Voglio essere figlia de ‘il quarto stato’

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di Angela Parente. In una lettera all’amico e artista Matteo Olivero del 29 ottobre 1904, il pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo, autore del celebre dipinto Il Quarto Stato, così scriveva: “Il Quarto Stato – che fu nella mia mente Fiumana prima, quindi Il cammino dei lavoratori – fu una delle mie primissime concezioni, fu il pensiero continuato di un decennio e non riuscii a concretarlo che dopo aver evoluto la mia arte con molto, moltissimo lavoro e con altrettanto pensiero. Ma quando pensiero e forma si fusero nella mia convinzione nulla mi trattenne: non le rampogne della famiglia, non i consigli degli amici, non le maldicenze dei meno benevoli e altre maggiori difficoltà. Fu quale l’avevo voluto. L’avanzarsi animato di un gruppo di lavoratori verso la sorgente luminosa simboleggiante nella mia mente tutta la grande famiglia dei figli del lavoro”.

E’ da queste parole appassionate che parte la mia riflessione su un tema di forte attualità: il lavoro.

Nell’opera di Pellizza da Volpeda è rappresentata l’affermazione di una nuova classe sociale, il proletariato, consapevole di essere pronto a far prevalere i propri diritti sulla classe dominante nella società industriale, la borghesia. La compatta avanzata dei personaggi , gli atteggiamenti decisi e l’imponente procedere in avanti , quasi ad oltrepassare il limite tra l’illusione e la realtà, sono alcuni degli espedienti espressivi atti a creare l’effetto di una massa unica che avanza inesorabile, con chiare allusioni sia al valore di solidarietà sociale, sia alla presa di coscienza della propria forza politica.

Erano gli inizi del novecento quando i nostri bisnonni lottavano per rivendicare i propri diritti e garantire un futuro quantomeno dignitoso ai nostri nonni, che a loro volta, forti del valore evocativo dell’articolo 1 della Costituzione Italiana “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, hanno creduto che per i loro figli, quelli che oggi sono i nostri genitori, ci fosse una speranza di miglioramento sociale. E infatti essi sono i figli legittimi del boom economico e i promotori di quel movimento sociale mondiale quale è stata la rivoluzione culturale del 1968. I nostri genitori sono l’ultima generazione in crescita, noi, i ventenni-trentenni degli anni duemila siamo la generazione in decrescita.

Evidentemente ancora non abbiamo toccato il fondo per reagire. Ci hanno abituato ad accontentarci, “o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”! Pur di guadagnare “qualcosina” oramai ci si inventa di tutto e si è disposti a fare di tutto. La percentuale di chi riesce a fare il lavoro per cui ha studiato all’università e a “sfondare”, e si tratta perlopiù di professionalità ben inquadrate, è molto bassa, il resto, nella migliore delle ipotesi, è precario e sottopagato rispetto alle mansioni! Dei ragazzi e ragazze usciti dalla “specialistica” che hanno trovato lavoro, il 52 per cento lo ha fatto passando per contratti di collaborazione o altre forme precarie! Il mercato del lavoro è diventato meno permeabile, l’ingresso nel mondo delle professioni prima e la stabilizzazione delle posizioni lavorative poi avvengono con più difficoltà. Anche se il lavoro non standard aumenta le probabilità di transitare verso un ‘occupazione sicura (non sempre vero!), tuttavia la velocità di conversione dei contratti flessibili in occupazioni stabili si e’ ridotta e gli esiti negativi sono aumentati.

Flessibilità: questa è la parola magica del capitalismo mondiale o meglio lo specchietto per le allodole per la cosiddetta “generazione 1000 euro”. La flessibilità è stata, infatti, concepita come una cosa buona, una conquista sociale, una liberazione dai vecchi vincoli dell’organizzazione del lavoro fisso, tipico dei decenni precedenti agli anni ’80. Ma mentre prima anche se il lavoro non garantiva eccessive ricchezze forniva in cambio certezze, oggi la flessibilità può dispensare maggiori possibilità di avanzare nella scala sociale, ma a patto di rinunciare a certezze e sicurezze. Per molti lavoratori la flessibilità si declina solo in termini di precarietà e incertezza, imponendo estreme difficoltà nel costruire un progetto di vita, al punto che la ricchezza accumulata potrebbe andar perduta con la fine di un lavoro e l’assenza di alternative!

A sua volta la mobilità professionale richiesta dall’accumulazione flessibile implica mobilità territoriale, trasferimenti, necessità di ricostituire nuove relazioni sociali e non da ultimo, il mutamento significativo della percezione di sé, l’identità, dovuto al continuo adattamento. Si scardinano radici e valori.

A questo proposito invito a leggere il testo del sociologo statunitense Richard Sennet: “L’uomo flessibile”; credo che ognuno di noi possa sentirsi il protagonista di questo cambiamento imposto dall’alto. Sennet proprio nell’ultima pagina del libro afferma: “I nuovi padroni hanno rifiutato le carriere nel vecchio senso della parola, cioè i percorsi lungo i quali si può viaggiare; le linee di condotta stabili e durevoli sono per loro territorio straniero”. “La flessibilità da loro celebrata non offre e non può offrire, nessuna guida per una vita normale.”

Noi, questa generazione in decrescita, noi la generazione 1000 euro (e anche molto meno), siamo i figli dei contratti atipici, il cui numero è salito a 46 tra contratti a progetto, in affitto, in somministrazione, ecc., in cui si da’ l’illusione del lavoro autonomo ma che nella sostanza consistono in un rapporto di subordinazione privo di garanzie. E così capita che società e aziende meno serie ti fanno lavorare a tempo pieno pagandoti part-time e anche meno, succede che rinunci a crearti una famiglia perché il contratto potrebbe non esserti rinnovato, succede che i tuoi meriti non sono riconosciuti, che il tuo valore non è apprezzato e che spesso sei anche criticato dai “grandi” perché non ti dai abbastanza da fare e magari quel po’ che hai guadagnato lo spendi in divertimenti e vacanze semplicemente per uscire dalla logorante routine!

Io, ora come ora vorrei essere una delle figure protagoniste ne Il Quarto Stato, vorrei essere figlia di una nuova ideologia sociale, vorrei guardare al futuro con ottimismo. Concludo ancora una volta con le parole di Sennet: “se il cambiamento deve verificarsi, si verifica sul terreno tra gente che parla con franchezza dei propri bisogni interiori più che attraverso sollevazioni di massa. Ma un regime che non fornisce agli esseri umani ragioni profonde per interessarsi gli uni degli altri non può mantenere per molto tempo la propria legittimità.” E questa è tutta un’altra storia.

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