Unità d’Italia: qualche considerazione sul Risorgimento

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di Nicola Pacelli. L’inizio del Risorgimento viene generalmente indicato dopo la fine del dominio Napoleonico e il conseguente Congresso di Vienna nel 1815, e la sua conclusione con l’annessione dello Stato Pontificio e lo spostamento della capitale a Roma nel febbraio1871.

Lo spazio temporale invece in cui avvenne materialmente la profonda trasformazione della penisola, si calcola in circa due anni. Dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un ‘Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dalla conseguente crisi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia.

Possiamo pertanto definire tale evento come la rinascita della nazione italiana, il lungo, faticoso iter di un popolo oppresso che, finalmente, si risvegliava e rivendicava i propri diritti. Ciò si rese possibile per merito di un gruppo di intellettuali i quali, rischiando la prigione, l’esilio, la vita decisero tuttavia di realizzare questo nobile scopo diretto soprattutto a favorire le generazioni future.

Le personalità di spicco in questo processo furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano ; Giuseppe Garibaldi, un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista e diplomatico in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all’espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d’Italia.

Vi furono ancora Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; cattolici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini ; docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava.

Ma i veri artefici di questo evento unico ed irrepetibile furono senza dubbio coloro che rischiarono in proprio, con il loro sacrificio e la propria vita, pur di realizzare questo sogno. Essi :” pregustavano la voluttà di farsi uccidere per la patria: e questo sentimento rimase alto nei loro animi fino al giorno in cui furono chiamati a farsi ammazzare”. Così riferisce Giovanni Visconti Venosta il quale, tra l’altro, ricorda in questo modo il proprio approccio ai testi letterari e politici del Mazzini, di Giusti, D’azeglio, Balbo, Gioberti, Pellico, Berchet: “li leggevo e rileggevo, riscaldandomi sempre più a questo nuovo fuoco della patria ideale” Ricordiamo ancora Goffredo Mameli, I martiri di Belfiore, i fratelli Bandiera, Ippolito Nievo, i fratelli Cairoli, , Silvio Pellico, Carlo Pisacane.

E sono soltanto alcuni tra i più famosi perché in ogni Regione italiana ritroviamo giovani che, eroicamente, si sono immolati per la libertà della patria.

La cosa che oggi colpisce maggiormente è che si tratta in massima parte di giovani i quali, nel fiore dell’età, incuranti del pericolo, hanno rischiato fino in fondo la propria vita, pur di realizzare questo sogno al quale non sapevano rinunciare. «Chi per la patria muor / vissuto è assai, / la fronda dell’allor / non langue mai. / Piuttosto che languir / sotto i tiranni / meglio è di morir / sul fior degli anni». Così cantavano i Fratelli Bandiera e i loro compagni, mentre si avviavano, il 25 luglio 1844, verso il vallone di Rovito, nei pressi di Cosenza, dove sarebbero stati fucilati.

Allo stesso modo i Martiri di Belfiore, i patrioti appartenenti all’organizzazione clandestina mazziniana processati e poi giustiziati nel 1852-53 nel forte di Belfiore, nei pressi di Mantova. Così, nei versi famosi del poeta Luigi Mercantini, La Spigolatrice di Sapri, Carlo Pisacane – interrogato da una contadina del luogo – risponde: «O mia sorella, vado a morir per la mia patria bella». Ed ancora Carlo Pisacane affermava : “Ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici che, se il nostro sacrificio non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa aver prodotto figli che vollero immolarsi al suo avvenire”.

Con ciò si riesce a capire quale fosse lo stato d’animo di questi eroi. A tal proposito appare significativa sia “L’ultima lettera di Ciro Menotti”, come pure “Le lettere di Luigi Settembrini alla moglie”. Ed ancor più, ciò che hanno detto i contemporanei a proposito di Giuseppe Mazzini.

Carducci scriveva in una sua poesia:

” E un popol morto dietro a lui si mise

Esule antico, al ciel mite e severo

Leva ora il volto che giammai non rise.

“Tu sol – pensando – o ideal sei vero”.

 

Mentre sulla sua tomba, ove riposa, nel cimitero di Genova, troviamo scritto: “Il corpo a Genova, il nome ai secoli, l’anima all’umanità”

Ma forse il giudizio che meglio descrive la figura eccezionale di Mazzini venne elaborato da uno straniero, il Cancelliere austriaco Metternich, già famoso per le sue frasi ad effetto, il quale scriveva:” Ebbi a lottare con il più grande dei soldati: Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta , ardente come un apostolo, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome :Giuseppe Mazzini.”

Bisogna infine ricordare la lunga schiera di scrittori e poeti i quali, pur non partecipando direttamente alla lotta, furono comunque impegnati a comporre le loro opere o ad inserire dei brani diretti ad incitare il popolo

Ippolito Nievo che scrisse: “Le Confessioni di un Italiano”, il Foscolo, con le sue opere patriottiche, Silvio Pellico, che scrisse: “Le mie prigioni”, allo scopo di far comprendere in che modo venivano trattati i prigionieri nel duro carcere dello Spielberg, per cui, in seguito, il solito Metternich, avrebbe detto: “ Ha fatto più male questo libro all’Austria di una guerra persa”.

il Manzoni che, nel terzo atto dell’Adelchi, mette in bocca al coro un anelito di libertà, ed un incitamento alla vittoria, manifestamente diretto al popolo italiano.

 

CORO dell’ADELCHI

 

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

Dai boschi, dall’arse fucine stridenti ,

Dai solchi bagnati di servo sudor,

Un volgo disperso repente si desta;

Intende l’orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

Qual raggio di sole da nuvoli folti,

Traluce de’ padri la fiera virtù:

 

Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto

Si mesce e discorda lo spregio sofferto

Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,

Per torti sentieri, con passo vagante,

Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

E adocchia e rimira scorata e confusa

De’ crudi signori la turba diffusa,

Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,

Irsuti per tema le fulve criniere,

Le note latebre del covo cercar;

E quivi, deposta l’usata minaccia,

Le donne superbe, con pallida faccia,

I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,

Quai cani disciolti, correndo, frugando,

Da ritta, da manca, guerrieri venir:

Li vede, e rapito d’ignoto contento,

Con l’agile speme precorre l’evento,

E sogna la fine del duro servir.

 

 

Udite! Quei forti che tengono il campo,

Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

Son giunti da lunge, per aspri sentier:

Sospeser le gioie dei prandi festosi,

Assursero in fretta dai blandi riposi,

Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio

Le donne accorate, tornanti all’addio,

A preghi e consigli che il pianto troncò:

Han carca la fronte de’ pesti cimieri,

Han poste le selle sui bruni corsieri,

Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,

Cantando giulive canzoni di guerra,

Ma i dolci castelli pensando nel cor:

Per valli petrose, per balzi dirotti,

Vegliaron nell’arme le gelide notti,

Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

Per greppi senz’orma le corse affannose,

Il rigido impero, le fami durâr;

Si vider le lance calate sui petti,

A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

Udiron le frecce fischiando volar.

 

 

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D’un volgo straniero por fine al dolor?

Tornate alle vostre superbe ruine,

All’opere imbelli dell’arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,

Col novo signore rimane l’antico;

L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

Si posano insieme sui campi cruenti

D’un volgo disperso che nome non ha.

 

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Nicola Pacelli

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