Mast’ Carmeniello ‘u barbiere…e un poco d’altro

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di Angelo Leone. Ringrazio l’amico Riccardo per aver parlato di Mast’Carmeniello ‘u barbiere (pubblicato da vivitelese il 29-Luglio-2011) e aver, così, rinverdito i nostri ricordi di quei tempi in cui la nostra Telese era molto al di sotto dei tremila abitanti. La figura di questa persona dal carattere mite rimane nella mia mente non quando esercitava il mestiere di “barbiere” ma quando, pensionato da questa attività, si tratteneva per molto tempo nel Salone di barbiere di Michele Guerra, sulla “Chiesa”, di fronte a Cialone, a chiacchierare benevolmente con gli amici.

Non ne sono certo ma credo che Michele Guerra sia stato il suo ultimo allievo nell’apprendere l’arte di tagliare i capelli e di radere la barba ed anche lui, Michele Guerra, era una bravissima persona e il suo “Salone” (era anche Ricevitoria del Lotto), anche se non molto spazioso, era un salotto dove ci si tratteneva volentieri a scambiare “quattro chiacchiere”, in attesa di tagliare i capelli o la barba, di giocare i numeri al lotto o soltanto per passare il tempo e Mast’ Carmeniello partecipava a qualsiasi discussione ed era sempre ascoltato dagli amici e conoscenti.

Ma i miei ricordi sono ancora più nitidi quando rammento Mast’Carmeniello impegnato a suonare l’organo a canne in quella piccola e bella chiesetta chesorgeva al posto di quella attuale avendo, però, l’ingresso sul lato ovest, rivoltoverso lo s pazio antistante le abitazioni di Capasso e Romano, di Girolamo (Giro) Rovelli e di Giulio ‘u pittore (Giulio Rubino che, per la sua bravura nel dipingere le pareti interne delle abitazioni, per il suo estro e per la sua inventiva, da molti era chiamato “Giotto”) dove, attualmente, c’è la “Fondazione Gerardino Romano” del Prof. Felice Casucci, l’abitazione di Bozzi Lorenzo e CarmelaRazzano e quella di Lillino Del Vecchio dove è allocata la sede di “Radio Telesia” di Enzo Neri.

L’organo era posizionato in alto, su di una “loggia” di fronte all’altare ed era azionato con i mantici che si riempivano d’aria abbassando e sollevando due lunghe leve poste su di un fianco dell’organo stesso. Ad azionare le leve eravamo, a turno, noi ragazzini ed accadeva qualche volta che mentre eravamo impegnati in questa incombenza per la stanchezza o  soprattutto per la irresponsabilità della giovanissima età, all’improvviso, lasciavamo le leve e il suono dell’organo si affievoliva fino a scomparire del  tutto. Per evitare le eventuali bastonate, ce ne scappavamo su per una scala  a pioli che portava ad un ripiano del campanile da dove si tirava la fune per suonare la campana. Mast’Carmeniello lanciava qualche improperio ed accennava soltanto a rincorrerci ma, non potendo lasciare il suo posto, pregava qualche altro ragazzino di mettersi alle leve e continuava a suonare e a cantare con la sua voce un po’ nasale, “quequera”, come dice Riccardo.

Ricordo in particolare le “funzioni” relative alla “novena per i morti” che a quei tempi si celebrava di mattina presto per cui i fedeli uscivano di casa che era ancora buio e faceva molto freddo. Giunti in Chiesa, si prendeva la sedia impagliata che distribuiva la moglie del sagrestano al costo di cinque lire cadauna e si seguiva la liturgia della “novena”. Rammento che Mast’Carmeniello, dalla sua postazione su in alto, suonava e intonava: “Quelle figlie e quelle spose – che son tanto tormentate – oh Gesù che Voi l’amate – consolate oh per pietàa”

Il parroco di allora era don Nicola MATURO che, già di età avanzata, bonario e paterno provvedeva alla celebrazione della Santa Messa, alle confessioni ed alla somministrazione dei Sacramenti.

Era quello il tempo in cui, periodicamente, venivano i “Missionari” che si trattenevano alcuni giorni e, durante le funzioni religiose, facevano le loro “prediche” dal pulpito usando, a volte, forti espressioni con voci tuonanti per imprimere meglio i loro concetti nelle menti dei fedeli.

Allorquando era terminato il tempo concesso ai “missionari”, in un luogo prestabilito, si posizionava una croce di ferro con alla base una targa su cui era incisa la data della missione. Ricordo una di queste croci su Via Roma, poco prima del cimitero, di fronte a quella che era una volta la chiesa della Madonna delle Grazie(che, sconsacrata, rimase chiusa e abbandonata per parecchio tempo e, in condizioni strutturali molto precarie, fu completamente demolita) , nello spazio laterale a Via Roma dove è attualmente infissa addossata alla recinzione antistante alle abitazioni dei “Francese-Amato”. Un’altra di queste croci indicanti l’ “avvenuta missione” era posizionata a lato dell’attuale Chiesa parrocchiale, a destra di chi guarda l’ingresso della Chiesa medesima, dove adesso c’è un rialzo di terreno recintato a cui si accede da una porticina laterale  della Casa canonica.

Dopo Mast’Carmeniello, a svolgere la funzione di organista ci fu don Peppino Di Crosta –un simpatico e gentile commerciante di scarpe- la cui voce era molto somigliante a quella del suo predecessore. Anche con don Peppino noi ragazzi provvedevamo ad azionare le leve per riempire d’aria i mantici dell’organo e si ripetevano i nostri scherzi inconsulti per sentire i rimproveri di don Peppino che, come Mast’Carmeniello, non si arrabbiava mai molto seriamente.

Fu don Mario GOGLIA il parroco che fu nominato a Telese dopo don Nicola e, poiché nel frattempo il nostro paese aveva aumentato il numero degli abitanti con un incremento graduale e costante, con lui ci fu il Vice-Parroco don Pasquale VEGLIANTE che, molto bravo nel suonare l’armonium (l’organo a  canne non fu più usato e restò posizionato al suo posto, soltanto perché lo spazio risultasse arredato), riuscì a formare un “coro parrocchiale”  Ci raccoglievamo intorno all’armonium nel piccolo spazio a destra dell’altare,  accanto alla porticina d’ingresso dalla sacrestia e, moltissime volte, dopo aver ultimato i canti previsti, al termine della funzione religiosa restavamo ancora molto tempo ad ascoltare estasiati don Pasquale che, quando era immerso nella esecuzione di un brano, dimenticava il trascorrere del tempo. Ricordo con dolcezza e commozione di come eravamo accordati nel cantare le varie Messe, in latino (Fu soltanto in seguito al Concilio Ecumenico “Vaticano II”, aperto dal “Papa buono” Giovanni XXIII nel 1962 e chiuso dal Papa Paolo VI nel 1965, che fu consentita la celebrazione eucaristica in lingua volgare). La Santa Messa che mi è rimasta più impressa è quella “degli Angeli”, dal ‘Kyrie eleison’ all’ ‘Ite Missa est’. Sotto la guida di Don Pasquale eravamo diventati molto bravi.

Nei primissimi tempi della venuta di don Pasquale Vegliante, rammento che don Mario si lamentava della troppo lentezza di don Pasquale e diceva: “E’ bravo, ma è troppo muscio”. Dopo poco tempo, però, don Pasquale, oltre al coro parrocchiale, riuscì pure ad attrezzare lo spazio ‘ncopp’ ‘u lavuozzo (l’aria attualmente occupata da piazza Padre Pio) dove fece porre un canestro da basket su una colonna e una base di cemento. Don Pasquale era molto attivo, aveva sempre tante cose da fare e teneva impegnati in varie attività quasi tutte le ragazze e i giovanotti di Telese. Si interessava di tutto e lo si trovava in diversi posti del paese. Stava seduto soltanto quando suonava l’armonium in chiesa o il pianoforte a casa sua. Non rimase molto tempo nella parrocchia telesina, ebbe diversi incarichi a livello diocesano e al Seminario Arcivescovile di Benevento e fu anche dirigente “economo” del Santuario della Madonna delle Grazie di Benevento. Infine fu missionario in Brasile e l’ultima volta che ebbi il piacere di salutarlo fu verso la fine degli anni settanta, nel Cimitero di Telese. Mentre ero chino sulla lapide che copriva la tomba di mia madre, ebbi la sensazione di essere osservato da qualcuno. Lentamente alzai lo sguardo e vidi un bambino con il volto bellissimo circondato da riccioli di capelli scuri, mi sollevai completamente e mi trovai faccia a faccia con don Pasquale che, sempre sorridente, mi spiegò che quel bambino era il suo figliolo. Mi disse che aveva smesso l’abito talare ma che continuava a lavorare come direttore della missione in Brasile.

Parlammo un poco dei vecchi tempi,dei comuni e antichi ricordi mentre qualche lacrima di commozione ingrossava i nostri occhi. Gli porsi gli auguri di ogni bene e ci salutammo con un forte e caloroso abbraccio.

Del parroco don Mario Goglia, invece, ricordo che quando si andava alla Messa domenicale, si era impazienti di ascoltare l’omelia. Infatti don Mario, dopo la spiegazione del vangelo ricorrente, parlava dei fatti che erano accaduti in paese durante la settimana appena trascorsa e, al riguardo, esprimeva dei giudizi facendo anche delle battute per meglio illustrare il suo pensiero e meglio far comprendere i suoi consigli suscitando, a volte, dei risolini tra i fedeli. Anche perché Telese era allora un piccolo paese e ci si conosceva bene fra tutti, don Mario svolgeva in pieno il suo ruolo di “parroco” ed entrava nei fatti delle famiglie. Se dei coniugi litigavano minacciando la separazione e la notizia dilagava nel paese, don Mario riusciva quasi sempre ad appianare il litigio e la pace ritornava in quella famiglia. All’epoca io lavoravo, in qualità di contabile, presso il Molino Capasso & Romano e, oltre ai prodotti della molitura del grano, vendevamo anche la pasta di ottima qualità fornitaci all’ingrosso da famosi Pastifici molisani e pugliesi. A fine anno, per la redazione del “Bilancio” chiudevo la contabilità relativa alle schede dei “clienti” intestate per lo più a ”panificatori” e a titolari di negozi di generi alimentari. Uno di questi era Clemente Affinito che gestiva -all’epoca- il più grande “Alimentari” di Telese. Ebbene, il conto risultante dalla scheda intestata a don Mario Goglia era più alto di quello di Clemente Affinito. Alla mia espressione di stupore, don Mario rispondeva: “Angelo, lo so io chi ‘a po’ mettere e chi nunn’ ‘a po’ mettere ‘a tiella ‘ncopp’ ‘o ffuoco”, volendo significare che lui conosceva bene le condizioni economiche delle famiglie telesine e cercava di dare il suo aiuto in tutti i modi possibili, anche fornendo prodotti alimentari.

Parlando di Capasso & Romano non posso non ricordare il Ragioniere Fernando Vitella. Io ho avuto la fortuna di lavorare per moltissimi anni al suo fianco, sia al Molino e sia alla Clinica “San Francesco”, l’ho conosciuto bene e da lui ho imparato molto. Posso affermare, senza ombra di dubbi, che era una persona squisita: corretto nei modi e nelle azioni. Era puntuale e preciso nello svolgere il suo ruolo di tecnico della contabilità, gentile e cortese nei rapporti con i dipendenti e con i fornitori. Quella di Fernando era una “famiglia-modello”. Con la moglie Anna De Maio formavano una coppia felice, benvoluta e stimata da tutti e con le figlie Enzina (Vincenza) e Vania e con il figlio Valerio formavano un nucleo familiare che, con cortesia ed educazione, studio ed impegno, poteva sperare in un futuro roseo, intriso di soddisfazioni e felicità.

Purtroppo, però, il destino aveva in serbo per Fernando Vitella una malattia di artrosi delle articolazioni (muscolare o/e ossea) che, gradualmente, per lungo tempo, lo limitava nei movimenti fisici, fino a costringerlo a vivere “allettato” i suoi ultimi tempi di vita terrena. Oltre a questa malattia terribile, ci fu un tragico incidente che stroncò la giovanissima vita di Valerio.

Il giovane Valerio, di notevole prestanza fisica, in sella alla sua bicicletta (era diventato un appassionato di ciclismo) mentre ritornava da Benevento, fu trovato senza vita sulla statale 372 “Telesina”, sotto il cavalcavia nei pressi dell’uscita di Ponte, dove si era fermato per ripararsi da un improvviso scroscio di pioggia. Di come sia potuto avvenire l’incidente che provocò la morte di Valerio non è stato mai chiarito. Ci fu soltanto il Giudice che, dopo aver visitato la salma posta sul terriccio a lato del nastro di asfalto della strada,  ne autorizzò il trasporto nel cimitero di Paupisi da dove poi, in tarda serata, fu  portata nella sua abitazione in Via Garibaldi di Telese Terme. Il giorno successivo fu celebrato il rito esequiale e la mattina seguente si procedette alla tumulazione della bara. Si pensò allora che da un momento all’altro fosse arrivato l’ordine del magistrato di disotterrare il cadavere per eseguire l’esame autoptico …invece ciò non avvenne e …non se ne è più parlato.

Non so fino a che punto l’amico Fernando abbia potuto sopportare quel forte e grandissimo dolore e se l’abbia mai potuto assimilare. Ora anche Fernando, dal 23 febbraio 2011, ha raggiunto l’altra vita e spero tanto che possa finalmente godere della gioia e del riposo eterno.  Da parte mia ricordo di aver trascorso un periodo felice della mia vita lavorativa di “impiegato privato” quando ho avuto il piacere di avere dirigenti e compagni di lavoro come Fernando Vitella, il dottor Tonino Romano e suo fratello Camillo, don Luigi Capasso e la Signora Felicetta Capasso, il direttore  della clinica San Francesco dottor Alfio Moretti, il dottor Raffaele Casucci e la nipote del Direttore Rosalba Mollica. Si lavorava in un clima di serenità, di amicizia e di stima reciproca.

La vecchia chiesa parrocchiale intitolata a Santo Stefano P.M., nell’anno 1961, fu demolita perché insufficiente a contenere i fedeli telesini che, intanto, erano diventati più di tremila.   Dopo don Mario, deceduto il 4 Novembre 1973, il Parroco di Telese fu don Vittorio FINELLI di Faicchio che morì nel 1992 (?) e, attualmente, è Don Gerardo PISCITELLI col Vice Parroco Don Nicola DUBOS, mentre la Schola Cantorum è diretta, con bravura, dalla dr.ssa Orsola VALLONE che, oltre a suonare ottimamente l’armonium, possiede anche una bellissima voce da solista.

Telese Terme, 2 Novembre 2011

Il Telesino doc Angelo Leone 1082 letture al 31/12/2012

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