Morte di un clochard

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Massimo M. è morto solo in una triste tenda sulla sponda sinistra del fiume, sotto il ponte dove da circa tre anni passava le sue nottinell’ansia di poter essere travolto dalle acque limacciose che arrivano impetuose dopo le piogge. Da quando le ruspe avevano tirato giù il vecchio capannone dove aveva dormito per anni, si era sistemato lì, in una piccola tenda azzurra, misero giaciglio dove scolava le sue birre anche per dimenticare malattie ed amarezze.

Nel mondo dell’emarginazione Massimo era un po’ l’icona del ragazzo senza fissa dimora. Di giorno davanti al supermercato, gentile, affabile, conosciuto dai clienti, immerso nella lettura dei suoi libri. Ai suoi piedi lo zaino rosso stinto e Billy, la cagnetta nera, birichina, desiderosa di scorazzare libera per la città per finire ogni volta ospite del canile municipale laggiù in periferia. Mi telefonava ogni volta per accompagnarlo a riprenderla, festante e sorda ai rimproveri del padrone che non voleva mi sporcasse la tappezzeria dell’auto con le sue effusioni.

Di notte era lì, nella comunità del fiume, tra altri che come lui vivono l’altra faccia della città, nascosti tra gli arbusti e i canneti, senza diritti e con il dovere di non apparire.

Sono tanti in una città quelli del mondo della notte ed è difficile scegliere il grano dal loglio. Panchine, tende, misere roulotte, case abbandonate. Luoghi isolati, lontani dalle luci della città, immersi nel buio per non apparire, per non esistere. La notte scende e cento giacigli si aprono aspettando un altro giorno, attenti a cogliere ogni piccolo rumore perché anche tra i poveri c’è chi lo è più degli altri. Si attende l’alba e si spera in un giorno migliore se la morte non arriva improvvisa per portarsi via un fisico debilitato e spento, incapace nella sua solitudine anche di chiedere aiuto.

Aldo Maturo 1558 letture al 31/12/2012

(Foto di Marco Maturo)

 

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