Un giorno di ordinaria follia

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Quella notte nessuno di noi dormì, in attesa del grande giorno. Da una settimana preparavamo la grande esplorazione trascinati dai racconti di Gino Taccogna che, fra un cliente e l’altro del suo negozio di articoli elettrici al quadrivio, ci aveva detto di aver visto delle grotte meravigliose e ci aveva convinti a ripetere con lui la visita. La cosa doveva restare ammantata da un patto di segretezza e di mistero e così ci munimmo di quanto ritenevamo necessario: un casco, una tuta, poche corde e alcune torce. Il coraggio e la follia facevano già parte del nostro bagaglio giovanile.

La mattina, senza avvertire nessuno sulla nostra destinazione, partimmo con direzione Cusano Mutri. Nella mia vecchia 600 c’ero io, Gabriele Fasano e Gino Viola. Nella Renault 4 di Gino Taccogna c’era Celestino Rubino e Guido Vivenzio.

Lasciataci Cerreto alle spalle, dopo alcuni tornanti entrammo nella valle del Titerno, bella, romantica, affossata fra il Mutria e il Monte Cigno.

Quando Gino accostò io mi accodai dietro di lui. Scendemmo, inebriati dall’ aria pungente del mattino ed affascinati dalle acque limpide dal Titerno che scorreva laggiù fra le rocce scivolando a valle fra cascate e cespugli. Gino si inerpicò verso la cima del monte con l’agilità di uno scoiattolo e noi lo seguimmo arrancando affannati fra gli sterpi tra le imprecazioni di Celestino e di Gabriele.

Giunti in cima lo sguardo spaziò liberamente su un panorama favoloso, reso più splendido da un cielo azzurro puntellato qua e là da batuffoli di nuvole. Taccogna ci richiamò alla realtà e fu grande lo sconcerto quando ci indicò un anfratto nella roccia coperto dai rovi. “Si entra da lì” disse ammiccando con aria misteriosa. Ci guardammo increduli, tutti avremmo voluto tornare indietro, tutti lo pensammo, nessuno lo disse tranne i nostri occhi.

Allargò i rovi e strisciando a terra come una lucertola si infilò in quel buco piramidale, imitato da noi che già sentivamo il cuore in gola. Procedemmo scivolando sulla pancia, con la torcia fra i denti perché le mani servivano ad arpionare il terreno per avanzare.

Entrammo in una prima grotta, bassa, buia e infangata. Dopo la foto-ricordo ci fece legare con una corda l’uno agli altri e ci precedette in un foro a mezza parete da dove, sempre scivolando nel fango, sarebbe iniziata la vera esplorazione.

 

Grotta di Monte Cigno – Cusano Mutri – 3 settembre 1968  Gino Taccogna, Aldo Maturo, Gabriele Fasano e Celestino Rubino

 

Il passaggio attraverso quel by-pass buio e informe fu interrotto dalle imprecazioni di Gino Viola che con la sua pancetta era rimasto incastrato nel cunicolo. Non poteva procedere ma neppure indietreggiare perché dietro c’eravamo noi in cordata orizzontale.

Avremmo dovuto piangere, invece ridemmo, ridemmo per quanto era possibile, col fango fino alle labbra e l’incoscienza dei folli. Finalmente sbloccammo Gino ed entrammo nella seconda grotta. Era immensa, gigantesca, bellissima, piena di stalattiti e stalagmiti. Ce la guardammo tutta mentre decine di pipistrelli svolazzavano sul soffitto, impazziti e disturbati dai nostri fasci di luce.

Dopo una breve sosta riprendemmo l’esplorazione in altre grotte camminando ad altezza d’uomo fino a sbucare su una roccia rimasta sospesa come un megagranello di sabbia fra due pareti a clessidra. Spazzolando i dintorni con le torce rischiarammo sotto di noi un lago bellissimo, incastonato con la sua acqua verde smeraldo sul fondo di quello strapiombo. Finalmente decidemmo di far rientro alla base ripercorrendo a ritroso tutto il percorso e con l’intimo terrore di non ritrovarlo.

Il ritorno alla luce del sole fu una delle sensazioni più belle mai vissute. Quando anche l’ultimo lasciò alle spalle l’anfratto facendosi largo fra i rovi, ci abbracciammo felici e festeggiammo l’evento con una foto ricordo, scattata con la mia inseparabile Comet II che, pur ridotta a un grumo di fanghiglia, fece miracoli.

 

 Monte Cigno – Cusano Mutri – 3 settembre 1968 Gino Viola, Aldo Maturo, Celestino Rubino, Guido Vivenzio e Gabriele Fasano

 

Gabriele Fasano, recuperata la saggezza prima degli altri, ricordò a tutti noi – che non volevamo confessarlo pur avendolo pensato – che se fosse successo qualcosa non ci avrebbero mai ritrovato. Sei ragazzi sarebbero stati dati per scomparsi nel nulla, nessuno ci avrebbe cercato lassù e comunque mai in quel foro d’ingresso da tana di volpe. E per sempre sarebbe rimasto il mistero di due macchine vuote, ai margini della strada in un giorno d’autunno.

Con la gioia per lo scampato pericolo, la discesa verso le auto fu fatta in pochi minuti, anche col fondo schiena, insensibili alle spine, ai rovi, agli spuntoni di roccia, alla fame, orgogliosi per l’avventura ma ancor più felici per essere ritornati alla luce, dopo aver trascorso otto ore nella pancia del Monte Cigno. Erano le quattro, le quattro di un favoloso pomeriggio di un indimenticabile 3 settembre 1968.

Aldo Maturo 1389 letture al 31/12/2012

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