Poli scolastici e ipocrisie sociali

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Flaviano Di Santo. Ogni genitore credo, si trova prima o poi davanti al problema dell’istruzione dei propri figli. Non è una cosa semplice ed è ancora più complesso se abiti in valle telesina. Questa ridente macroarea, aveva la stessa densità abitativa di oggi già nel III, IV secolo a.C. ed è sempre stata una zona molto ambita. Dopo tanti secoli densi di invasioni, guerre e rivoluzioni, è arrivata ad essere parte di una moderna Repubblica che ha condensato nel suo primo articolo costituente, un concetto etico fondamentale del popolo italico: una democrazia basata sul lavoro. Non mi sento di fare analisi approfondite sulle motivazioni che portarono alla scelta di esaltare tanto questa nobile attività dell’uomo, e so che ce ne sono, ma, limitiamoci al suo significato primario: il lavoro quale attività per il sostentamento. Istruzione e lavoro, mi sembra ovvio, sono in stretta relazione nel senso che se il fine è il lavoro, l’istruzione è il mezzo. Bene. Se provate a comparare l’offerta formativa di qualche area italiana, europea o mondiale in cui la disoccupazione è meno deprimente della nostra realtà, noterete senz’altro una più variegata possibilità di studio e sicuramente, anche orientata alle peculiarità del posto. In una città di mare ad esempio, ci saranno scuole nautiche non presenti ovviamente in alta montagna, dove prevarrà sicuramente un’offerta formativa in artigianato, industria, piuttosto che agricoltura o turismo invernale. Benissimo. Ci aspetteremo quindi che un’area dalla tradizione agricola millenaria, la più vitata della Campania e forse d’Italia, offra una formazione in campo agrario piuttosto che in enologia o per esempio, che una regione con la maggiore concentrazione del patrimonio artistico-culturale del mondo, offra una formazione nell’ambito dei beni culturali o della cultura dell’accoglienza in generale. Ebbene, se vi girate un attimo intorno, l’offerta formativa per i nostri ragazzi è costituita in larga misura da licei. Niente in contrario per carità, la cultura è sacra ma a sentire analisti accreditati, sembra che questo fenomeno risponde ad una tendenza sociale che considera sostanzialmente, la scuola non più come un luogo per imparare ma per raggiungere uno status. Questo è largamente supportato anche da molte famiglie che inculcano ai ragazzi il concetto che debbano assolutamente laurearsi. E non importa il perché. Ciò che appaga è che il proprio figlio sia un dottore. Va da se che in una società glocalizzata (globale e locale insieme), in un contesto di confronto sociale, non la vendiamo più a nessuno. E’ per questo che gli asiatici, armati unicamente di un’adeguata competenza nei campi che servono, ci fottono regolarmente e i nostri figli rimangono fuori dal mercato del lavoro. Dottori compresi!

In questo panorama, ogni volta che si parla di cultura e poli scolastici, ho sempre pensato che alla base, mancano i fondamentali di qualsiasi banale ragionamento: il buonsenso.

Ma davvero si crede che abbiamo bisogno di altre scuole? E se si, di potenziare proprio i licei?

So che è inutile ma è sempre bene ricordare che occuparsi di amministrazione pubblica, significa operare in una speciale impresa che costruisce beni e servizi ai cittadini…ma quando dobbiamo assistere ai teatrini così lontani dalla realtà oggettiva che finiscono sistematicamente col non offrire i servizi realmente necessari e in qualche caso sottrarre anche beni… vi ringraziamo anche per averci provato, ma, sarebbe meglio per tutti, cambiare mestiere.

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