sogni. I popolani irretiti dal Gargantua esotico sono in troppi, oltre la metà della popolazione e tutti cittadini DOC, quindi inparentati con l’altra metà dei popolani “sognatori”.
    L’epilogo auspicabile è quello che vede i popolani “infedeli” convertiti dall’esempio del “Cavaliere Bianco” senza macchia e senza paura, rimboccarsi le maniche per far risorgere l’Eldorado ai vecchi fasti.
    Il malvagio non viene da fuori, caro amico. E’ troppo radicato nella “civis” ed è qui che si deve lavorare per evitare che in futuro altri “mercanti” malintenzionati vengano chiamati e “generosamente” accolti dalla parte cattiva del villaggio.
    Per chiudere mi appello sognatore anch’io in quanto un vero “Cavaliere Bianco” è estremamente raro e difficile da trovare.

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