I telesini e il culto della Madonna del Roseto

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Nel cuore verde del Taburno, che unitamente al Matese stringe in un tenero abbraccio la nostra splendida valle e in faccia al sole che sorge, brilla una piccola chiesa bianca. Di lassù la S.S. Mamma del Roseto, col suo bambino tra le braccia, vigila sui nostri paesi che il primo lunedì di giugno le rendo omaggio in un pellegrinaggio, antico e sempre attuale, che vede coinvolti soprattutto quei ceppi che da Solopaca ebbero origine.

Telese, più che ogni altro paese della valle, ne ha conservato e trapiantato il culto nell’intera contrada Piana, che da Solopaca si staccava appena 77 anni fa.

Gli abitanti delle antiche masserie e del casino Brizio vollero erigere, in quel sito, una cappella alla Mamma del Roseto, ed ogni anno in estate, organizzano in suo onore una festa, che rimane l’unica festa religiosa di questo paese dimentico della sua storia e delle sue tradizioni.

Ogni anno, in casa mia ci si preparava a salire a piedi il Sacro monte per portare a valle, in una processione senza file e senza regole; ma proprio per questo pulsante di umanità,dove uomini e donne, in molti scalzi, elevavano canti al cielo che risuonavano negli echi della montagna, quali invocazoini di soccorso all’umanità sofferente, la Santa vergine e il suo Bambino.  All’età di otto anni nel 1951 salivo al monte per la prima volta. La domenica precedente si andava a letto presto perchè, alle due del mattino del giorno successivo, mio padre ci dava la sveglia. Si riempivano i tascapane, quelli in uso ai cacciatori, con i buoni cibi per la colazione in montagna, preparati la sera precedente: Salumi di casa, formaggi di pascolo e piccioni imbottiti che immancabilmente ogni anno facevano parte della scorta alimentare, non mancavano vino e acqua.

Intanto ci raggiungevano Memela, Adriana e Liliana, le nipoti della baronessa Enrichetta Marcarelli anch’essa nata a Solopaca. Si partiva in fretta percorrendo la strada che, dal passaggio a livello della stazione portava alla scafa, l’aria umida e pungente profumava di fiori di campo che si preparavano a bere la rugiada del mattino.  La strada sterrata passava per la masseria del compare Giovanni Moriello, dove si univano a noi i ragazzi, Michele, Martino, e Peppe che nei fagotti portavano per la colazione ogni ben di Dio; la madre commara Ersilia era famosa per la frittata da cento uova che, si raccontava, solo lei sapesse preparare.

Si raggiungeva di li a poco la scafa, si trovava dove oggi è stato costruito il ponte che, dal lago porta a Solopaca, una specie di zatterone che si muoveva tra una sponda e l’altra del Calore. Lo scafista la manovrava in piedi attaccandosi ad una corda, legata saldamente a dei pali infissi sulle due rive, e la sospingeva con un faticoso movimento di braccia; lo sostituiva spesso la moglie per cui mio padre quella volta ebbe a dire “chi sa si scaf-iss o scaf-essa” e fece ridere tutti.

Attraversare il fiume sulla zattera, per me bambina, rappresentò un momento magico.   Si arrivava a Solopaca che si svegliava al clamore dei pellegrini, essendo ancora buio si vedevano le luci delle case accendersi, quasi ritmicamente, l’una dopo l’altra. Ricordo una voce che, alzandosi da un’abitazione, con la flemmatica inflessione del dialetto di quel paese, a me caro perchè mi ricorda la favella della mia nonna paterna Vincenzina Brizio, cantilenava “Sutti Carmè!…Che vanno a la Muntagna!…”

Ora iniziava il sentiero della montagna, irto sassoso e pieno di spine, che molti pellegrini percorrevano a piedi scalzi. Lungo la salita si incontravano e ci si accompagnava ad altri gruppi di telesini: I Tanzillo, i Franco, i Foschini, i Donofrio i De Lucia, i Dimezza, i Volpe, i Cusano ed altri che non ricordo.

Si saliva adesso, pregando e cantando,mentre sul dirimpettaio Matese appariva l’aurora e gli usignoli, che avevano cantato tutta la notte, cedevano il palco del cielo al’allodola e al merlo. All’alba appariva la bianca Chiesetta, la cui vista dava la forza di percorrere l’ultimo faticosissimo tratto.

Raggiungevamo così il Sagrato e si entrava in Chiesa a salutare la Santa Vergine. Molti erano quelli che arrivavano sanguinanti per aver percorso il sentiero della montagna a piedi nudi, si prostravano in ginocchio alla soglia della cappella e, proseguendo strisciando sulle ginocchia, raggiungevano la balaustra dove, a destra dell’altare, troneggiava la Regina del Roseto.

La vista di quello spettacolo mi spaventava e mi incuriosiva . Allora mio padre prendendomi per mano mi portò da Maria, mi fece baciare il suo manto e mi disse: “Ricordati sempre che sei protetta da questo manto”.  Finalmente, con gioia e allegria, si raggiungeva una balza erbosa nel retro della Chiesa, dove si consumava la lauta colazione, offrendosi vicendevolmente tutto quello che avevamo portato da mangiare.

Alle undici si ascoltava la Santa Messa e, dopo i fuochi d’artificio, offerti ancr’ oggi dai Telesini, tra canti Sacri e preghiere partiva la processione che portava a valle, dove rimaneva e rimane fino a settembre, la bella statua della Madonna col suo Bambino.  Erano presenti a quell’appuntamento le rappresentanze di tutti i paesi della valle: Stesso Credo, stessi Valori, stessi usi, stessi costumi, stesse abitudini, stesse pene. La fede in Maria S.S. del Roseto ci univa profondamente.

Mio padre moriva due anni dopo in un incidente stradale ed io tornavo sul Sacro monte nel 1959, avevo allora 16 anni. Mi accompagnavo a mio fratello Vito, alla sua ragazza Anna Tanzillo, al di lei fratello Tonino e alle sorelle Ida e Maria; quest’ultima mia coetanea era mia inseparabile amica, non ultimo Alfonso Teta, fidanzato di Ida e caro collega di mio fratello Vito.

Si andava col Treno fino alla stazione di Solopaca, si procedeva a piedi fino al paese, per poi salire la montagna. Nella stazione di Telese, in quell’anno, incontrammo un gruppo di ragazzi, ne facevano parte: Lorenzo de Francesco, Tullio e Luigi Festa, Dante Franco , Angelo Leone quest’ultimo divenne il marito di Maria Tanzillo, ed altri che non ricordo.

C’era tra questi un ragazzo che conoscevo solo di vista , alto e sottile come un giunco, con larghe spalle e andatura fiera, capelli neri e folti, il viso regolare e abbronzato, che mi guardava ammiccante, quel ragazzo era Salvatore Buono mio marito.  Siamo ad un passo dalle nozze d’oro e, non vivemmo come nelle favole sempre felici e contenti, ma con l’aiuto del Cielo superammo di volta in volta gli ostacoli e le numerose prove dolorose che incontrammo nella vita.

Avemmo tre figlie e in agosto nascerà il nostro quinto nipotino, ed io come mio padre, lo affiderò, come tutti i nostri nati, alla mamma del Roseto, con un grazie alla vita.

Enza Zotti 1805 letture al 31/12/2012

5 Commenti

  1. Me lo dicesti quasi arrabbiata…non li stare a sentire tutti questi dottori,li fai sicuro i figli,lo so,ti ho affidata alla Madonna del Roseto…là mi sposai e nacquero Elena e poi anche Francesco…Madonna mia Grazie! Grazie mamma….

  2. Caro Sandro
    tu non sei acquisito hai sposato una telesina dock,
    sei pertanto un figlio adottivo di Telese.
    Ti adottammo subito anche perchè sei gentile ed educato e fai onore a Telese.
    Hai scelto e amato la nostra Delia come hai scelto di vivere e amare Telese.
    Tu sei un Telesino per scelta ed hai più meriti di quelli che lo sono per condizione.
    Ben vengano tutti quelli con i tuoi valori ad arricchire la nostra cittadina .
    Ai Telesini non piacciono i presuntuosi, i maleducati, gli opportunisti e gli speculatori e purtroppo, a Telese, ne sono arrivati molti.

    • E’ con le lacrime agli occhi che ho riletto,casualmente,queste righe.
      Purtroppo,il tuo Salvatore e la mia Delia non ci sono più,ma il manto della Madonna ci protegge sempre e comunque.
      Basta questo per non sentirsi mai soli.

  3. Complimenti per quanto scritto sulla tradizione al culto della “Madonna del Roseto” che da casa mia ( le palazzine dei ferrovieri) vedevo ogni giorno( fino a quando ci siamo trasferiti a Benevento nel settembre del 1972) e che porto nel cuore. Gli interventi di Enza Zotti, Aldo Maturo , Riccardo Affinito hanno un grande merito: tener “viva la memoria” in tutti i telesini -nati e non- ma che sono legati, come è giusto, alle loro “radici” che non vanno mai tagliate, altrimenti l’albero della vita perde la linfa e quindi la propria identità. Dunque un grazie ad Enza e agli altri collaboratori di Vivitelese. Ubaldo Cuccillato

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