Se la politica ci impegna

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Gianni Giletta. Una voce di consenso a Pino Pietropaolo da un ‘comune cittadino’ non di parte. Gent.mo Pino,  ho letto con attenzione ciò che hai scritto. Più volte. Da sempre, trovo interessanti i tuoi interventi sul web. Parafrasando ciò che dici, in riferimento al nostro contesto politico e democratico, potremmo dire che una comunità ha il diritto di essere governata da politici che non solo perseguano la giustizia e la libertà nell’azione pubblica, ma che diano la testimonianza di una esemplarità morale anche nella vita personale, perché la giustizia e l’eticità di un paese di provincia sono estensione di una giustizia e di una eticità che si è saputa praticare a livello personale da parte dei suoi rappresentanti e reggitori.

Hai proprio ragione. Se guardiamo alla nostra situazione culturale e civile, siamo indotti ad una visione pessimistica sul nostro futuro. Non passa settimana che non si pubblichi un manifesto di quello contro questo, di quel fatto più che di quest’ altro. E la gente comune rimane a guardare. Perplessa.

Da una parte si è tentati di dare ragione a chi vuole chiarire posizioni -evidenziando crisi e mancanza di rispetto nella politica, ma soprattutto di valori etici e di verità- e di conseguenza del trionfo dell’opinione sulla verità, della storia sulla logica, del contingente e mutevole, del relativo sull’assoluto. D’ altra parte diventa difficile invischiarsi in beghe di paese, laddove la politica degli onesti deve lottare ogni giorno a ricostruirsi la dignità. Ecco perché la gente se ne sta ben lontano e crede tutt’ ora necessario prendere le distanze da certi comportamenti.

Occorre, pertanto, trovare percorsi nuovi di raccordo tra cittadini ed eletti, se non si vuole alimentare una raffigurazione della politica come contrapposizione di micro potentati raccolti intorno ad alcuni cognomi di spicco –che per l’ occasione più riesce a portare voti-; occorre superare contrasti lunghi decenni e aperti giusto per fare le scarpe a questo o quel politico antagonista. In una parola occorre ricostruire un patto di fiducia tra cittadini ed istituzioni politiche. La legittimazione elettorale periodica non è più sufficiente a garantire la credibilità dei soggetti politici.

Lo so. La mia è una raffigurazione mortificante anche per i politici seri, che alla propria attività istituzionale ancora si dedicano con onestà, tempo ed energia. Non si può pensare che sia la cultura interna al sistema politico a potersi rigenerare; piuttosto occorre più formazione politica e la consapevolezza nei singoli e nei movimenti del valore autentico della “società civile”.

E’ nostro dovere tuttavia attraversare il pessimismo dell’oggi e saper cogliere i germi positivi dell’odierna cultura, che forse potranno maturare solo in un domani che si spera non remoto.

E’ la lezione dell’ intellettuale francese di origine ebraica Julien Benda, il quale pubblicò nel 1927 il celebre trattato La trahison des clercs (Il tradimento degli intellettuali), con cui intese denunciare il fatto che, di fronte ad una evidente crisi della politica, che aveva radici etiche, gli intellettuali francesi e tedeschi sembravano ai valori universali della libertà e della giustizia, a favore di prese di posizione legate ad interessi politici e di parte.

Al di là del contesto storico, i veri politici o “rappresentanti della cosa pubblica” sono coloro che, liberandosi da interessi di parte, sanno elevarsi ad una visione superiore e disinteressata del proprio tempo. Sanno cioè additare la libertà e la giustizia come fini di una politica finalmente “giusta” per maturare appunto una visione “alta” della realtà umana, sottratta alla intemperie delle epoche storiche, capace di riannodare i legami tra etica e politica.

Se mi permetti, come ben sai mi sono sempre tenuto distante dai giochi di potere. Ma a volte mi chiedo –e ti assicuro non sono il solo- se uno di quei politici che tu citi sa sempre motivare le ragioni della propria candidatura su un terreno di impegno istituzionale che faccia propri gli interessi collettivi di tutti i gruppi.

Uno sguardo attento alla realtà sociale porta a constatare quanto sia povero il tessuto umano della nostra classe dirigente, scarsa la formazione etica e, inoltre, scarse le qualità  tecniche necessarie per l’ esercizio della cosa pubblica: approccio superficiale all’ emergente nel quotidiano, che non sana il tessuto sociale, culturale e politico in radice; disinteresse al favorire percorsi di educazione e partecipazione, di corresponsabilità; atteggiamenti –in genere per tornaconto personale e/o di gruppo- che non permettono una chiara verifica della vita istituzionale.

Essere classe dirigente significa prima di tutto essere in un certo modo, prima ancora di operare in una certa maniera. Direbbe Romano Guardini che la vera forza dell’ uomo ‘non sta nel pugno ma nel carattere’.

Il nostro piccolo paese di provincia ha bisogno di maturare un percorso di riconoscimento della propria identità, storica e politica. In una parola fare memoria di ciò che è stato, affrancarsi con il passato e gettare le basi per il futuro, al fine di riannodare i legami che nell’oggi separano l’etica dalla politica: un’ accettazione dei propri limiti e di quelli altrui; un sano spirito di collaborazione e di fiducia; una chiara distinzione, conservazione e tutela della vita intima e privata; un’ autentica disponibilità a prepararsi una successione.

In qualche modo, la politica deve capire che si è sempre debitori nei confronti di qualcuno che prima di noi ha aperto il cammino.

Il nostro volto deve essere spoglio dall’ interesse; ed io, chiunque sia, ma in quanto prima persona, sono colui che ha delle risorse per rispondere all’appello. Ma il gioco per essere funzionale ha bisogno di un denominatore comune: la libertà dal potere.

Anche chi detiene un potere, esercitandolo, deve affermare la sua libertà. Ovvero mostra se risponde a qualcuno o a qualcosa, cioè alla fonte del suo potere, liberamente o meno. Mostra se è schiavo o meno di se stesso o della sua carriera, o del profitto, o della violenza; mostra se è capace di dare risposte, verso l’ alto e verso il basso, che non dipendono da altro se non dall’ intento di conseguire le finalità positive che la sua responsabilità comporta. In una parola mostra se è ‘libero dal potere’. Non è facile essere ‘ordinari’ quando si è responsabili di qualcosa o per qualcun’ altro, ma  dà il senso della misura del proprio ruolo nella sua autenticità.

Le società arcaiche risultano essere quelle in cui il soggetto umano viene considerato unicamente come funzionale a determinati compiti o addirittura alla statica del potere, privandolo del “riconoscimento” qualora la sua creatività originale e personale non corrisponda più al gruppo sociale dominante. L’etica del “riconoscimento” impone invece il dovere di riconoscere l’ “altro”, il volto che ci passa accanto; ma anche dell’amico, del compagno di lavoro, del fratello e persino, evangelicamente, del nemico, perché il “non  riconoscimento”, il non riconoscere all’altro la possibilità di esprimere la sua identità e la sua autenticità, significa annichilirlo.

Questa incorporazione dell’etica del “riconoscimento” nelle norme della giustizia sociale rappresenta l’ideale regolativo di una società democratica nuova, capace di far crescere la solidarietà e la fraternità come fattori di antidoto alle ‘mancanze di riconoscimento’ che, sul piano interpersonale e degli stessi schieramenti politici, sono all’origine delle tensioni, delle lotte e dei conflitti. E’ un cammino lungo. Ma non ti scoraggiare. Abbi Cura di Te.

1 commento

  1. Ciao Gianni,
    grazie per le parole di solidarietà che sento particolarmente sincere.
    E’ un momento molto particolare per i nostri paesi, per la nostra valle.
    Il clima di sfiducia generale temo si stia trasformando sempre più in vera e propria rassegnazione, che è quanto di peggio possa esserci.
    Ritengo che mai come adesso la politica e gli amministratori, di maggioranza e di opposizione, debbano operare per dar luce concreta alla ripresa socio-economica.
    E non a caso scrivo “socio”: il rischio che tensioni, già latenti, in questo contesto di depressione economica, esplodano drammaticamente c’è, è reale e concreto.
    A mio avviso, è necessario parlare di più e meglio con i cittadini; occcorre non farli sentire soli, scendere da qualche piedistallo e parlare ed incontrare di più la gente, ascoltarla, recepire le necessità e le problematiche.
    Capisco che vi son problemi di bilancio per gli amministratori della valle telesina e capisco pure che è impossibile star dietro alle esigenze di tutti o perlomeno risolverle tutte contemporaneamente.
    I tempi in cui le casse comunali eran floride è passato ed oggi gli amministratori fanno letteralmente i salti mortali.
    Però è anche vero che si può e si deve individuare una lista di priorità e cominciare ad operare su quelle.
    Tanto per non rimanere sul vago ma scendendo ad un livello concreto: se abbiamo cittadini disabili con relative famiglie che sono in grosse difficoltà, da un punto di vista finanziario e di gestione, a mio modesto avviso, questo aspetto dovrebbe esser prioritario su altre destinazioni di fondi comunali quali sagre/feste/gite etc etc.
    E questo è solo un esempio tra i tanti.
    Capisco che una o più serate di svago, in questo momento, possano essere benedette e c’è gente che ha già tanti problemi in casa propria per cui, “evadere” per una o due ore è cosa giusta.
    Però, proprio perché i nostri paesi hanno ancora una dimensione “a misura d’uomo” non possiamo voltarci dall’altra pare e fare finta di nulla a fronte di problemi di disadattamento giovanile (vuoi per mancanza di lavoro, di punti di aggregazione, di di utilizzo di sostanze stupefacenti, di handicap psicofisici), di integrazione di stranieri, di mancanza di sviluppo delle non molte risorse proprie dei nostri territori…….
    Quando poi le nostre comunità verranno alla ribalta triste della cronaca nera, le lacrime che verseremo per commentare gesti estremi o fatti incresciosi, saranno, ammettiamolo, lacrime da coccodrillo.
    Per questo motivo, ribadisco, ora più che mai è necessario colmare la distanza tra la cittadinanza e la politica, ora più che mai è opportuno che ci sia un dialogo ma vero e concreto, altrimenti la sensazione che “a Roma fanno quel che vogliono e si disinteressano della nostra area” sarà non solo più radicata ancora ma si estenderà addirittura ai politici che ogni giorno in contriamo e salutiamo per strada in Amorosi, come Telese, come Castelvenere, come San Salvatore e così via……….
    E questo, diciamocelo fuori dai denti, è inaccettabile.
    Allora, ancora una volta: meno chiacchiere e lustrini, meno voglia di apparire a tutti i costi, meno prosopopea e più concretezza nel contatto con i cittadini, altrimenti, temo, il principio della fine circa una “democrazia partecipata” stia avanzando a grandi passi………
    Spero di incontrarti presto in Amorosi e ringraziarti di persona.
    Nel frattempo, ci spero ma, ahimè, non ci credo…………

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