E fu il tempo del teatro

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La filodrammatica “Dilettante” nacque negli anni ’50 dalla passione per il teatro che accomunava un gruppo di amici che decisero di sacrificare il loro tempo libero per portare in scena personaggi e macchiette del teatro, di quello napoletano in particolare.

In quegli anni gli inverni telesini non offrivano molte alternative e per i giovani la scelta serale era tra le stanze fumose di un bar o la passeggiata serale quando i compiti lo consentivano. I più fortunati avevano un portone in cui sostare o un camino dove ammirare estasiati la fiamma del ceppo.Il ’68 era lontano e la politica era solo quella locale, appannaggio delle grandi famiglie che passavano disinvoltamente da una cordata all’altra sulla base di scelte non proprio ideologiche, con i soliti manovratori occulti che intessevano sottili giuochi di corridoio. Anche allora i più giovani li osservavano con disinteresse, anteponendo il pallone, le partite a bigliardo, a bocce e, perché no, le schermaglie dei primi amori.

La sera era bellissimo passeggiare con gli amici lungo il viale coperto dai rami spogli dei platani, calpestando cumuli di foglie ingiallite, mentre la brina cadeva impalpabile inumidendo i capelli e la nebbia a poco a poco scendeva ovattando le lampadine. I portalampade a forma di piatto dondolavano stesi tra un albero e l’altro intervallando coni di luce a quelli di più estese ombre.

Ma quando iniziavano le prove per la filodrammatica le serate avevano una svolta e il coinvolgimento emotivo era totale. Regista amabile era Don Raffaele De Crescenzo che come una chioccia covava le sue creature aiutandole a crescere sera per sera. La commedia assumeva la sua visibilità un po’ alla volta, fra risate, arrabbiature, sberleffi, litigi e la continua minaccia di Don Raffaele di abbandonare tutto se qualcuno non aveva “studiato” la parte o disturbava le prove. Ma poi tutto finiva a risate specie quando “i comici” della compagnia dimentichi della parte riparavano “a braccio”. Don Raffaele alzava gli occhiali sulla fronte e con aria smarrita li guardava quasi a dire “..ma questa da dove è uscita?”

Attori protagonisti insuperabili erano Lorenzo De Francesco, irrequieto personaggio anche fuori scena, con il suo vocione bruciato dal fumo, Elio Di Carlo, amatissimo con il suo ciuffo arrotolato, icona del ragazzo dolce, amato da tutti e scomparso prematuramente, Gino Affinito, il re della guapparia e della risata, il grande ed insuperabile Anselmo Mattei, vigile urbano di S.Salvatore ma telesino honoris causa, Mimmo Follo, il papà adottivo dei più giovani, Angelo Leone, il serioso della compagnia, Luigi Festa, il caciarone irrefrenabile, Geppino Colangelo che chiudeva la dinastia dei figli dei ferrovieri presenti in massa nella Compagnia. Intorno a loro, cardini insostituibili della filodrammatica, presero vita un po’ alla volta altri personaggi un po’ più giovani ma non per questo meno bravi, che si susseguirono sulla scena di commedia in commedia, crescendo artisticamente vicino agli altri. Riccardo Affinito e Augusto Di Carlo che con la loro bravura contesero ben presto il posto ai rispettivi fratelli (Gino ed Elio), Franco ed Antonietta D’Angicco, Mario Grillo, Giuseppe Leonardo, Franco Dante, Maria Arzillo, Franca Crisci, Iole Di Lorenzo, Antonietta De Crescenzo,Gianfranco Ciabrelli, Olga Candela, Pino Mainolfi, Tonino Affinito, Tonino Di Santo, Licia che avrebbe sposato Beppe Carizzi e infine chi scrive, che avrebbe fatto la prima comparsa a 13 anni con “Le Pistrine”, insieme a Mimmo Follo, Anselmo Mattei, Luigi Festa, Tonino Di Santo e Pasquale Ricci. Di certo anche altri cui chiedo scusa perché la memoria non è riuscita a ricostruire altri nomi dopo 50 e più anni.

Le Pistrine – 1957 – Pasquale Ricci, Aldo Maturo, Tonino Di Santo, Luigi Festa

La scelta del locale era sempre avventurosa ma praticamente la Compagnia si esibì su tutti gli spazi disponibili a Telese. “Le Pistrine”, forse la prima, fu presentata nel 1957 nel Cinema di Peppe Assini, unico del paese, sedie rigorosamente in legno. Un paio di rappresentazioni furono fatte anche nel Salone dell’Asilo Infantile che al tempo era gestito dalle suore degli Angeli nel palazzetto di zio Alfredo, dietro casa mia, poi dimora dell’Avv.Giovanni Di Santo. “La cantata del pastori” trovò la sua location nella vecchia chiesa, ormai sconsacrata e ancora impregnata d’incenso. Il palco occupò praticamente tutto il presbitero e la sacrestia divenne lo spogliatoio degli “artisti”. Nel salone della nuova Scuola Elementare andò in scena “Scampolo”, “Addio Giovinezza” e “Non ti pago”. Ma il grande passo avvenne con il Cinema Modernissimo, appena inaugurato, dove ci si esibì con “Il medico dei pazzi”. Il successo di pubblico varcò i confini locali e si andò in turnèe anche all’ “estero” che nella fattispecie fu Frasso Telesino e Solopaca. Non era mai successo prima di allora che una filodrammatica dilettante andasse oltre i limiti della parrocchia, ma il successo era garantito da una Compagnia che faceva il pienone ad ogni rappresentazione.

Ma il divertimento del pubblico era infinitesimale rispetto a quello che gustavano quanti giravano a vario titolo intorno alla commedia. Per mesi la data fissata per la rappresentazione era come la stella polare e si cancellavano i giorni che mancavano all’evento. Oltre le prove c’erano i problemi per la costruzione del palcoscenico, degli scenari, delle quinte, dei costumi. Tavole, tavoloni, tavelle, teli, cartoni, colori, pennelli, chiodi, martelli e infine “il sipario”. Ho sempre pensato che si chiamasse così perché da una parte c’era gente in attesa di divertirsi e dall’altra gente con il cuore in fibrillazione sapendo di dover “uscire in scena” con la paura di “impappinarsi”.

Quello che succedeva dietro le quinte meriterebbe la dignità di una rappresentazione teatrale autonoma. Chi tremava, chi rideva, chi fumava, chi aveva la lacrimuccia, chi andava su e giù come un padre davanti alla sala parto, tutti nascosti dietro le quinte con gli occhi puntati sui compagni già in scena e su Don Raffaele De Crescenzo. Lui, il regista, era lì nel boccaporto del suggeritore, gli occhiali sul naso, i capelli arruffati, il dito che scorreva sul copione pronto a sussurrare la battuta a chi l’avesse dimenticata.

Il primo applauso era come un’iniezione di vita per tutti poi il tempo scorreva inesorabile verso la scena finale. Il sipario chiudeva lo spettacolo e nel suo lento dispiegarsi chiudeva anche mesi di lavoro, faticosi e favolosi, trascorsi in un clima d’indimenticabile complicità ed amicizia. Nei giorni successivi bisognava smontare il palco, con l’aiuto di Gino Taccogna e il camion di Mario Palmieri. Si accantonavano con cura le cose utili e si faceva tesoro degli errori con la mente proiettata verso il prossimo appuntamento.

(Ringrazio Riccardo Affinito alla cui memoria di nomi ho attinto a piene mani)

 

Aldo Maturo 617 letture al 31/12/2012

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