L’uomo che incontrò tre volte la guerra

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di Antonio Parente. Anche quest’anno si è celebrato – come di consueto – il Giorno della Memoria, ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio del 2000 dal Parlamento Italiano con l’intento di recepire la proposta internazionale di consacrare al ricordo delle vittime del Nazi-Fascismo, dell’Olocausto nonché di quanti si schierarono in difesa e soccorso dei perseguitati la giornata del 27 gennaio, data simbolica dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa. La giornata ha visto svolgersi in Italia e in molte altre nazioni cerimonie solenni e varie manifestazioni improntate sulla commemorazione e sul ricordo, affinché venga tenuta viva – soprattutto nei giovani – la memoria di ciò che è stato e che non dovrà più essere. Sono una settantina gli anni che ci separano dalla Seconda Guerra Mondiale, anni che nostro malgrado siamo abituati fin da bambini a studiare – a volte in maniera sterile ed acritica – dai libri di scuola e poi nelle università. Finiamo così per essere profondi conoscitori di date, schieramenti, eventi, battaglie, trattati, tregue e quant’altro; eppure la memoria è altra cosa. La memoria è ricordo, ossia racconto storico intriso della componente emozionale unica e particolare che può offrire solo un testimone o un protagonista della storia stessa. Si pecca forse così di oggettività, ma è pur vero che la storia può essere scomposta nelle vicende individuali degli uomini che l’hanno vissuta e che possono raccontarla singolarmente, fornendo ognuno il tassello di un mosaico che sarà poi l’interlocutore a comporre. In fondo, cosa sono settanta anni? Le nostre case sono ancora piene di testimonianze più o meno dirette di quella grande guerra ed è a questa fonte prima di altre che bisogna attingere per riscoprirsi popolo unito nella storia che ci accomuna, in un processo che volge dal particolare al generale. In sostanza, il fatto che questi eventi siano tutto sommato ancora così “recenti” ci permette il lusso tanto prezioso di avere letteralmente la “storia in casa”, di poterla sentire raccontare ancora dai nostri padri e dai nostri nonni intatta ed autentica, nonché arricchita di sfumature che mai nessun libro potrà restituirci. Ed è per questo che ho deciso di raccogliere in poche righe la testimonianza storica di un uomo come tanti al tempo, un nostro conterraneo, che quegli anni li ha vissuti sulla pelle, restandone segnato in maniera irrimediabilmente drammatica.

 

Antonio Orefice nasce a San Salvatore Telesino il 18 agosto 1909, primogenito di Piace Iddio Orefice (meglio conosciuto in paese come zì Piacenz’), sellaio e commerciante agricolo, e di Giocondina Zoccolillo, casalinga dalla indole coriacea della matrona di un tempo. Trascorsa la giovinezza tra la vivacità di chi si affaccia al mondo e gli strascichi del primo conflitto mondiale che lo portano ad industriarsi precocemente insieme ai fratelli Mario e Clemente nel commercio seguendo le orme paterne, compiuta la maggiore età, viene chiamato ad osservare gli obblighi di leva ed in seguito a servire il Paese. Tornato a casa, la vita sembra procedere come sempre, tra l’attività di famiglia che offre la certezza di arrivare a fine mese (cosa non da poco per quei tempi) e le amicizie e gli amori giovanili. Ma lo spettro di una nuova grande guerra già faceva ombra in una parte dell’Europa malcontenta e reazionaria e presto i giochi delle alleanze avrebbero buttato nel calderone anche il vecchio stivale. Antonio Orefice, matricola 12023, viene richiamato alle armi il 20 ottobre del 1942 e trasferito nel febbraio dell’anno seguente in Grecia, già dichiarata “territorio di guerra”. Lì Antonio incontra per la prima volta la guerra e conosce la paura di chi ha a cuore la vita sapendo che essa è preziosa per sé e per i propri cari. Passano così sei lunghi mesi di lotta, mesi in cui ogni giorno sembra essere l’ultimo e, di fronte alla morte dei tanti compagni, la fede e la speranza sono il pugno chiuso intorno alla vita che sembra fuggire come sabbia. Intanto a San Salvatore sono poche le notizie che giungono di lui, così come dei fratelli anch’essi in guerra e di quanti erano stati chiamati a combattere. Solo i giornali e la radio – per chi la possedeva – offrivano una finestra su quel ciclone di cui l’Italia occupava l’occhio. Ed è proprio la radio puntualmente accesa da Piace Iddio una sera di settembre a portare “annanz a’ tavern” (l’attuale Piazza Plebiscito) la voce del Capo del Governo, il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio: «Il Governo Italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Erano le 19:42 dell’8 settembre 1943 e quell’annuncio avrebbe avuto delle ripercussioni tutt’altro che positive come auspicato da chi, travisando quelle parole, aveva inteso la fine delle ostilità. Badoglio, il Re Vittorio Emanuele III e i vertici militari si defilarono abbandonando Roma capitale e lasciando senza precisi ordini le truppe italiane che ancora combattevano al fronte, nello sbandamento totale. Molti furono i combattenti che, a rischio del reato di diserzione, smisero la divisa per ritornare, chi poteva, alle proprie famiglie. Ma l’Armistizio implicava altresì una conseguenza prevedibile quanto incalcolabile: la ritorsione degli ex-alleati tedeschi. In effetti la reazione dei nazisti fu immediata e si concretizzò nell’occupazione militare della penisola: l’operazione Achse. Oltre 600.000 militari italiani furono catturati sui vari fronti e condotti nei diversi lager tedeschi con la qualifica di I.M.I. (Internati Militari Italiani). Fu questa la sorte che toccò ad Antonio, che non ebbe nemmeno il tempo di concretizzare quanto stesse accadendo: venne catturato in Grecia già il 9 settembre 1943 e condotto in Germania presso il campo di Krefeld-Fichtenhain. Fu lì che conobbe per la seconda volta la guerra, internato e privato di qualsiasi diritto e macchiato agli occhi dei suoi carnefici non solo della presunta colpa di tradimento, ma anche di un cognome ebreo che pesava sulla sua testa come una spada. Unico sollievo era la corrispondenza con la famiglia che riusciva in poche righe a mitigare il dolore della solitudine e dell’oppressione. Intanto il Reich implodeva, contenuto prima e respinto poi dagli alleati sul fronte occidentale ed incalzato dall’Armata Rossa su quello orientale. Più i tedeschi erano costretti a battere ritirata rintanandosi nei territori nazionali e più la loro indole si incattiviva, specie verso chi era considerato a tutti gli effetti corresponsabile del fallimento delle ambizioni naziste; di conseguenza la vita nei campi di prigionia si inaspriva, il lavoro si faceva massacrante, i diritti venivano sempre più alienati e si prospettava all’orizzonte una fine comune, atroce e miserevole. Anche la corrispondenza venne sospesa, così a casa Orefice non giungevano più notizie di quel figlio, unico ancora a non aver fatto ritorno dalla guerra. Ad Antonio però giungevano le notizie confortanti dal fronte orientale: da gennaio di quel 1945 i russi che avevano già sottratto la Polonia ai tedeschi avevano dato inizio all’operazione finale che sarebbe culminata nel giro di qualche mese nella presa di Berlino, nel suicidio di Hitler e nella resa incondizionata tedesca. Era l’8 maggio, la fine della più grande sciagura dell’ultimo secolo e di una miriade di piccole storie di uomini che in essa si erano intrecciate. Quel giorno venne restituita una vita e una dignità agli internati superstiti dei campi di prigionia nazisti, e tra questi il prigioniero 80681 aveva combattuto e vinto la sua battaglia tornando ad essere Antonio Orefice, uomo libero. Erano passati circa due anni dalla sua cattura, e ora la notizia della caduta del Reich alimentava una flebile ma tenace fiamma di speranza nel cuore di Giocondina, mai rassegnata all’idea della perdita del caro figlio. Quando Antonio rientrò in Patria da imboscato l’Italia era ancora teatro di rappresaglie naziste: era lo stesso ottobre che lo aveva visto partire ormai tre anni prima, quando i suoi occhi erano ancora vergini agli orrori che avrebbe vissuto. Dopo essersi presentato al distretto militare di Benevento, albergò qualche tempo presso i cugini di Amorosi prima di far ritorno alla casa natia. Nel frattempo fece circolare la voce del suo imminente rientro affinché mamma Giocondina, ammalata di cuore, si preparasse a riabbracciarlo dopo tutto quel tempo trascorso lontano. Antonio non era più lo stesso: pur conservando le apparenze di uomo tutto d’un pezzo, caratterialmente forte ed impenetrabile, si lasciava andare alla commozione nei racconti di quegli anni terribili vissuti sul filo di un rasoio assurdo quanto impietoso. La guerra aveva incrociato la sua strada due volte e le ferite di quegli incontri si avviavano lentamente a guarire pur stentando a chiudersi. Alla fine del conflitto l’Italia tirava le somme dei figli caduti e dei danni subiti, ma l’allegria per lo scampato naufragio presto si impadronì del Paese avviandolo alla delicata fase della ricostruzione. La stessa euforia, lo stesso entusiasmo di ripartire non tardarono a manifestarsi in Antonio che presto si rimboccò le maniche riprendendo le redini dell’attività di famiglia, e non solo. La guerra gli aveva già portato via anni preziosi e Antonio sentiva ancora più pregnante il desiderio di una famiglia tutta sua, un pensiero accarezzato nelle tante notti sole ed insonni lontano da casa. Riavvicinò Luigia che avrebbe voluto già sposare prima della grande guerra e da quella unione felice nacquero Gioconda, Piace Iddio e Clemente, che più di qualsiasi altra cosa restituirono ad Antonio la gioia ed un meraviglioso senso di normalità che sembrava essere irrimediabilmente perso. Passarono quindici anni, anni che videro la nascita di un’Italia repubblicana unita in un’Europa spaccata, anni in cui il paese fu chiamato ad uno sforzo comune che lo traghettasse dal passato al futuro: e così le nascite mitigarono i lutti, e il lavoro restituì pane a chi la guerra aveva sottratto tutto. Casa Orefice sembrava un porto di mare nelle giornate di compravendita delle rese agricole e il lavoro offriva quel benessere che Antonio aveva sempre auspicato per la moglie e per i figli; era un miraggio per lui che aveva conosciuto la miseria di chi viene privato persino di un’identità. Quel numero di prigioniero era passato dalla pelle al cuore di Antonio e vi si era impresso e, per quanto la vita gli sorridesse in quegli anni, mai egli riuscì a cancellare dalla memoria e dai racconti le esperienze vissute al fronte e da prigioniero. Era come se la guerra gli si fosse attaccata addosso e il ricordo indelebile era di monito ai figli che dovevano comprendere quanto caro fosse il prezzo della tranquillità in cui vivevano. Ma la guerra aveva deciso di sfidare ancora Antonio giocando la partita decisiva in casa, nella sua San Salvatore. Erano pressappoco le 12:00 di un giorno di fine settembre del 1960 quando l’intero paese rabbrividì al frastuono tristemente noto di un’esplosione. Il vecchio Piace Iddio che si trovava in Piazza Nazionale tornò a casa confessando agli amici un terribile quanto veritiero presagio. Una bomba a mano, residuato bellico di quella maledetta guerra, era stata trovata e incautamente maneggiata da un gruppo di bambini sotto un ponte. Nell’esplosione era rimasto ucciso il piccolo Piace Iddio di appena dieci anni. Quando Antonio fu prelevato a lavoro e riaccompagnato a casa trovo il figlio già sul letto di morte: era il suo terzo incontro con la guerra, il più violento e beffardo, e Antonio stavolta non avrebbe retto il dolore dell’innaturale compito per un padre di seppellire un figlio. Dopo nove mesi di lotta contro i ricordi che lo assalivano e la rassegnazione che stentava a giungere il suo cuore si arrese: Antonio Orefice – l’uomo che incontrò tre volte la guerra – morì a San Salvatore Telesino il 2 luglio 1961, lasciando una moglie vedova, due figli orfani ed un vuoto incolmabile.

A cinquanta anni dalla morte, Antonio Orefice – già due volte Croce al Merito di Guerra – è stato insignito lo scorso 27 gennaio presso la Prefettura di Benevento della medaglia d’onore in qualità di ex-Internato Militare Italiano. È un riconoscimento prestigioso, un atto dovuto che mai però potrà risarcire il prezzo carissimo pagato da uomini come Antonio e dalle loro famiglie, un gesto che non può lenire il dolore per un padre perso troppo presto e il desiderio di un nonno mai conosciuto a cui posso solo dedicare queste righe e con esse il mio ricordo.

 

A mio nonno,  che non ho avuto la possibilità di conoscere

A mia madre e mio zio,  che ho la fortuna di poter vedere invecchiare

Antonio Parente

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