Telese… e il mal Franzese!

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Antonio Iadonisi. Invio un articolo di qualche tempo fa, ma ancora attuale, della Prof.ssa Adele Calzone (già docente di storia e filosofia presso il Liceo Classico Tito Livio di Solopaca).

Per un’ironia della sorte, il destino di Telese è legato ai Francesi, come dire: dalle stelle (con Carlo I d’Angiò [1268]) alle stalle (con la Repubblica partenopea del 1799). Ma procediamo con ordine. Tutti conoscono le origini osche di Tulisiom, l’importanza della Telesia sannita e di quella romana. Molti conoscono anche le tristi vicende della “nuova Telese” distrutta dai Saraceni, ma forse non tutti sanno che la fortuna della Telese medievale è legata al sovrano Carlo I d’Angiò che ne fece un feudo senza mai negarle il titolo di civitas che Telese continuò a tenere anche quando passò di mano in mano fino al fatidico 1799, anno in cui non perdette il titolo in virtù di qualche atto giuridico, ma semplicemente perché venne ignorata dai Francesi del generale Championnet che risistemarono, si fa per dire, la “geografia” delle nostre zone.

Fino a quel momento, in tutti i documenti che conosciamo, figura sempre come “titolare” del feudo che porta il suo nome sia quando fu dato ai Monsorio (sec. XV), sia quando fu ereditata dai Lagonessa e quindi divenne proprietà dei Caracciolo (sec. XVI) grazie alla cui dissennatezza fu messo all’asta ed acquistato dal genovese Cristoforo Ceva Grimaldi.

Ma se è certo che Telese nei documenti compare quale civitas è altrettanto vero che la stessa città in quanto urbs era stata distrutta completamente dal terremoto del 1349, grazie al quale fuoriuscirono le acque sulfuree. Quelli successivi, dal 1456 al 1688, contribuirono a ridurre la zona in una palude sempre più malsana ed invivibile tanto che anche il vescovo finì con lo spostarsi definitivamente a Cerreto (nel 1611).

E i Telesini? Già dal 1349 si trasferirono, tutti (o quasi), ripopolando i casali del feudo tra i quali troviamo i nuclei di Capriglia, Procusi e Castello che si trovavano in posizione sopraelevata rispetto ai villaggi della valle (super pagos), in zona relativamente antisismica. Nacque così Surropago divenuta poi Solopaca, dapprima casale, in seguito terra baronale quando il feudo di Telese diventò ducato. Nel 1609, infatti, Filippo III re di Spagna conferì a Giovannantonio Ceva Grimaldi il titolo di Duca di Telese ed utile signore della terra di Solopaca. Contemporaneamente troviamo anche l’universitas civitatis Thelesiae et baroniae Solisopacae dove distinguiamo la “comunità” (universitas) e l’istituzione giuridica della civitas che, pur essendo materialmente distrutta, continua a conservare il suo diritto di essere (e quindi anche a risorgere).

Telese quindi ha mantenuto per secoli il suo titolo giuridico di civitas anche all’interno del feudo che portava il suo nome, anche dopo il trasferimento del vescovo a Cerreto.

Ignorata dai Francesi nel 1799, con la successiva abolizione della feudalità (1806) ci fu anche la perdita del diritto di essere civitas? Se si, ci fu qualche atto documentato che lo comprova? O fu davvero una semplice dimenticanza? Ed in seguito al riassetto del 1810-11, ha perduto questo stesso diritto quando la troviamo “frazione” del “comune” di Solopaca i cui abitanti erano certamente più numerosi grazie anche ai discendenti di quei Telesini (terremotati di un tempo) pochissimi dei quali erano ritornati a ripopolare la sponda destra del Calore?

Sappiamo solo che la “frazione” si ripopola durante l’Ottocento attorno al nucleo delle acque termali a lungo contese dai comuni limitrofi, passate dalla provincia di Caserta alla neonata provincia di Benevento dopo la proclamazione del Regno d’Italia (1861).

La seconda metà del XIX secolo segna anche a Telese la ripresa della borghesia imprenditoriale e terziaria e l’inversione di tendenza continua anche nella prima metà del XX secolo quando finalmente Telese ottiene l’autonomia amministrativa, nel 1934, e diviene comune a sua volta.

Il secolo XXI prospetta nuovamente Telese quale città-guida di nuove forme di “alleanze” politico-amministrative, di un risveglio dell’antico splendore di Telesia, “nuova civitas del 2000” i cui fruitori non saranno più semplicemente Telesini ma Telesiani, siano essi Solopachesi, Veneresi, Amorosini ecc. ecc. Utopia?

La storia che guarda al futuro legge nella continuità del passato la risposta da dare al presente a meno che… non vogliamo continuare ancora a soffrire del mal… francese!

3 Commenti

  1. Mi piace molto la definizione di Telesiani, per identificare le radici comuni del comprensorio Valle Telesi(a)na la cui storia affonda le radici in epoche tanto remote, in cui la libertà intesa come capacità di autodeterminazione non è, come potrebbe sembrare, nuova esigenza per la gente meridionale, bensì antichissima aspirazione, la cui capacità di aggregazione sociale ha dato sempre i suoi buoni frutti…argomento quanto mai attuale!
    Mi piacerebbe anche sottolineare che troppo spesso, l’aspetto politico prevale sulla nostra storia religiosa e di come essa sia, invece, di straordinaria importanza per comprendere meglio le nostre radici culturali. Il cristianesimo, la religione più praticata al mondo, si è diffuso nei suoi esordi proprio grazie a realtà come la nostra in cui l’attività dei monaci benedettini, seppe fondersi straordinariamente con lo spirito sociale dei nostri lontani antenati. Telesia è stato prima di tutto, uno straordinario centro religioso; le invasioni saracene non impedirono affatto la sua proliferazione, vero interesse di quelle barbarie. Dai numerosi monasteri sorti sul monte Taburno dal mille in poi, fino alle numerose realtà tardo medievali di ogni centro urbano nato successivamente, le radici cristiane sono è state sempre l’elemento più aggregante per una omogenea identità culturale. Cristianità, meglio espressa in una sua visione più arcaica, più vicina alle sue origini che non quella più comune di oggi, fatta di molti lustrini ma sicuramente più povera dei suoi più intimi contenuti trascendentali.

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