Un po’ per celia un po’ per non morire*

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Ezio Esposito. Di seguito racconto piccoli brani di vita vissuta, così come li ricordo, avvenuti sulla strada o per liti finiti in Pretura. Mi auguro che facciano sorridere anche chi non ne avrà voglia, in questo momento difficile. Gli sketch saranno preceduti da una premessa esplicativa.

In illo tempore, quando era già in vigore la legge sull’obbligatorietà della assicurazione su tutti gli automezzi, in qualche studio legale di Telese circolava una lettera scritta da una persona coinvolta in un incidente stradale. La lettera mi fu fatta leggere ma mi fu negata una copia, quindi vado a memoria.

Il succo c’è tutto. Si trattò di un furgoncino fermo in curva e una macchina che lo tamponò.

La lettera:

Illustrissimo Signor Pretore, mo spiego io ‘o fatto comm’ è gghiuto. Io me ne stavo queto pe’ li cazzi miei quanno chillu llà è venuto a tuzzà ‘nculo a laparella mia. Mo dico cherè tutte ‘sta ‘mmuina, a ccà, a llà. Mo’ dico a chillo: se assicurazione è bbligatoria pecché va truvanne scé scé?

Durante l’ultima guerra mondiale molti sfollati da Napoli arrivarono a Solopaca per sfuggire ai bombardamenti. Tra questi arrivò anche Giggino con la famiglia che restò a Solopaca anche dopo la fine dela guerra. Giggino ‘o napulitano era una persona allegra e molto attiva. Aveva nel sangue la ‘napuletanità’ classica vista nei films di De Crescenzo.

Nel 1948 Giggino, e i suoi amici di Solopaca, organizzò il Carnevale solopachese al suono di tammurrelle, triccabballacche e putipù. Se non erro gli ‘attori’ viaggiavano su un carretto che si spostava di rione a rione seguito da una turba di ragazzi vocianti che facevano fracasso con i coperchi delle pentole. Arrivati al mio rione, tra le altre barzellette, canzoncine e sfottò alle autorità comunali Giggino recitò una scenetta dal titolo:’A luce elettrica’. Da ricordare che a quei tempi nelle case del paese, di sera, si accendevano ancora le candele in ceramica con l’olio e con lo stoppino.

La gag:

U guaglione, tornanne a casa, truvaie a mammà cu’ a lucernella mmano, l’amico co lucigno ce metteva, nu pucurillo  ruoglio ca scurreva e pronto nu cerino p’appiccià. Mammààà, alluccaie ‘u guaglione-ma che faie?! -Zitto guaglione mio: chesta è a vera luce, ate che u gas!-

Ritornello: “a luce, a luce elettrica!” Applausi scroscianti, soprattutto per la mimica furba di Giggino.

Con un mio caro amico e vicino di casa, d’estate, facevamo a piedi i quattro chilometri che ci separavano dal casello ferroviario poco distante dalla stazione di Solopaca sulla strada per Telese.

Fatti circa cinquecento metri, dopo il binario, salivamo a destra lungo un tratturo per andare a trovare un vecchietto, zi’ Vincenzo Belviso, che abitava in una capanna in compagnia di una capretta e qualche gallina. Spesso quando andavamo a trovarlo gli chiedevamo di raccontarci di quella sua causa in Pretura. Il vecchio aveva anche un appezzamento di terreno a monte del suo querelante, ai piedi della montagna di Solopaca dove le proprietà sono divise da una sorta di terrazzamento naturale. In quei terreni vi crescono uliveti e qualche castagno. Il vicino aveva fatto causa a Belviso sostenendo che il proprietario del terreno soprastante il suo aveva fatto una sorta di sbarramento per impedire il libero deflusso delle acque piovane. Cosa proibita per legge. Il giorno dell’udienza, nel racconto del nostro vecchio amico, il Pretore lo aveva apostrofato:- Allora, signor Belviso cosa ha da dire nel merito di questa accusa?-

Il vecchio, in piedi, fiero l’occhio e impassibile rispose:

Signor giudice, nun è pe’ niente llu vero che Vincenzo Belviso maliziava l’acqua. Vinenzo Belviso non ha fatto sbarramenti. Ha solo costruito una piccola palizzata con gli alberelli nati naturali e inserita con frulacchi e cerquacchie per riparare le grandi acque che scendono dalla grande montagna di Solopaca. E, Signor giudice, giuro: Vincenzo Belviso non è stato mai amante di mariulizie e puttanizie… E nemmeno contrario!.

e.e.

*Titolo preso da una scenetta di Petrolini.

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