Sull’identità del Sannio

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di Vincenzo Vallone.  A proposito della soppressione della Provincia di Benevento vi invito a leggere il “pensiero” di Domenico De Masi apparso sulla Repubblica del 21 agosto u.s. A qualcuno quest’articolo sarà sfuggito. “Mimmo” – lo chiamo così perché colleghi alle scuole medie – è ordinario di sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma. È stato ospite all’Ordine degli Architetti di Benevento in occasione degli “Incontri” riguardanti la elaborazione e i contenuti degli strumenti urbanistici di livello Provinciale e Comunale, soffermandosi sul valore che assumerebbe la sociologia nell’ambito della pianificazione territoriale e dell’urbanistica. Esperienza molto feconda e densa di valori in rapporto all’evoluzione del tempo, necessaria per chi si accinge a programmare il territorio Sannita nell’ambito del complessivo sviluppo Regionale.

Ecco il testo dell’articolo di Domenico De Masi:

Questo Governo sarà ricordato come il più incolto, e perciò più protervo e dannoso, di tutta la storia repubblicana. Non vi è una sua decisione che non rechi i segni di questa incultura e dell’improvvisazione che sempre si accompagna all’ignoranza. L’idea tutta metrico-decimale di abolire alcune Province in base al numero dei loro abitanti rende la soluzione non rapida ma sbrigativa; non mette in campo velocemente le molteplici conoscenze necessarie per risolvere una situazione complessa ma le salta a pié pari, illudendosi così di renderla semplice. “La semplicità – diceva Constantin Brancusi – è una complessità risolta”. Affidare l’abolizione di una Provincia al numero dei suoi abitanti non è la soluzione di una complessità ma la complicazione di una semplicità. Può essere anche realizzata rapidamente, con metodi rozzi, ma il suo strascico si allungherà per decenni, avvelenando la vita delle comunità.

Da oltre mezzo secolo – dagli studi di Pierre George – era pacifico che un’entità amministrativa deve essere identificata in base a un indice composto di fattori strutturali (territorio, popolazione, risorse, ecc.) e di fattori culturali (storia, usi, costumi, ecc.). Come nel firmamento vediamo piccole stelle lucentissime accanto a stelle più grandi e più scialbe, così nella geografia umana vediamo Comuni o Province che, pur avendo piccole dimensioni, tuttavia si distinguono nettamente – per cultura e per vitalità – nella galassia di località più evanescenti.

Moltissimi Comuni e molte Province italiane risalgono a epoche lontane, quando il trasporto di uomini, cose e informazioni richiedeva giornate intere e bastava una collina o un fiume per impedire gli scambi economici e la contaminazione culturale. Quando, da giovane, vivevo a S.Agata dei Goti, vicino casa nostra abitava una signora che tutti chiamavano “la forestiera”: era nata ad Airola, a soli dieci chilometri di distanza, e si era trasferita a S.Agata trent’anni prima, ma restava per tutti e per sé stessa “la forestiera”. Oggi questo non accadrebbe: strade agevoli, mezzi veloci e personalizzati, telefono, Skype e Internet consentono un continuo interscambio che ha allargato, di fatto, i confini socio-economici delle comunità e rende possibile l’accorpamento di quelle che non hanno più ragioni consistenti per restare divise amministrativamente.

In altri casi – come per la provincia di Benevento – vi sono ragioni serie per conservare l’autonomia a prescindere dal numero di abitanti, perché l’omogeneità storica, linguistica, urbanistica, culturale merita di essere preservata, rappresentando un patrimonio che l’umanità non può perdere. Ma qui scatta l’ignoranza perniciosa dei nostri attuali Governanti: poiché hanno fretta, dovendo recuperare anni di inerzia e di malefatte, oggi hanno bisogno di un sistema rapido che proceda non con il bisturi ma con l’accetta. Il numero di abitanti o i chilometri di superficie appaiono criteri risolutivi in queste menti che ricordano in misura inquietante “li bestioni antiqui, tutto sesso e stupore” già descritti da Giambattista Vico. In realtà, una ristretta commissione di storici, economisti, sociologi e antropologi risolverebbe il problema in modo adeguato e in poche settimane, tenendo conto che ogni comunità possiede tre diversi bagagli culturali: la cultura ideale, che consiste in valori, credenze, stereotipi, idee, miti, ideologie, fedi, linguaggi, bisogni, desideri, senso dello spazio, del tempo, dell’identità, della conoscenza, della vita, della morte; la cultura materiale, che consiste nel territorio, nei manufatti, nell’universo degli oggetti che ci circondano; la cultura sociale, che consiste negli usi, nei costumi, nei riti, nei conflitti, nelle solidarietà, nelle etichette, nelle ricorrenze, nelle scansioni della vita sociale.

Il Sannio presenta una compattezza culturale – sia sul piano ideale che su quello materiale e sociale – forse unica in Italia, gelosamente custodita attraverso i secoli, miracolosamente scampata persino alle tentazioni mediatiche e manipolative del consumismo. Ha perciò pieno diritto alla sua inconfondibile identità, che ha costruito nei secoli passati e ha diritto di conservare nei secoli futuri.

Non so quanti dei nostri Governanti in canottiera e salopette sanno chi è Tito Livio, né se sono capaci di consultare Wikipedia per saperlo, ma ricordo loro che si tratta di uno storico originario della Padania, vissuto a Roma in epoca augustea. Ebbene, Tito Livio descrive dettagliatamente come neppure i Romani riuscirono mai a domare i Sanniti. Quando osarono avventurarsi nel Sannio, furono sottoposti all’ignominia delle forche caudine: “I consoli furono i primi a esser fatti passare seminudi sotto il giogo; poi, in ordine di grado, tutti gli ufficiali vennero esposti all’infamia, e alla fine le singole legioni una dopo l’altra. I nemici stavano intorno con le armi in pugno, lanciando insulti e dileggiando i Romani. Molti vennero minacciati con le spade, e alcuni furono anche feriti e uccisi, se l’espressione troppo risentita dei loro volti a causa di quell’oltraggio offendeva il vincitore”.

Questo è il Sannio; questa è la sua popolazione con cui non si scherza.

 

1 commento

  1. Non è difficile dimostrare, con assoluta certezza, che in Italia l’amministrazione pubblica e politica, sia ampiamente sovrastrutturata e allo stesso tempo, tra le meno efficienti.
    Appena si parla di ridurle però, diventano tutte indispensabili o ci si appella alla ‘Storia’.
    Storia, come la solita solfa di Tito Livio (un cronista e non l’autore della bibbia) che ci ripropone anche De Masi, che andrebbe una buona volta confrontata con le più moderne conoscenze archeologiche da cui emerge una figura dei sanniti, un po diversa dai miti che abbiamo sempre immaginato.
    La forca caudina potrebbe essere stata la più vergognosa pratica militare se confermata l’ipotesi più verosimile di sodomia e se fosse vero che l’origine del modo di dire ‘avere culo’, nel senso di essere fortunati, si sia originato da quell’evento.
    E se così fosse, di questa popolazione con cui non si scherza, ci sarebbe di cui preoccuparsi seriamente.
    Tuttavia, concordo sulla rozzezza del metodo ‘metrico-decimale’ per numero di abitanti o estensione.
    Meglio abolirle tutte.
    Flaviano Di Santo

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